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Banane addio, non è uno scherzo (è già successo ma ci andò bene)

Banane addio, non è uno scherzo (è già successo ma ci andò bene)
09 Dicembre 2015 ore 04:00

La notizia è tragica: le Cavendish potrebbero presto (diciamo tra qualche decennio) sparire completamente dal nostro pianeta perché distrutte da un parassita denominato Fusarium oxysporum, o meglio, di una sua variante più “avanzata” classificata come Razza Tropicale 4. Questo in termine scientifici. Volendo essere più chiari, la banana, uno dei frutti più comuni e più consumati al mondo, rischia di essere cancellata dalla malattia di Panama, causata da un fungo resistente a qualunque agente chimico. Più che un rischio, a dire il vero, siamo davanti a una certezza. La domanda giusta da porsi, infatti, non è tanto capire se ciò accadrà, ma piuttosto quando.

 

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Cosa sta succedendo. Ne sono certi gli autori di uno studio recentemente pubblicato sulla rivista scientifica PLOS Pathogens, che ha confermato come i banani di quasi tutto il mondo stiano morendo a causa di una mutazione più potente della malattia di Panama nota come Razza Tropicale 4. Com’è possibile? La colpa è del modo in cui è gestita, da sempre, la coltivazione delle banane da esportazione: sebbene esistano decine e decine di specie di banane al mondo, solo una è destinata al mercato alimentare globale, la Cavendish. Questo tipo di coltivazione viene detto “monocultura” e prevede di coltivare in un determinato spazio un’unica specie di pianta. Nel caso delle banane Cavendish, come spiega Il Post, la situazione è ancora più complicata perché queste banane non appartengono soltanto alla stessa specie, ma sono cloni le une delle altre. Il procedimento è semplice: si taglia un pezzo del banano, lo si pianta da un’altra parte e in poco tempo avremo un nuovo albero, con un patrimonio genetico identico a quello della pianta originaria. Un metodo che permette di ridurre i tempi di produzione e ottimizzarne i costi, ma che si porta con sé anche molti lati negativi, in particolare quello che nel momento in cui un parassita trova il modo di attaccare un banano, avrà trovato la chiave per attaccare anche tutti gli altri suoi cloni. È ciò che è successo con la malattia di Panama circa due anni fa.

Allarme rosso. Già, perché l’allarme era scattato proprio a inizio 2014, tanto che ad aprile di quell’anno, la FAO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) lanciò un sos ai Paesi membri perché venissero intensificati gli sforzi per la condivisione delle informazioni, il monitoraggio e la prevenzione di questa malattia, presentatasi in Asia negli anni ’90 del secolo scorso e “sbarcata” in Africa proprio nel 2014. «Ogni malattia o problema che colpisce la banana, tocca allo stesso tempo un’importante fonte di cibo, di mezzi di sussistenza, di lavoro e di entrate pubbliche in molti Paesi tropicali» dichiarava allora Gianluca Gondolini, segretario del World Banana Forum, che promuove la produzione e la commercializzazione sostenibile della banana. Fazil Dusunceli, esperto FAO in patologie delle piante, ha poi aggiunto: «Il diffondersi del Fusarium potrebbe avere un impatto significativo per coltivatori, commercianti e famiglie che dipendono dall’industria della banana. I Paesi devono agire ora se si vuole evitare lo scenario peggiore, cioè la distruzione di massa di gran parte della produzione mondiale di banane».

 

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I Paesi risposero all’appello e le cose parevano andare bene, ma ora l’allarme è tornato a suonare forte e chiaro proprio attraverso lo studio pubblicato su PLOS Pathogens. Gert Kema, ricercatore della Wageningen University che ha partecipato allo studio, ha spiegato a Quartz: «Di questa Razza Tropicale 4 sappiamo solo che ha avuto origine in Indonesia e che da lì si è diffusa probabilmente prima a Taiwan, e poi in Cina e nel resto del Sud Est Asiatico». Ora però ci sono prove della sua presenza anche in Pakistan, Libano, Giordania, Oman, Mozambico e Nord Est dell’Australia. Quando (perché prima o poi succederà) la malattia di Panama raggiungerà il Sud America, dove sono presenti i tre quinti delle coltivazioni di banane di tutto il mondo, sarà un disastro.

È già successo (ma abbiam avuto fortuna). Tutte queste informazioni le abbiamo perché la stessa identica cosa successe già a metà del Novecento. Allora la specie di banana commercializzata nel mondo era la Gros Michel, ma quando iniziò a diffondersi la malattia di Panama (a fine ‘800, dall’Australia), nel giro di pochi decenni l’intera produzione mondiale di banana Gros Michel fu completamente distrutta. Gwynn Guilford, giornalista, ha ripercorso così quel tragico evento su Quartz: «Mentre intere piantagioni venivano spazzate via, la United Fruit e altre società fecero una scelta ovvia: spostarono le loro piantagioni in un altro Paese. Ma la malattia li seguiva ovunque andassero. Dopo aver spazzato via le piantagioni in Costa Rica e a Panama, l’epidemia seguì la United Fruit in Guatemala, Nicaragua, Colombia ed Ecuador. Nel 1960, 77 anni dopo la sua apparizione, la malattia di Panama aveva spazzato via la Gros Michel da tutte le piantagioni del pianeta». Se oggi mangiamo ancora le banane è solamente per un colpo di fortuna: una varietà inglese custodita nei giardini botanici, la Cavendish, si rivelò resistente alla malattia e fornì la possibilità di ricominciare da zero la produzione. Oggi questa banana rappresenta il 99 percento del mercato mondiale.

 

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Cosa possiamo fare. E oggi? Oggi la situazione è ben più complessa. Attualmente non c’è nessun sostituto della Cavendish e la Razza Tropicale 4 del fungo pare implacabile. La scomparsa della banana non sarà rapida, ma è ineluttabile. L’unica cosa che si potrebbe fare sarebbe contenere l’epidemia distruggendo le piante certamente infette e, contemporaneamente, investire sulla ricerca di una nuova varietà di banana al momento inesistente, in grado di soddisfare il gusto dei consumatori, la fame del mercato e resistente alla malattia di Panama. Sono però ricerche molto costose e complicate, sia per tempistiche che per mezzi necessari. Senza una strada comune a livello globale è praticamente impossibile raggiungere dei risultati.

Il (tragico) precedente. Come ricorda Il Post, qualcosa di simile avvenne già in Irlanda a metà Ottocento: allora era uno dei Paesi più poveri d’Europa e la dieta dei suoi abitanti consisteva soprattutto di patate. Nel tentativo di ottimizzare le colture, gli irlandesi piantarono quasi esclusivamente una singola varietà di tuberi in tutta l’isola. Quando un fungo cominciò ad attaccare proprio quella specie di patate, l’intera produzione agricola dell’isola venne persa e nel 1846 centinaia di migliaia di persone morirono di fame. Probabilmente noi non moriremo di fame senza banane, ma la scomparsa di questo frutto sarebbe una tragedia, anche umanitaria, di proporzioni enormi.

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