Ripercorriamo fatti e processo

624 anni di carcere al poliziotto per il massacro di Carandiru

624 anni di carcere al poliziotto per il massacro di Carandiru
10 Dicembre 2014 ore 20:46

624 anni di carcere. Seicentoventiquattro anni di carcere è la pena che il Tribunale di Santana, area a Nord di San Paolo (Brasile), ha comminato a Cirineu Carlos Letang Silva, ex poliziotto militare, oggi 50enne e imputato nel processo sul massacro nella Casa de Detenção de São Paulo, meglio conosciuta come carcere brasiliano di Carandiru, dal nome del quartiere in cui si trovava. L’uso del tempo verbale al passato è d’obbligo, visto che la struttura è stata abbattuta nel 2002, quasi a voler cancellare per sempre una della pagine più tragiche della storia carioca. Il tutto avvenne in una manciata di ore del 2 ottobre 1992: una rissa fra bande rivali di carcerati si trasformò in una rivolta sedata con la violenza dalle forze dell’ordine, che provocarono 111 morti fra i detenuti. Silva è stato ritenuto colpevole della morte di 52 persone. La sentenza è scaturita dal verdetto della giuria popolare. Ma Silva e la sua condanna sono solo l’ultimo capitolo di una storia processuale che dura da anni.

 

Cirineu Carlos Letang Silva

 Cirineu Carlos Letang Silva arrestato.

 

Il massacro di Carandiru. Il carcere di Carandiru, prima del suo abbattimento nel 2002, era una delle casa di reclusione più grandi di tutto il Sud America con i suoi oltre 8mila (alcuni dicono 10mila) detenuti. Il tragico 2 ottobre 1992 scoppiò una lite tra due prigionieri: non ci volle molto perché la discussione degenerasse. I due, secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine, appartenevano a due bande rivali formatesi tra diversi detenuti, bande che lottavano quotidianamente per ottenere il controllo all’interno del carcere. La violenza, così, si diffuse rapidamente e alla lite presero parte centinaia di prigionieri, trasformando una semplice discussione in una vera e propria rivolta. La Polícia Militar do Estado de São Paulo, che operava all’interno della casa circondariale, presa alla sprovvista, tentò in ogni modo di riportare la situazione alla calma, ma con scarsi risultati. Decise dunque di passare a metodi più drastici: per riprendere il controllo della prigione, i poliziotti uccisero 111 persone. La versione ufficiale fu che si trattò di un atto di “legittima difesa”, ma nessun agente rimase ferito in alcun modo. I testimoni, tra cui diversi sopravvissuti, testimoniarono di come molti detenuti furono uccisi mentre si trovavano a terra inermi o cercavano di ripararsi nelle loro celle e si erano già arresi. Diversi ex prigionieri dichiararono anche che i morti furono molti più di 111, ma poiché nessun familiare rivendicò la scomparsa di alcuni detenuti, diversi corpi furono fatti sparire.

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Il processo. La vicenda fu un vero terremoto nell’opinione pubblica brasiliana, dove da tempo si lamentavano le pessime condizioni di vita dei carcerati e i soprusi di cui faceva abitualmente uso la polizia contro i detenuti. E non ci volle molto perché la notizia varcasse i confini nazionali, divenendo un caso internazionale. Il penitenziario era stato già sede di rivolte e di reiterate violazioni dei diritti umani, date anche le miserevoli condizioni in cui versava, e in cui erano costretti a vivere i suoi detenuti. Con l’avvio del processo, il Brasile decise anche di chiudere il carcere e addirittura di abbatterlo nel 2002. Il primo agente a finire sul banco degli imputati fu il colonnello Ubiratan Guimaraes, che nel 2001 venne condannato alla pena record di 632 anni di carcere. Dopo svariati ricorsi, però, nel 2006 riuscì a vedersi cancellata la pena, con i giudici che ritennero che Guimaraes avesse semplicemente eseguito gli ordini impartiti dall’alto. 7 mesi dopo questa sentenza, il corpo dell’ex colonnello fu trovato privo di vita nella sua abitazione: era stato freddato da 6 colpi di pistola.

Per arrivare invece al primo concreto atto del processo contro tutti i 79 agenti accusati (si stima che alle operazioni del 1992 presero però parte 330 agenti), si è dovuto attendere l’aprile 2013. A causa dell’alto numero di imputati, il processo fu diviso in più parti. Nell’aprile del 2013 ebbe luogo il primo atto e i giudici furono durissimi: dei 26 poliziotti imputati, solo 3 vennero assolti, mentre i restanti 23 vennero condannati a 156 anni di carcere ciascuno. Questi erano accusati dell’omicidio di soltanto 13 dei 111 detenuti uccisi nel lontano 1992. Una successiva udienza ha avuto luogo nei primi giorni dell’agosto 2013: altri 25 agenti furono condannati a 624 anni di carcere ciascuno per l’uccisione di 53 (poi diventati 46) dei 111 detenuti morti.

 

 

Tra storia e letteratura. L’ex agente Cirineu Carlos Letang Silva, che il 10 dicembre 2014 è stato ritenuto colpevole della morte di 52 dei 111 detenuti morti il 2 ottobre 1992, con una pena monstre di 624 anni di carcere, è il primo ad essere finito concretamente in manette. Come spiega l’agenzia Ansa, infatti, gli altri 73 agenti giudicati colpevoli nelle precedenti udienze rispondono alle accuse in libertà e possono ancora ricorrere contro le sentenze di condanna che variano dai 96 ai 624 anni di carcere. È però l’ennesimo passo avanti verso la parole “fine” di un caso che, per anni, ha scosso e continua a scuotere le anime del popolo brasiliano. Diversi parlamentari hanno chiesto, negli anni scorsi, che il massacro di Carandiru fosse inserito nel piano di studi delle scuole, mentre letteratura e cinema si sono già dedicati ampiamente al caso. Merito del medico brasiliano Drauzio Varella, che nel 1999 pubblicò il romanzo biografico Estação Carandiru (Stazione Carandiru), in cui narrava ciò che lui stesso vide nel carcere di San Paolo, dal giorno del suo arrivo nel 1989 fino al giorno della strage. Il romanzo è, tutt’oggi, uno dei più grandi successi editoriali del Brasile. Da questa opera fu tratto, nel 2003, il film Carandiru, diretto dal regista Héctor Babenco. La pellicola fu anche presentata al Festival di Cannes quello stesso anno. La particolarità di questo film è che fu girato proprio nel carcere di Carandiru, pochi mesi prima che venisse abbattuto.

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