Cronaca
Un cambiamento sociale

Altro che patria dell'indipendenza Negli Usa è tempo di bamboccioni

Altro che patria dell'indipendenza Negli Usa è tempo di bamboccioni
Cronaca 30 Novembre 2015 ore 13:35

I giovani tendono a restare sotto il tetto paterno più a lungo, per mancanza di indipendenza economica e per altri fattori, sociali ed economici, che congiurano contro il taglio del “cordone ombelicale”. Le donne e gli uomini di età compresa tra i venti e i 35 anni che restano nella famiglia d'origine sono stati chiamati in vari modi, il più gettonato è l'appellativo di “bamboccioni” dato nel non lontano 2007 da Padoa Schioppa, allora ministro dell'Economia. Forse, però, i “bamboccioni” sembrerebbero meno biasimevoli, se si sapesse che pure negli Stati Uniti la situazione sta diventando incredibilmente simile a quella italiana. Attualmente, il 43 percento dei ragazzi e il 36 percento delle ragazze di età compresa tra i 18 e i 32 anni abita con i genitori – lo dice Richard Fry in un rapporto del Pew research center e il dato è ripreso da Tullio de Mauro su Internazionale. Negli anni Sessanta le percentuali erano ferme, rispettivamente, al 26 e al 20 percento.

 

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Certo, si tratta di dati irrisori, se confrontati con quelli italiani. Nel 2013, l'Eurostat informava che due giovani su tre, cioè il 65,8 percento, erano ancora a casa con mamma e papà. I maschi restii a lasciare il nido familiare sarebbero stati pari al 57,5 percento della popolazione di età compresa tra i 25 e i 34 anni, mentre la percentuale femminile sarebbe stata del 41,4 percento. In ogni caso, sta evidentemente aumentando la tendenza centripeta, che induce i ragazzi a non trovare una casa propria, e non si tratta di una realtà esclusivamente italiana.

Tullio De Mauro ricorda che negli anni Quaranta era normale per i figli allargare la famiglia paterna. In sostanza, la novella sposa si trasferiva nella casa del marito e qui cresceva i suoi figli. E spesso la storia si ripeteva con la generazione successiva, e con quella dopo ancora. Non era raro, nella società contadina. Ora le cose sono cambiate, ma alle esigenze dell'agricoltura si sono sostituite quelle del mondo del lavoro, sempre più competitivo. Il livello di istruzione medio si è alzato e con esso gli anni da trascorrere a scuola, poi all'università. In sostanza, sono aumentati gli anni che ogni figlio deve trascorrere a carico dei genitori.

 

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Una volta ottenuta l'agognata laurea, poi, non è detto che questo basti per avere un lavoro. Anzi. Si studia per avere un master, specializzazioni di vario tipo, certificazioni. Sono passaggi ormai quasi scontati, per i giovani d'oggi, passaggi che rallentano il raggiungimento della piena indipendenza economica. È pur vero che c'è sempre qualcuno che decide di mantenersi da sé e aggiunge allo studio dei lavori saltuari, quel che basta per pagarsi vitto e alloggio. Ma si tratta della minoranza.

Uscire dalla comfort zone – pasti caldi e pronti, casa pulita, bollette che si pagano da sé, ambienti ben riscaldati – è sempre più difficile. Si attribuisce la responsabilità allo studio, alla crisi economica, cioè al lavoro che non c'è e ai prezzi che salgono. C'è, anche, una certa immaturità, un'educazione che tende a (iper)proteggere i giovani, piuttosto che a spingerli verso l'esterno. Tutto ciò, del resto, è discorso già noto, è il solito “si stava meglio quando si stava peggio”, che sarà pure vero, ma ormai non ci spiega più nulla, a furia di essere ripetuto.

Verrebbe da chiedersi se bastino ancora i fattori socio-economici, per spiegare quello che potrebbe essere chiamato il “ritardo” dei giovani. Verrebbe da chiedersi se non siamo nel bel mezzo di un vasto cambiamento culturale (antropologico?) di cui non ci siamo resi ancora conto – dal momento che lo stiamo vivendo. Oppure, più semplicemente, verrebbe da chiedersi se è mancata, se sta mancando, un'educazione alla responsabilità, e pure alla fatica. Se lo studio, la società, l'economia rallentano (troppo) l'uscita dall'orbita famigliare, è inutile prendersela col sistema e incrociare le braccia, sperando nella buona sorte. Occorre fare ciò tutto ciò che dipende, esclusivamente, dalla nostra volontà e dalle nostre decisioni. Come scriveva Machiavelli, bisognerebbe opporre la virtù (cioè, il valore individuale) alla fortuna (semplificando, al caso). Se non si dovesse riuscire nell'impresa – il guadagno di una posizione socioeconomica indipendente -, avremo comunque il merito di averci provato.