Cronaca
Se n'è andato a 83 anni

Addio al principe Alì e a Jurij Živago (Quanto era grande Omar Sharif)

Addio al principe Alì e a Jurij Živago (Quanto era grande Omar Sharif)
Cronaca 10 Luglio 2015 ore 19:47

Gli amanti del bridge lo piangeranno come uno dei più affermati giocatori del mondo. I lettori come l’autore di molti libri su quel gioco complicato. l bridgisti al computer come l’inventore di una sua versione elettronica. Per tutti gli altri Omar Sharif, l’attore egiziano morto oggi all’età di 83 anni, sarà sempre il principe, anzi Sharīf, ‘Ali ibn al-Kharīsh di cui si innamorò il colonnello - e agente segreto - inglese Thomas E. Lawrence (Lawrence d’Arabia), forte al punto da sollevare da terra due bambini tenendoli in piedi sui palmi delle mani.

E sarà sempre anche Jurij Živago, il dottor Živago del film in cui una Julie Christie al massimo del suo splendore umano e divino recitava nella parte di Lara. Poi Sharif ha lavorato anche in altre parti - nella versione italiana delle Cronache di Narnia - Il leone, la strega e l’armadio ha fornito la sua voce ad Aslan il leone - ma vale per i grandi attori la regola delle fotografie di famiglia: di tante che se ne fanno due - tre al massimo - sono quelle identificano una vita. Le altre si possono anche perdere.

12 foto Sfoglia la gallery

Dunque Omar Sharif principe ‘Ali. Per dirla con la Nannini, Bello; bello e impossibile / con gli occhi neri e il tuo sapor mediorientale… Mediorientale sì, e impossibile anche perché lui scelse un’altra cantante, Barbara Streisand, prima di sposare un’egiziana - una specie di Sophia Loren delle piramidi e delle moschee circonvicine - che gli dette un figlio comparso alla ribalta solo anni dopo. Ne parlarono i rotocalchi.

Nel film - che in Italia fu possibile vedere nel 63 - aveva di fronte l’idolo delle ragazze inglesi del tempo, l’attore irlandese Peter O’Toole: il circasso, come lo chiamava l’altro per punzecchiarlo, non solo a motivo degli occhi azzurri intensi, ma anche perché quel popolo - noto la bellezza delle sue donne e dei suoi uomini rossi di capelli e dal fisico snello ed elegante - aveva dominato l’Egitto al tempo dei mamelucchi. Davvero un bel match fra i due, a tutto vantaggio del pubblico femminile. Quell’anno il film si prese l’Oscar come miglior film, mentre miglior attore fu decretato Gregory Peck per il suo ruolo di avvocato in Il buio oltre la siepe. I nostri due si dovettero accontentare di una nomination, rispettivamente come protagonista e come non-protagonista. Gli americani non sono nazionalisti.

 

 

Tre anni dopo Omar Sharif torna come dottor Živago. Che prima si sposa con Tonia - Geraldine Chaplin, per cui alcuni fecero una vera e propria malattia - e poi, quando questa se ne va a Parigi per timore della rivoluzione prossima ventura, incontra Larissa “Lara” Antipovna, la moglie di Strelnikov, il fucilatore. In realtà non la incontra: la re-incontra, perché la conosceva già dai tempi di Mosca. Quando la ritrova nella sperduta località di Varykino fra i due nasce quel che nel libro è il rapporto fra Pasternak e la cultura russa tradizionale riscoperta nella sua bellezza, e nel film una storia d’amore incantata in un paesaggio magico.

Sharif /Živago ha perso lo splendore lucente del deserto e ha assunto la malinconia degli infiniti boschi di betulle e degli oceani lucidi d’erba e di neve. Quando il borghese borsanerista Komarowsky (Rod Steiger) torna a prendersi Lara per portarla via con sé, in fondo lo spettatore se lo sentiva che sarebbe finita così. Del dottore rimane il volto pieno di nostalgia per qualcosa di avuto e insieme perduto.

 

 

In tutte le altre apparizioni - anche in quelle come ospite televisivo, magari in occasione di qualche premio - l’attore non perderà mai del tutto quella tinta di tristezza. Nemmeno quando intervenne al Raffaella Carrà Show su Canale 5 producendo un picco di ascolti impressionante. Le donne. Sempre le donne.

Gli uomini potevano solo invidiarlo: bellissimo, campione internazionale di bridge (che vuol dire anche intelligente), in grado di esprimersi correntemente in arabo, francese, inglese e - chi lo avrebbe mai detto - anche in italiano. Tutte lingue in cui si doppiava da solo. Qualche incertezza presentavano il suo greco (moderno) e il turco. Mettici anche che era ricco: cos’altro restava a noi mortali? Il tedesco, forse, il finlandese. L’urdu. Scherziamo. Abbiamo infatti sempre presente (pur nel nostro  piccolo) la preghiera dei Greci antichi: «Dacci o dio, una ricchezza che non possa essere invidiata», cioè impensabile, incomparabile, fuori della portata di tutti.

Quella di Omar Sharif lo era. Possiamo solo essergli grati di avercene regalata un po’.

Resta sempre aggiornato sulle notizie del tuo territorioIscriviti alla newsletter