il dottor Paolo Serboli

Il primario di Ponte San Pietro: «Alzano o no, l’epidemia si sarebbe scatenata comunque»

«Portatori di virus erano in giro da tempo. Non avevamo mai visto una cosa del genere a memoria d'uomo e siamo finiti tutti sott'acqua»

Il primario di Ponte San Pietro: «Alzano o no, l’epidemia si sarebbe scatenata comunque»
Ponte San Pietro e Isola, 18 Aprile 2020 ore 13:43

di Paolo Aresi, foto Devid Rotasperti

«Ci sono alcuni momenti che non dimenticherò mai di questo mese e mezzo passato in questo tsunami che ci ha travolto e in cui abbiamo cercato di stare a galla, di non annegare». Paolo Serboli ha 55 anni, da otto anni è primario del pronto soccorso del Policlinico San Pietro, a Ponte. Ha passato tutto il periodo dell’epidemia in prima linea, nel suo pronto soccorso completamente trasformato. Oggi è riuscito a fermarsi un attimo, una parentesi, perché finalmente la malattia sta dando una tregua.

Che cosa le viene in mente dottore?

«Mi viene in mente una sera di fine febbraio, io mi trovavo in pronto soccorso anche se era molto tardi perché avevamo dei medici ammalati. Hanno cominciato ad arrivare dei pazienti, persone anziane, tutte con lo stesso tipo di sintomi, tutti che avevano una grave polmonite. Nel giro di un paio di ore ne sono arrivati sei, tutti da Zogno. Ho chiamato il direttore sanitario, era mezzanotte. Da lì è partito tutto, da lì abbiamo capito che il Covid-19 era il nemico che stavamo aspettando, ed era arrivato. Ma non ce lo immaginavamo così».

Non lo immaginavate così?

«No perché non avevamo nessuna esperienza, avevamo delle informazioni dalla Cina, ma lo tratteggiavano come un’influenza, magari un po’ più difficile, pericolosa soprattutto per le persone anziane. Ma non credevamo che potesse essere così virulento e così violento, no. Nessuno lo immaginava, alla fine di febbraio, bisogna essere onesti. Poi… del senno di poi sono piene le fosse».

Non pensavate fosse così contagioso.

«No, non avevamo capito quanto lo fosse».

E quando lo avete capito?

«Subito, sul campo. Quando hanno cominciato ad affluire tutti quei pazienti, nel giro di poche ore… a quel punto la gravità della situazione era chiara».

Che cosa avete fatto?

«Abbiamo trasformato il pronto soccorso e tutto l’ospedale. La struttura, la proprietà, ci sono venuti incontro, ci hanno dato tutta la collaborazione possibile. Era come se fuori di qui fosse scoppiata la guerra e i feriti arrivavano e tanti erano gravissimi. Noi siamo diventati l’ospedale da campo di una guerra. Abbiamo mandato a casa tutti i malati che non erano gravi o urgenti, abbiamo rinviato tutto quello che si poteva rinviare. E abbiamo ricavato 180 posti letto per malati di Covid-19».

Ce l’avete fatta a fronteggiare l’emergenza.

«All’inizio è stato difficile, siamo stati sopraffatti. Ma poi, anche se a fatica, siamo riusciti a contenere l’emergenza».

Di chi è la responsabilità?

«Guardi, io non darei nessuna colpa. Non avevamo mai visto una cosa del genere a memoria d’uomo. L’unica immagine che descrive quello che è successo è lo tsunami. Non un’onda anomala, uno tsunami, qualcosa di indescrivibile. E siamo finiti tutti sott’acqua, nonostante tutti gli sforzi e la buona volontà. Ma lo sa che ci sono stati momenti in cui fermavamo le ambulanze qui perché le utilizzavamo come stanze perché avevano l’ossigeno e quindi ci si poteva attaccare un altro ammalato? Abbiamo usato ogni respiratore, ogni bombola, non sapevamo più dove cercarne».

Ha visto morire tante persone.

«Sì».

Come si è sentito?

«Siamo medici, siamo abituati anche alla morte di un paziente. Ma questa volta. Confesso che qualche volta io e miei medici e i miei infermieri non ce l’abbiamo fatta. Qualche volta lo schermo della professionalità non ha tenuto. Abbiamo pianto, o siamo scappati via per andare a piangere dove non eravamo visti».

Ricorda un momento particolare?

«La morte dei pazienti in solitudine, senza una persona cara, è stato difficile da sopportare. Noi medici e infermieri eravamo in quel momento tutto per loro, anche la loro famiglia. Una sera ero accanto a una signora anziana, una nonnina di 86 anni. Lei non parlava perché aveva la maschera dell’ossigeno, mi ha preso la mano, gliel’ho tenuta e in quel momento l’ho vista spegnersi. Non ci si può abituare a tutto, non ci si deve abituare a tutto. Siamo esseri umani».

Questo tsunami ha avuto qualche effetto positivo?

«Sì. Per esempio ha abbattuto anche i muri della burocrazia, siamo riusciti a fare cose in poche giorni inimmaginabili in tempi normali. Inoltre ci ha dato la consapevolezza di saper fare davvero squadra fra tutti: personale medico, infermieristico, sanitario e socio-sanitario, tecnico, di fronte a un nemico comune. E poi c’è stato il sostegno e la solidarietà di tutto il territorio del quale abbiamo sempre sentito la presenza anche attraverso gesti come farci arrivare pasti e altre attenzioni».

Che cosa pensa di quello che è successo all’ospedale di Alzano?

«Io non so bene come sia andata, c’è un’indagine in corso. Però una cosa la posso dire con sicurezza: con Alzano o senza Alzano, l’epidemia in Bergamasca si sarebbe scatenata comunque. C’erano in giro da tempo dei portatori del virus, qualcuno si è ammalato lievemente o ha fatto delle polmoniti non riconosciute. Altri sono rimasti sani. Alla fine, la malattia sarebbe comunque esplosa». (…)

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