Con i danni collaterali

Anonymous vs Isis, operation Paris Ma serve davvero a qualcosa?

Anonymous vs Isis, operation Paris Ma serve davvero a qualcosa?
27 Novembre 2015 ore 08:30

Gli hacktivisti mascherati sono finiti sulle prime pagine di tutti i giornali quando hanno annunciato l’inizio di una vera e propria guerra informatica ai danni dello Stato Islamico. Cerchiamo di capire come agiscono e quali sono i risultati dei loro interventi (alcuni addetti ai lavori parlano di danni, più che di benefici).

Operazione Parigi. Il gruppo di attivisti di Anonymous ha approfittato di un evento dall’enorme impatto mediatico per far parlare ancora di sé, dichiarando nuovamente la propria posizione in favore della libertà e della pace. Solo ventiquattr’ore dopo l’attacco di Parigi è stato lanciato un video tutt’altro che amatoriale, in cui un uomo con la celebre maschera di Guy Fawkes annunciava la ripresa della controffensiva contro l’ISIS, cominciata dopo l’attentato alla sede Charlie Hebdo, e affievolitasi dopo qualche settimana.

 

https://youtu.be/oZPucyvPiwc

 

I vertici di Anonymous hanno spiegato il meccanismo dei loro attacchi informatici, articolato in due fasi: la ricerca di informazioni tramite violazione di account di proprietà di membri e simpatizzanti dell’ISIS, l’eliminazione dei fondamentalisti dalla rete. L’utilizzo di social e forum da parte dei sostenitori del Califfato è infatti molto importante, sia per l’azione di propaganda, sia per l’organizzazione concreta, campagne di reclutamento di nuove leve comprese.

Gli attivisti hanno creato un account su Twitter per coordinare le operazioni contro l’ISIS e riportare i successi ottenuti dal gruppo, con aggiornamenti giornalieri che servono a testimoniare il loro costante bombardamento virtuale.

 

 

Migliaia di account oscurati. Gli ultimi tweet annunciano la chiusura di oltre 11mila account Twitter collegati all’ISIS: si tratta di profili utilizzati da persone che, nella maggior parte dei casi, non hanno nemmeno provato a nascondere la propria simpatia o il proprio appoggio allo Stato Islamico. Il numero non può essere confermato ufficialmente perché, come rivelato dagli stessi membri di Anonymous, il conteggio viene fatto da un software che verifica quanti account, tra quelli segnalati dagli hacker, vengano in seguito effettivamente oscurati da Twitter o Facebook. È stato pubblicato un file excel che contiene tutti i profili che sono stati colpiti e se ne contano a migliaia, non soltanto su Twitter, ma anche su Facebook e Youtube. Nelle chat di Anonymous, già pochi giorni dopo il lancio dell’Operazione Parigi con l’hashtag #OpParis, centinaia di utenti si sono riuniti giornalmente per coordinare le azioni d’attacco o condividere le informazioni su ulteriori obiettivi da colpire, come spiegato da La Stampa.  

 

 

Blocchi anche su Telegram. Un altro canale utilizzato in maniera diffusa dai militanti dell’ISIS è Telegram, un’applicazione per smartphone molto simile a WhatsApp. La caratteristica principale di Telegram è la privacy, pare infatti che il sistema di crittografia renda impossibile perfino ai gestori ricostruire il contenuto delle chat e risalire ai suoi partecipanti. L’app è molto amata da chi è particolarmente sensibile alle tematiche sulla sicurezza ed è stata spesso consigliata come alternativa a WhatsApp. La piattaforma però si presta anche facilmente a chi, come i terroristi, vuole comunicare senza alcun rischio di essere intercettato, e per l’ISIS è uno strumento fondamentale, avendo molti uomini dislocati a migliaia di chilometri di  distanza. È stato proprio con una comunicazione su Telegram che lo Stato Islamico ha rivendicato gli attacchi di Parigi, ma era già noto da tempo questo suo utilizzo.

La scorsa settimana, per la prima volta, i gestori di Telegram hanno deciso di schierarsi contro queste violenze, oscurando tutti i canali considerati collegati all’ISIS in qualsiasi lingua, grazie anche alle numerose segnalazioni provenienti dagli utenti. Tra il 18 e il 19 novembre sono stati bloccati prima 78 e poi ulteriori 164 canali pubblici, utilizzati dai terroristi dell’ISIS per diffondere la propria propaganda.

 

 

I danni collaterali. Gli esperti di sicurezza informatica però non sembrano molto convinti di questi interventi, in molti hanno infatti criticato duramente l’operato di Anonymous, sia nella forma che nella sostanza. Tra i più diretti c’è stato Fabio Ghioni, ex hacker di fama internazionale e ora consulente di spicco in materia informatica per governi e organizzazioni internazionali, che ha definito «idiota» l’azione degli hacktivisti. In un’intervista a Lettera 43 l’esperto informatico non è stato per nulla tenero, e pare abbia le sue motivazioni. Molti account presi di mira da Anonymous infatti potrebbero non essere realmente controllati da membri dell’ISIS, ma semplicemente profili creati ad hoc dalle forze dell’ordine, quali polizia postale o intelligence, per attirare potenziali terroristi e simpatizzanti. Anche diversi siti e forum che potrebbero essere oscurati dagli hacker sono da tempo sotto la lente d’ingrandimento della polizia internazionale, che li usa come fonti di informazione, importantissime per prevedere le future mosse degli estremisti.

«Francamente non credo che i jihadisti siano intimoriti dal fatto che vengano chiusi account Twitter. Sai che paura… – spiega Ghioni -. Usano la rete per la propaganda, ma soprattutto usano il deep web, un territorio al di fuori dalla portata di chiunque abbia come obiettivo oscurare Twitter». Le pagine oscurate infatti, non sono altro che profili che violavano le leggi o le condizioni d’uso dei social e sono state rimosse dagli stessi amministratori a seguito di molte segnalazioni, ma non si tratta di una vera e propria azione di hacking. I veri criminali, o chi almeno tenta di agire nell’ombra, preferisce utilizzare il deep web, un mondo fatto di totale anonimato dove è praticamente impossibile risalire alle persone che vi accedono, e dove si può trovare di tutto, dalle droghe alle armi, ma anche organizzare gruppi di discussione su argomenti vietati in qualsiasi sito regolare. Le vie di comunicazione per i terroristi sono comunque molte altre al di fuori dei social, che già di per sé, a prescindere dalle segnalazioni di Anonymous, hanno controlli piuttosto rigidi relativamente a spam o attività illegali.

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