Sfida al presidente al-Sisi

Alcune fonti dicono che l’Isis ha sgozzato 21 cristiani copti

Alcune fonti dicono che l’Isis ha sgozzato 21 cristiani copti
13 Febbraio 2015 ore 14:49

Se la notizia venisse confermata si tratterebbe dell’ennesimo massacro compiuto dai miliziani del sedicente Stato Islamico. 21 cristiani copti egiziani, rapiti a inizio gennaio nelle vicinanze della città libica di Sirte, 500 chilometri a est di Tripoli, sarebbero stato sgozzati. A riportare la notizia sono alcuni siti di informazione egiziani che citano account twitter riconducibili al braccio libico del sedicente califfato e la rivista Dabiq, considerata l’house organ ufficiale degli jihadisti. Sia sulla rivista, che non cita espressamente l’esecuzione, sia in rete circolano anche alcune foto riconducibili agli ostaggi. Una di queste ritrae 5 prigionieri vestiti con l’ormai tristemente famosa tuta arancione, in ginocchio su una spiaggia e i boia con i coltelli sfoderati alle loro spalle. La didascalia in inglese sotto la foto spiega che si tratta degli “umiliati seguaci della chiesa copta”. Un’altra mostra un gruppo di uomini in fila con i loro boia ed è corredata dalla scritta “vendetta per le musulmane perseguitate dai crociati copti d’Egitto”.

Il governo egiziano non conferma e non smentisce. Da settimane ha istituito un’unità di crisi per seguire la vicenda e per il momento si limita a far parlare il ministero degli Esteri, che dichiara di stare seguendo gli sviluppi della situazione. La Presidenza egiziana ha diramato una nota in cui si afferma che «si sta tentando di verificare le informazioni. Contatti sono in corso con fonti libiche ufficiali e non». Da quando è avvenuto il rapimento, l’Egitto e gli emissari di gruppi tribali insediati nella regione di Minya hanno infatti avviato una serie di trattative. Alcuni lati oscuri nella dinamica del rapimento collettivo hanno fatto tenere aperte tutte le piste, compreso quella del gesto di sequestratori interessati soltanto a ottenere un consistente riscatto in cambio della loro liberazione.

Il fenomeno dei rapimenti dei copti. I 21 copti erano in Libia perché emigrati. Lavoravano nella città di Sirte ed erano originari del governatorato di Minya, nell’alto Egitto, dove il rapimento sistematico di persone appartenenti alla comunità cristiana copta ha assunto da tempo le dimensioni di un vero e proprio business criminale. Radio Vaticana riferisce dati forniti recentemente da un copto militante dell’Unione giovanile Maspero (movimento che prende il nome dal massacro del 2011 quando 23 copti vennero uccisi dai reparti dell’esercito egiziano) e fondatore del Partito d’Iniziativa Popolare, secondo cui nel solo Governatorato di Minya la somma complessiva di denaro versata per pagare il riscatto di cristiani rapiti a partire dal gennaio 2011 – quando in Egitto iniziò la cosiddetta “primavera araba” che portò alla caduta del regime di Hosni Mubarak – ha superato da tempo la cifra di 120 milioni di lire egiziane. Pari a più di 16 milioni di euro.

 

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La ricostruzione della vicenda. I primi giorni di gennaio alcune fonti del governo libico riconosciuto internazionalmente, avevano confermato la notizia diffusa dall’agenzia di stampa egiziana Mena sul rapimento, attribuito agli islamisti di Ansar al-Sharia attivi a Bengasi, di un gruppo di 13 copti, che andavano a unirsi agli altri già in mano ai miliziani. Pochi giorni dopo alcuni siti web della galassia jihadista pubblicarono le foto di 21 egiziani copti rapiti nelle ultime settimane nell’area di Sirte in due sequestri di gruppo, attribuendo i rapimenti al braccio libico dello Stato Islamico. I sequestrati vennero definiti dagli jihadisti “crociati cristiani arrestati dai soldati dello Stato Islamico in diverse regioni della provincia di Tripoli”. Tuttavia non vennero avanzate richieste per il loro rilascio, nemmeno di natura economica. I familiari dei rapiti e i rappresentanti della comunità copta del governatorato di Minya all’epoca confermarono l’autenticità delle foto. Secondo alcuni analisti egiziani, i copti presenti in Libia per motivi di lavoro vengono considerati come “bersagli legittimi” dai gruppi jihadisti, che li colpiscono con violenze e rapimenti mirati anche per ritorsione contro il sostegno che l’Egitto intende garantire al governo insediato a Tobruk e internazionalmente riconosciuto.

Chi sono i copti. I copti in Egitto costituiscono circa il 10% della popolazione, che in totale conta 80 milioni di persone. Nel mondo in tutto sono meno di 15 milioni di fedeli, e oltre all’Egitto si trovano in Etiopia ed Eritrea. Sebbene siano trattati da stranieri nella loro patria, sono i veri egiziani. Discendono, infatti, dai Faraoni. La parola “copto” deriva dall’arabo qubt che deriva dal greco aiguptos e significa egiziano.

La Chiesa copta è una chiesa cristiana facente parte di una della chiese uscite dal Concilio di Calcedonia del 451, durante il quale i vescovi della cristianità si riunirono per discutere se la natura di Cristo fosse solo divina o anche umana. Secondo i copti il Signore è perfetto nella sua divinità e perfetto nella sua umanità, ma la sua divinità e la sua umanità sono state unite in una sola natura chiamata “la natura del Verbo incarnato”. La sede principale dei copti è ad Alessandria e il Patriarca ha il titolo di Papa di Alessandria e Patriarca di tutte le Afriche della sede di San Marco. L’attuale Papa è Teodoro II, il 178esimo successore di San Marco (così come l’attuale Papa di Roma è il 266esimo successore di San Pietro). Papa Teodoro II è succeduto a Shenuda III, morto nel 2012.

In Egitto, nei secoli, i copti hanno sempre rappresentato una minoranza spesso oggetto di persecuzioni e limitazioni, sebbene siano l’elite culturale del Paese e il pilastro della sua economia. Tra i copti egiziani più famosi c’è l’ex segretario generale dell’Onu Boutros Boutros-Ghali. Il regime di Hosni Mubarak, come tutti i regimi, ha sempre protetto le minoranze, ma con la rivolta di piazza Tahrir e l’avvento delle frange più radicali dell’islam per i copti sono ricominciate le persecuzioni. Nei giorni della rivolta che portò alla destituzione di Mubarak vennero date alle fiamme numerose chiese e con l’adozione della nuova Costituzione è iniziata una vera e propria diaspora dal Paese, che ancora oggi non si ferma.

 

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