La silicon valley sta con Tim Cook

Apple e la battaglia per la privacy Ecco perché ha detto no all’FBI

Apple e la battaglia per la privacy Ecco perché ha detto no all’FBI
Cronaca 20 Febbraio 2016 ore 10:05

Lo scorso 2 dicembre a San Bernardino due killer fecero irruzione in un centro di assistenza per disabili, uccidendo 14 persone prima di essere colpiti dai proiettili della polizia. Un giudice ora ha ordinato ad Apple di decrittare i contenuti nell’iPhone di Syed Rizwan Farook, uno degli attentatori, ma Tim Cook ha respinto la richiesta. Questi sono i fatti. Ora cerchiamo di capirci qualcosa in più.

Un caso delicato. Quando si tratta di terrorismo, la prima concessione che viene fatta dai cittadini è quella di cedere una parte della loro privacy in favore della sicurezza. L’esempio più famoso: la riorganizzazione dei sistemi di sicurezza aeroportuali degli Stati Uniti in seguito all’attentato dell’11 settembre e l’aumento delle misure a disposizione delle forze dell’ordine. Oggi, però, la situazione è diversa, perché ad essere interpellata è stata la più importante multinazionale al mondo, che da sempre ha fatto della privacy uno dei propri capisaldi e che non vuole dimostrarsi debole di fronte ai propri clienti.

 

 

Cosa chiede il governo. L’FBI ha chiesto la collaborazione di Apple per esaminare i dati contenuti nell’iPhone di Syed Farook al fine di determinare se lui e sua moglie, Tashfeen Malik, abbiano pianificato o meno l’attentato sotto la guida dello Stato Islamico. In particolare, l’iPhone è protetto da una password che ne blocca l’utilizzo e l’FBI vuole che Apple la disabiliti, programmando una nuova versione di iOS che permetta alle autorità di superare queste restrizioni.

La corte, cercando una mediazione tra le parti, ha ordinato all’azienda di disabilitare una funzione particolare, che automaticamente cancella tutti i dati contenuti in un iPhone in seguito a dieci tentativi di accesso falliti. In questo modo il governo avrebbe tempo e modo di compiere infiniti tentativi e sarebbe quindi solo questione di tempo riuscire a trovare la chiave corretta.

 

 

L’opposizione di Apple. Come ha spiegato il New York Times, l’opposizione di Apple è soprattutto ideologica e finalizzata ad evitare di creare un pericoloso precedente. La risposta di Tim Cook è stata decisa ed immediata, nonostante i cinque giorni a disposizione per l’opposizione formale in tribunale: «Ironicamente – ha scritto il CEO di Apple – gli stessi ingegneri che hanno programmato un’efficace sistema di criptaggio sono ora invitati ad indebolire quella protezione e rendere i nostri utenti meno sicuri. Non è qualcosa che prendiamo alla leggera, riteniamo di dover far sentire la nostra voce di fronte a ciò che vediamo come un eccesso da parte del governo Usa. Quest’ordinanza è un passo senza precedenti che minaccia la sicurezza dei nostri clienti ed ha implicazioni che vanno ben oltre il caso legale in questione».

Apple ha già collaborato con la polizia durante le indagini ma non vuole spingersi oltre, considerando il software richiesto dalle autorità troppo pericoloso. «Nelle mani sbagliate – ha concluso Cook – questo software avrebbe il potenziale per sbloccare qualsiasi iPhone fisicamente in possesso di qualcuno. E mentre il governo può sostenere che il suo uso sarebbe limitato a questo caso, non c’è modo di garantire tale controllo».

 

 

La Silicon Valley sta con Apple. Le dichiarazioni arrivate da Cupertino hanno costretto anche altre aziende del settore a schierarsi ed infatti gli addetti ai lavori erano in attesa di eventuali dichiarazioni che non si sono fatte attendere. L’amministratore delegato di Google, Sundar Pichai, è stato tra i primi ad intervenire con un tweet dal suo profilo, esprimendo il pieno appoggio ad Apple nella sua battaglia. Poco dopo è stato il turno di Jan Koum, CEO di Whatsapp, che ha dichiarato: «Ho sempre ammirato Tim Cook per la sua posizione sulla privacy […]. Non possiamo permettere che questo pericoloso precedente sia concesso. Oggi la nostra libertà è in discussione». Messaggi simili sono arrivati anche dai vertici di Facebook e Twitter.  

 


Le alternative per il Governo. Il governo americano è ben conscio del fatto che Apple sia l’unica ad avere le competenze tecniche e le conoscenze sufficienti per la creazione di un software di questo tipo, perciò sta facendo pressioni per obbligare la multinazionale a realizzare quanto richiesto. Esistono altri modi per ricavare informazioni sul telefono in questione, come chiedere  la collaborazione di Verizon, l’operatore telefonico dell’attentatore, o dei distributori delle app installate sul dispositivo, ma senza l’appoggio di Apple i risultati sarebbero del tutto insufficienti.

L’alternativa più efficace, ma anche la più dura, sarebbe quella di accettare l’offerta fatta in questi giorni da John McAfee, fondatore dell’azienda leader nel settore della sicurezza informatica che porta il suo nome. McAfee si è mostrato molto ottimista sulle possibilità di hackerare il sistema di Apple, un compito che a suo parere è del tutto alla portata dei suoi collaboratori. «Con tutto il rispetto per Tim Cook e Apple – ha dichiarato – io lavoro con un team che racchiude i migliori hacker del pianeta. Sono tutti dei prodigi, con talenti che vanno oltre la comprensione umana. Circa il 75% sono ingegneri sociali, gli altri sono programmatori professionisti. Mi mangerei la scarpa in diretta nazionale se non riuscissimo a violare il sistema di criptaggio dell’iPhone di San Bernardino. È un puro e semplice fatto. Lavorerò gratuitamente per estrapolare le informazioni con il mio team. Useremo soprattutto tecniche di ingegneria sociale e ci vorranno tre settimane. Se accetterete la mia offerta, non dovrete più chiedere ad Apple di inserire una backdoor nei loro prodotti. Se avete dei dubbi su di me – ha concluso con grande modestia – cercate su Google “Leggenda della cybersecurity” e vedrete che il mio nome appare in tutti i primi dieci risultati su un totale di oltre 250mila».

In queste ore, poi, si sta anche paventando l’idea di promulgare una legge ad hoc che di fatto obbligherebbe Apple, o qualsiasi azienda che si troverà in questa posizione, ad eseguire gli ordini dati dalla corte, ma l’opinione pubblica non sembra del tutto convinta.

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