«La macchina dell'odio del web»

Anonymous, quel che c’è da sapere sugli hacker che ora sfidano l’Isis

Anonymous, quel che c’è da sapere sugli hacker che ora sfidano l’Isis
10 Febbraio 2015 ore 10:00

Come noto, la grande forza dello Stato islamico sta nella massiccia campagna propagandistica con cui vengono reclutate singole cellule in tutto il mondo, le quali divengono quindi delle pericolosissime mine vaganti che potrebbero attuare attentati terroristici in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Il mezzo con cui avviene questo proselitismo è, naturalmente, internet: quale strumento migliore per raggiungere pressoché istantaneamente ogni angolo e ogni individuo del globo? Ecco perché la lotta all’Isis si è concentrata, oltre che sul piano militare, anche sul piano informatico, con innumerevoli forze digitali impiegate nel tentativo di fermare lo Stato islamico in formato web.

Fra i “cyber-soldati” appena citati, un ruolo di primissimo piano è occupato da Anonymous, l’associazione internazionale di hacker che, in seguito all’attentato alla redazione del giornale Charlie Hebdo del 7 gennaio, ha deciso di dedicarsi all’annientamento informatico dell’Isis. E nella giornata di ieri, 8 febbraio, Anonymous ha comunicato al mondo i primi risultati di questa guerra digitale.

 

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A quanto pare infatti, in questo primo mese, Anonymous è riuscita ad hackerare migliaia di pagine ed account fra Twitter e Facebook, rendendole inutilizzabili ai titolari. Non solo, oltre al controllo delle singole pagine si è riuscito anche ad ottenere un preciso elenco delle email di tutti coloro che, sul web, hanno deciso di aderire alla causa jihadista, per poi renderlo pubblico. E per la prima volta sono stati resi noti gli indirizzi VPN, cioè le reti virtuali private che permetto una comunicazione sicura a coloro che non vogliono essere sorvegliati. Molte delle informazioni relative ai soggetti individuati verrebbero proprio da qui, mentre il reperimento dei dati sensibili di molti predicatori pro Isis sembra il risultato di un lungo e laborioso processo di intelligence svelato solo oggi e a cui Anonymous avrebbe dato un forte contributo.

Cos’è Anonymous. La storia di questa associazione di brillanti menti informatiche ha inizio nel 2003, quando sul popolare sito www.4chan.org, una piattaforma che rappresenta un libero spazio di pubblicazione di immagini e commenti legati in particolare ai manga giapponesi ma in generale a qualsiasi tipo di argomento, alcuni utenti cominciarono a fare scherzi informatici di vario tipo utilizzando il generico nickname “Anonymous”. Tutti coloro che si dedicavano a questa pratica, con il tempo, decisero di unirsi in un unico gruppo, chiamato per l’appunto Anonymous, che aveva perlopiù un fine scherzoso e di svago.

Nel 2006, però, si cominciò a fare sul serio: Anonymous attaccò un sito internet di giochi online, Habbo Hotel, in seguito allo scatenarsi della notizia secondo la quale i gestori del suddetto sito avevano cominciato a creare archivi propri in cui classificavano gli utenti in base al colore della pelle (rilevabile attraverso le informazioni di registrazione). Il gruppo si affacciò dunque alla ribalta mondiale, tanto che persino il celebre network televisivo Fox decise di dedicarci un breve documentario, definendoli «the internet hate machine», la macchina dell’odio informatico.

 

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Nel 2008, in seguito ad una questione fra Google e l’associazione Scientology in merito alla pubblicazione online di un particolare video, Anonymous scese in campo contro la setta, in difesa, a loro dire, della libertà d’espressione e di stampa. La polemica fra Google e Scientology ebbe una notevole risonanza mediatica (ci furono addirittura manifestazioni in piazza in varie città), e quindi, conseguentemente, anche Anonymous vide accrescere la propria popolarità. Fu attraverso questa vicenda che il gruppo decise di lasciar perdere le sciocchezze e dedicarsi ad un’attività informatica diretta alla sfera politica e sociale.

Cominciarono allora una lunga serie di attacchi hacker: nel 2009 vennero caricati su Youtube centinaia di video pornografici mascherati da video per bambini; nello stesso anno, Anonymous, grazie alla creazione di specifici siti internet, fu uno dei principali aggregatori di tutti coloro che denunciavano brogli elettorali nelle elezioni presidenziali in Iran, quelle portarono nuovamente al potere Ahjmadinejad; nel 2010 Anonymous si schierò apertamente in favore di Wikileaks, in nome di una totale libertà di espressione: in seguito alle azioni giudiziarie nei confronti di Julian Assange, attaccò, in segno di rappresaglia, i siti internet di Amazon, Master Card, Visa, della banca svizzera PostFinance e di tanti altri. Anche l’Italia ha avuto modo di conoscere Anonymous, quando nel 2011, come protesta rispetto all’apertura di impianti idroelettrici in Guatemala, venne hackerato il sito web dell’Enel. Negli anni successivi, anche i siti del Ministero dell’Interno, dei Carabinieri e persino di Vittorio Sgarbi subirono la medesima sorte.

Dopo numerosi altri attacchi, fra cui uno a Facebook e uno al sito del Vaticano, arriva la svolta contro l’Isis: l’attacco a Charlie Hebdo venne interpretato come un’inaccettabile azione contro la libertà di espressione, che come si sarà capito è il valore fondamentale per Anonymous, e portò il gruppo a concentrare i propri sforzi nella guerra informatica al Califfato.

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