All'origine del caos di oggi

Lawrence e il sogno (perduto) di un regno arabo unito

Lawrence e il sogno (perduto) di un regno arabo unito
01 Luglio 2014 ore 10:36

In questi giorni le notizie dal medioriente riguardano di preferenza l’imminente caduta di Baghdad. Settimane fa era la Siria al centro dell’attenzione. Abu Bakr al-Baghdadi, il riconosciuto capo delle milizie sunnite con le bandiere nere, è stato proclamato califfo di tutti i musulmani, dacché la sua azione – jihad – si estende da Aleppo (nord ovest della Siria) al distretto di Diyala (Iraq centrale, confini con l’Iran).

L’esperto di terrorismo J.M. Berger ha scritto sul Daily Beasts che quella di al-Baghdadi è una mossa che rasenta la sfrontatezza e mette a rischio molto di ciò che l’Isis (che già non si chiama più così) ha guadagnato in questi mesi. Se il neo califfo vince, vince tutto. Se perde, si trova in un mare di guai.
È più probabile che si verifichi la seconda ipotesi sia per ragioni interne (non tutti hanno visto di buon occhio la sua elezione) sia perché a Baghdad sono già arrivati i caccia russi e anche gli americani hanno mandato i loro agenti. Né Mosca né Washington ammettono di aver inviato truppe, ma un Suchoi non si impara a guidarlo in tre o quattro giorni, il tempo che il primo ministro irakeno ha indicato come necessario per renderli operativi.
Non è facile capire come si sia arrivati a questa situazione che vede Obama e Putin fornire contemporaneamente aiuti al primo ministro Nuri al-Maliki, sciita e dunque non ostile agli ayatollah iraniani.
Ci sono state due Guerre del Golfo, è vero, che hanno distrutto tutto quel che si poteva distruggere. Ci sono stati – prima – colpi di Stato a ripetizione che non hanno certo contribuito a far chiarezza nell’area. Ma all’origine di tutto sta un doppio inganno messo a segno dalle diplomazie francese e britannica al termine della I Guerra Mondiale.

 

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A sinistra, la cartina che Lawrence aveva con sé a Damasco. A destra, la cartina ai giorni nostri.

 

Andò così.
Il colonnello inglese Lawrence (noto se non altro per il film Lawrence d’Arabia, con Peter O’Toole e Omar Sharif), che aveva contribuito in maniera determinante alla caduta dell’impero Ottomano, era anche stato parte attiva nell’assedio dell’ultima sua roccaforte, Damasco. La carta vincente di Lawrence era stata la capacità di attrarre nell’orbita inglese le popolazioni nomadi del deserto, grazie al fatto di essere divenuto amico di uno dei loro capi, Faisal. Una volta caduta Damasco e costituitosi lo stato arabo indipendente, Faisal ne sarebbe divenuto il re.

 

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Faisal, primo re dell’Iraq, e Chaim Weizmann, futuro primo presidente di Israele, il 3 gennaio 1919 per la firma dell’accordo Faisal–Weizmann. Weizmann indossa il copricapo arabo in segno di amicizia.

 

Questo si immaginava Lawrence. Senza sapere che Parigi e Londra si erano preventivamente accordate (Accordi Sikes-Picot) per spartirsi i territori dell’ex Impero Ottomano e lasciare alle popolazioni arabe il loro deserto: Libano e Siria sarebbero stati protettorato francese; di Palestina, Transgiordania e Iraq si sarebbero occupati gli Inglesi. Che avviarono con gli arabi una corrispondenza per lo meno ambigua lasciandoli credere padroni dei territori in cui si parlava la lingua del Corano, mentre altre erano le intenzioni del Foreign Office.
Così nell’aprile del 1920, un anno e mezzo dopo la presa di Damasco (30 settembre 1918) ma a solo un mese dall’insediamento di Faisal sul trono, le due potenze coloniali, riunite nella Conferenza di Sanremo, decisero di far intervenire contro di lui la Lega delle Nazioni. Oggi ONU.
Faisal si guardò bene dall’accettare l’intervento della Lega, ma dopo qualche mese di parole date e ritirate, al termine di uno scontro passato alla storia come battaglia di Maysaloun le truppe francesi partite dal Libano entrarono in Damasco, ponendo fine al sogno di Lawrence di una Arabia indipendente.

 

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Peter O’Toole interpreta Lawrence d’Arabia nel film del 1962.

 

La rivolta araba, per altro, iniziò immediatamente e proprio grazie a Lawrence, inviato nel frattempo al Cairo per preparare il terreno all’insediamento di Faisal, al momento esule in Inghilterra, sul trono di Baghdad.

Tutti gli sforzi profusi dal colonnello per convincere Londra del fatto che sarebbe stato suo interesse promuovere un regno arabo unito furono vani. Avvilito, si dimise dalla carica di consigliere politico degli Affari Arabi, rifiutò la carica di viceré delle Indie e si prese il lusso di rifiutare la prestigiosa Victoria Cross di fronte a tutti, proprio nel momento in cui Sua Maestà Giorgio V stava consegnandogliela.
Tre anni dopo la Francia ottenne il protettorato della Siria e del Libano e si diede a sedare ogni focolaio di rivolta araba mentre gli inglesi continuavano a fare le stesse promesse ai rivoltosi e a un nuovo soggetto rimasto fino a questo momento sotto traccia: i sionisti della Palestina.
A ottanta anni di distanza da questi avvenimenti, nel 2002, in un’intervista rilasciata a The New Statesman, il Segretario agli Affari Esteri di Sua Maestà, Jack Straw si permise questa osservazione: «Un sacco di problemi coi quali ci dobbiamo confrontare adesso – coi quali io mi devo confrontare adesso – sono la conseguenza del nostro passato coloniale. La dichiarazione Balfour, e le assicurazioni contraddittorie che davamo in privato ai Palestinesi nello stesso momento in cui le davamo agli Israeliani – di nuovo, è una storia interessante per noi, però non torna propriamente a nostro onore.»
La dichiarazione Balfour (novembre 1917) è il documento in cui il governo britannico dichiarava di guardare con favore alla creazione di un “focolare ebraico” in Palestina.
Inserita nel Trattato di Sèvres che stabiliva la fine delle ostilità con la Turchia, permise al Regno Unito di diventare titolare del Mandato della Palestina al termine del quale – maggio 1948 – fu proclamato lo Stato di Israele. Le micce dei presenti incendi ci sono già tutte.

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