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Un ritrovamento alla Biblioteca Ambrosiana

Alle origini della letteratura italiana Cambiano di nuovo le carte in tavola

Alle origini della letteratura italiana Cambiano di nuovo le carte in tavola
Cronaca 10 Febbraio 2015 ore 14:36

In un articolo bello ed erudito, IlSole24ore ci racconta che Nello Bertoletti, professore all’Università di Trento, ha scoperto tra le carte di un manoscritto della Biblioteca Ambrosiana e pubblicato un nuovo testo poetico scritto alle origini della nostra lingua che comincia così:

Aiuta De’, vera lus et gartaç,
Aiuta De’, vera lus et gartaç,
rex glorïoso, segnior, set a vu’ platz,
chìa mon conpago sê la fedel aiuta.
E’ nun lo vite, po’ la note fox veiota.

Ovvero, nella traduzione offerta dallo stesso Bertoletti: «Sii d’aiuto Dio, vera luce e splendore, re glorioso, signore, se a voi piace, siate il fedele aiuto del mio compagno. Io non l’ho visto, da quando si è vista la notte». Il testo prosegue per altre quattro stanze, nelle quali l’orante, dopo aver invocato Dio, si rivolge a un «Bè conpagnó», cioè a un «Bel compagno», invitandolo a svegliarsi, perché l’alba si avvicina.

Perché è importante questa scoperta? Perché fino a una ventina d’anni fa si pensava che i primi testi poetici in volgare italiano fossero siciliani e toscani. Per l’esattezza, di Cielo di Alcamo («Rosa fresca / aulentissima…»), e di Folcacchiero da Siena (la canzone Tutto lo mondo vive sanza guerra). Poi un’altra canzone e un frammento proveniente dalla zona di Piacenza scossero un po’ le precedenti certezze: «Si tratta, precisamente, della canzone Quando eu stava scoperta da Alfredo Stussi in un’antica pergamena ravennate, e del frammento piacentino Oi bella scoperto da Claudio Vela (2005)».

Adesso il testo pubblicato da Bertoletti cambia ancora le carte, perché l’“Alba” è un genere poetico diffuso in molte letterature, ma pochissimo sul suolo italiano. Soprattutto era «vitalissimo fra i trovatori, cioè tra quei poeti che vissero nella Francia meridionale, e successivamente anche nell’Italia del nord, tra la fine del secolo XI e la fine del secolo XIII». Non c’entra niente con questa scoperta, però ci piace ricordare – nell’occasione – che l’“Alba” più bella che conosciamo è stata scritta nel secolo scorso da un poeta spagnolo, Juan Ramón Jiménez e dice:

Al amanecer,
el mundo me besa
en tu boca, mujer.

Cioè: «Allo spuntar del giorno / il mondo mi bacia / nella tua bocca, donna». Chiusa parentesi. Che cosa cambia, per noi, la scoperta di un’Alba trobadorica tradotta in una lingua che probabilmente era quella del Piemonte meridionale? Cambia molto. Aiuta De’ non è infatti un testo genericamente ispirato alla poesia dei trovatori: è  «la traduzione di una celebre alba del trovatore Giraut de Borneil, quello che Dante nel De vulgari eloquentia indica come esemplare della «poesia della rettitudine». L’alba di Giraut ha però un incipit diverso, comincia infatti Reis glorios, verays lums e clardatz (dove il Re glorioso è appunto Dio)». Ma le differenze si limitano a questa e altre poche.

E così, mentre fino ad alcuni anni fa si pensava che la poesia dei trovatori fosse arrivata in Sicilia – da dove poi si sarebbe diffusa, risalendo la penisola – per la via cosiddetta “veneta”, adesso sappiamo invece – o possiamo cominciare a ritenere di avere tra le mani «la traccia concreta della trasmissione di un testo trobadorico [Reis glorios] dalla Provenza alla Sicilia attraverso una mediazione italiana nordoccidentale (piemontese), anziché veneta». Questa la conclusione del Bertoletti.

In termini stradali, la prima poesia in lingua volgare sarebbe arrivata in Sicilia, alla corte di Federico II, non lungo l’A14 (la canzone Quando eu stava si trova in una pergamena proveniente da Ravenna) ma seguendo l’Aurelia (o la via Francigena) fino a Roma e imboccando la Roma-Reggio Calabria a Settebagni o a Valmontone. Magari, ignorandosi reciprocamente, hanno fatto il viaggio insieme, una sull’Adriatico e l’altra sul Tirreno. Ma per esserne sicuri si dovranno attendere nuovi ritrovamenti.

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