Cina, Usa e Paesi arabi

I nuovi musei carta vincente per attirare folle e commerci

I nuovi musei carta vincente per attirare folle e commerci
27 Dicembre 2014 ore 10:58

In occasione dell’ultima biennale di architettura il curatore Rem Koolhass non ha mancato di ricordare che l’architettura è un fatto politico. Negli ultimi tempi – soprattutto in considerazione dei risultati ottenuti dalle grandi case d’asta di qua e di là dell’oceano – molte voci si sono sono levate per far notare come l’arte in generale sia divenuta un fatto economico di primaria importanza.

ll Shanghai Twenty-First Century Minsheng Art Museum (M21) è il secondo e più grande museo d’arte contemporanea di proprietà della Minsheng Banking Corporation. Ospitato nell’ex Padiglione francesce del World Expo 2010 fa parte – insieme all’altro museo di proprietà della banca, il Minsheng Art Museum (MAM) – del panorama culturale della metropoli cinese, e più in grande, dei musei più all’avanguardia del mondo. La banca, dall’apertura del MAM nel 2010, si è impegnata per otto anni con l’arte. Ha già aperto due musei, e nel prossimo mese di maggio, ne aprirà un altro a Pechino. Dovrebbe essere la più grande istituzione privata della Cina.
Avanti di questo passo la Cina avrà un opening museale ogni 6 mesi. Ma quello che dovrebbe far riflettere è su una potenza di fuoco che forse, senza tutto l’aplomb che spetta all’Occidente, continua non solo a divorare fette di mercato, ma anche a costruire il proprio futuro sociale, attraverso la promozione dei propri artisti. Mettendo in mostra quello che poi si esporta: Zhou Xiaohu, Song Dong, Yang Fudong. [fonte: exibart.com]

Scultura, installazioni, fotografia. Sinteticamente, trattandosi di banche: milioni di dollari, fette di mercato, costruzione del proprio futuro sociale.

lo stesso sito, in altro intervento, fa risalire l’inizio del fenomeno delle Corporate Collections (collezioni appartenenti a grandi società, non a privati o allo Stato) al 1481, quando l’allora giovane Monte dei Paschi di Siena commissionò l’affresco della Madonna della Misericordia a Benvenuto di Giovanni. I secoli sono passati, e oggi: Deutsche Bank, UBS, JP Morgan Chase e Microsoft, sono solo alcune, tra le società più ricche del mondo, che hanno deciso di investire parte dei propri fondi nell’allestimento di una collezione d’opere d’arte. La Deutsche Bank possiede la corporate collection più ampia, costituita da circa 57mila opere di artisti come Mondrian, Kirchner, Beuys e Kiefer, raccolte attraverso Art works, un complesso programma di acquisizioni. Abstrakt Bild (Faust), imponente composizione pittorica di Gerhard Richter, è esposta, come un simbolo di potenza, nell’atrio della sede di Wall Street. «Art transcends borders», si legge sul portale web che la banca tedesca ha dedicato all’arte, “l’arte trascende i confini”. Proprio come il denaro, del resto.

E anche la cosmetica non scherza. Solo pochi mesi fa, infatti, Leonard A. Lauder ha donato al Metropolitan Museum of Art di New York, 81 opere di Picasso, Braque, Gris e Léger, raccolte dal 1976 a oggi e a rischio dispersione tra gli eredi, “costringendo” il museo ad ampliare l’edificio e organizzare una grande mostra.

 

shanghai

 

Il fatto rilevante dei nostri giorni è appunto questo: le grandi collezioni “impongono” la costruzione di nuovi edifici o l’allargamento degli esistenti e le opere divengono simboli di potenza finanziaria. La loro accoppiata genera poi fenomeni come il Guggenheim di Bilbao, che ha risollevato un distretto industriale sull’orlo della catastrofe ed è diventato il modello di riferimento di una serie di iniziative – l’ultima il Louvre di Abu Dhabi – tutte coronate da successo o destinate al medesimo.

Viviamo infatti in un’epoca lievemente trascorsa da brividi paranoidi che attirano i visitatori dei musei non più – come accadeva un tempo – con la promessa delle opere esposte, ma anche – e forse più – col miraggio di entrare a far parte dell’architettura. Tutti sanno che a Bilbao c’è quella costruzione incredibile in titanio che funge da museo, quasi nessuno sa cosa ci sia dentro. Agli Uffizi, invece, tutti sanno che c’è la Venere del Botticelli e i muri sono giusto lì per tenerla appesa (o almeno così pensano più o meno tutti).

Oltre a un regime fiscale favorevole per il possesso e l’acquisto di opere d’arte, alla probabile rivalutazione del patrimonio investito, alla presenza nel prestigioso settore del mercato dell’arte e alla costruzione del valore economico a lungo termine, i motivi per avviare una corporate collection sono tanti. Al di là della terminologia da tempi della finanza, il meccanismo ha origini piuttosto antiche.

Dato che siamo già inciampati su Siena, tutti hanno potuto osservare – visitando i dintorni del duomo – quell’architettura interrotta che avrebbe reso l’attuale cattedrale solo un braccio del transetto. I cittadini del Palio avrebbero voluto – innalzando una costruzione senza paragoni – mostrare a tutto il mondo la potenza raggiunta. Dovettero ricredersi per ragioni militari, ma ciò non toglie che l’idea fosse buona.

I loro contemporanei pisani si inventarono la piazza che sarebbe poi stata detta dei miracoli (battistero, cattedrale e torre più attiguo cimitero monumentale) per le stesse ragioni economico finanziarie: attirare folle in città così da sviluppare i commerci nell’alto tirreno. Sul mare dovettero penare un po’, stante la vicina Genova, ma sulla terraferma compirono opere che davvero si meritano il titolo di miracoli.

Il mondo intero – finito il tempo dei lumi e dei fumi delle ciminiere – sta oggi seguendo o riprendendo – questo trend. Restare indietro potrebbe voler dire perdere altre fette di mercato. E soprattutto – come ci ricorda Vittorio Sgarbi ogni volta che può – vorrebbe dire continuare a vederci sottratte altre opere oltre a quelle che già sono entrate in collezioni private – quella di Leonard A. Lauder è solo una – che finiranno inevitabilmente per essere donate a musei sempre più nuovi e sempre più belli fioriti in paesi sempre più lontani dal nostro.

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