Cronaca
A confronto col privato

L'assenteismo nel pubblico I dati (e i costi) parlano da soli

L'assenteismo nel pubblico I dati (e i costi) parlano da soli
Cronaca 12 Gennaio 2015 ore 12:46

Dopo la clamorosa vicenda dei vigili romani “malati” a Capodanno, i risultati di due studi, uno di Confindustria e l’altro dell’Associazione Artigiani e piccole Imprese di Mestre (Cgia), riaccendono i riflettori sul problema dell’assenteismo nel pubblico impiego. Dai dati, infatti, è emerso che le assenze nella pubblica amministrazione sono quasi il 50 percento in più rispetto a quelle nel settore privato e che il 25 percento delle assenze per malattia ha durata breve, cosa che potrebbe celare un comportamento scorretto da parte del dipendente pubblico.

Dati a confronto. Dall’analisi del Centro studi di Confindustria, che ha confrontato i propri dati con quelli del Conto annuale della Ragioneria dello Stato, è risultato che nel 2013 i dipendenti del settore pubblico hanno totalizzato, in media, 19 giorni di assenze retribuite, ben 6 in più rispetto a quanto è stato rilevato nel settore privato per un gruppo di dipendenti comparabile. Di questi 19 giorni, 10 sarebbero di assenza pro capite per malattia e 9 per altre assenze retribuite. L’assenteismo nel pubblico risulta, quindi, del 46,3 percento più alto rispetto ai 13 giorni di assenze retribuite relative agli impiegati delle imprese associate a Confindustria con oltre 100 addetti (gruppo che per qualifica e dimensione è comparabile al pubblico impiego).

Assenze in calo nel settore privato. Nel settore privato, i dati mostrano un calo delle assenze rispetto agli anni precedenti. La ricerca di Confindustria - che ha riguardato solo il personale non dirigenziale a tempo indeterminato full time - ha rilevato che, nell’anno 2013, nelle 4.405 aziende prese in esame il peso delle ore di assenza sulle ore lavorabili è stato del 6,5 percento, in calo rispetto al 7 percento del 2012. L’incidenza cresce con l’aumentare della dimensione aziendale: 7,2 percento in quelle con più di 100 addetti, 4,5 percento in quelle fino a 15.

La malattia non professionale (l’influenza) è risultata la causa più frequente di assenza dal lavoro (3,1 percento delle ore lavorabili), seguita dai congedi parentali e matrimoniali (1,3 percento) e dagli altri permessi retribuiti, compresi quelli sindacali e per visite mediche (1,1 percento). Le donne sono quelle che fanno più assenze: 9,5 percento, contro il 5,3 percento degli uomini. A spiegare la differenza sono i congedi parentali, che riguardano il 3,7 percento delle ore lavorabili tra le donne e lo 0,4 percento tra gli uomini, per il maggior onere di accudimento familiare sostenuto dal genere femminile.

Lo studio della Cgia: malattie brevi e rischio assenteismo. L’indagine dell’Associazione Artigiani e piccole Imprese di Mestre si è focalizza, invece, sulle assenze brevi per malattia. Dai dati raccolti emerge, infatti, che nel pubblico impiego un’assenza per malattia su quattro dura solo un giorno, un dato in crescita del 5,9 percento rispetto al 2012 e che, secondo la Cgia, può nascondere forme più o meno velate di assenteismo. Il primato spetta a Palermo, dove le assenze brevi sono quasi una su due (42,6 percento), le province più virtuose sono, invece, Belluno (12,8 percento) e Bolzano (10,5 percento). Nel settore privato, la percentuale di assenze brevi registrata è di oltre la metà: 11,9 percento e, rispetto all’anno precedente, è diminuita dell’1 percento.

I costi dell’assenteismo nel pubblico. Dallo studio di Confindustria emerge che, se si ipotizzasse un assenteismo nel settore pubblico sui livelli più bassi rilevati nelle aziende private, si potrebbero risparmiare 3,7 miliardi di euro, attraverso un minor fabbisogno di personale. Inoltre, avvertono gli industriali, «a parità di costi sostenuti dalla pubblica amministrazione, un minore assenteismo aumenterebbe l’efficienza e la qualità dei servizi».

La Cgia, dal canto suo, chiede che vengano colpiti «con maggiore determinazione i furbi che assentandosi ingiustificatamente, recano un danno all’azienda per cui lavorano e, nel caso dei dipendenti pubblici, anche alla collettività».