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Ognuna con un approfondimento

Le bellissime cartine del NYT per spiegare la guerra all’Isis

Le bellissime cartine del NYT per spiegare la guerra all’Isis
Cronaca 25 Settembre 2014 ore 17:51

Dai primi di giugno il New York Times mette a disposizione dei suoi lettori una serie di bellissime mappe corredate di foto e video che consentono a chiunque di seguire giorno per giorno lo svolgimento del conflitto in atto nei territori compresi tra la Siria e l’Iraq e di tener d’occhio le vicende dei Paesi confinanti, in particolare la Turchia e il Libano. Rilevante è anche l’attenzione ai Curdi, che pur non disponendo di uno Stato proprio riconosciuto, svolgono un’importante azione di contrasto all’autoproclamatosi Stato Islamico di al-Baghdadi. Ogni cartina è fornita di didascalia e di un rimando a un articolo di approfondimento. Studiassero – i nostri ragazzi – su materiale di questo tipo la storia e la geografia a scuola balzeremmo immediatamente ai vertici delle classifiche OCSE-Pisa.

 

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L’ultima cartina, del 24 settembre, dà le cifre dell’esodo dei Siriani dal loro paese: oltre tre milioni dal 2012, i più fuggiti in Turchia, Libano o Giordania. Qualcuno – forse perché vi aveva dei parenti – ha cercato rifugio in Iraq o in Egitto. Il dato impressionante è che solo il 12 percento di loro ha trovato ospitalità in campi per rifugiati approntati da autorità internazionali. Il resto vive in substandard shelters, ossia tende o baracche improvvisate disposte qua e là ai margini di città in rovina.

 

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Sono poi indicate una per una le zone in cui sono stati effettuati i primi bombardamenti aerei da parte degli Usa e degli Stati Arabi alleati. Interessante la didascalia in cui si dice che, in proprio, l’aviazione statunitense ha attaccato Khorasan, la rete di veterani di Al Quaeda sospettata di preparare attentati contro obiettivi occidentali. È la prima volta che il nome “Khorasan” appare nella cronistoria, e si ha l’impressione che la decisione americana di far emergere questo soggetto terroristico derivi dal sospetto che gli alleati europei abbiano bisogno di motivazioni suppletive per il loro impegno. Non volete stare con noi perché l’Isis vi sembra occupato soltanto a spargere il terrore nel deserto? Bene, sappiate che qualcun altro sta pensando di proseguire l’azione a vasto raggio tipica dell’indimenticabile Al Qaeda.

 

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Il giorno prima, 23 settembre, viene presentata l’area occupata dall’Isis. Detto quel che sappiamo – ossia che lo Stato Islamico ha conquistato vaste strisce della Siria e dell’Iraq – si conferma che attualmente controlla una regione più grande di molti stati consolidati e che rivaleggia con Al Qaeda per il primato nella classifica dei gruppi jihadisti. Al Qaeda non esiste più, ma richiamarne il nome fa sempre il suo effetto.

 

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È del 19 agosto la mappa dettagliata dei raid aerei e dell’impiego di droni contro 68 obiettivi nella prima settimana di intervento americano. Le zone sono quelle del monte Sinjar, della città di Erbil e della diga di Mosul. La chicca è che sono enumerati uno per uno i “pezzi” colpiti: mortai, carri armati, veicoli corazzati, batterie antiaeree e altro. Una cartina specifica del monte Sinjar ripreso dal satellite li mostra come macchioline in rosso. Il Monte Sinjar è quello su cui si erano asserragliati gli Yazidi cui gli Americani (è la seconda volta in ordine di tempo che compaiono nelle didascalie) hanno aperto un varco verso il territorio Curdo.

 

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Siamo al 15 agosto. Il giorno prima si vedono tre immagini affiancate delle zone da cui l’Isis ha fatto “sloggiare” gli iracheni. Si dice che l’Onu stima in 180mila famiglie (più di un milione di persone) gli sfollati al 31 luglio. Aggiunte alle 33mila dei primi giorni di agosto fanno 210mila e passa.

 

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Dell’8 agosto la mappa satellitare dei primi attacchi americani all’artiglieria semovente dell’Isis che stava prendendo di mira le postazioni curde nella città di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno. Bisognava, dice la didascalia, difendere non solo il consolato americano, ma anche gli addetti alle installazioni petrolifere e gli uomini d’affari presenti in zona. Non si fa cenno, nella didascalia, alla meravigliosa cittadella fortificata di Erbil, uno dei luoghi più belli del mondo. Erbil è poi caduta nelle mani dell’Isis. La bellezza non è mai una minaccia. Semmai è sempre minacciata.

 

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Bisogna tornare diverse settimane indietro, al 12 luglio, per avere, accanto ad una mappa abbastanza scialba, il tangle di quelli che vengono chiamati semplicemente insurgents, ribelli, insorti. Tangle vuol dire guazzabuglio, groviglio, pasticcio. Nel linguaggio di un famoso episodio di guerra ricordato da Curzio Malaparte: casino. «È un vero casino» era dunque quel che pensavano della situazione gli americani a metà luglio. Dell’Isis – come poi dei Khorasan – nemmeno l’ombra.

 

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10 luglio. A Washington si pensa ancora che la zona dell’Iraq sotto controllo curdo sia «relativamente stabile» perché i Curdi hanno accesso al petrolio e le loro truppe – in primis i peshmerga – sono ben addestrate, al punto da aver conquistato Kirkuk. «Il governo della regione spera di poter indire presto un referendum per l’indipendenza, ma dovrà tener conto delle pressioni degli Stati Uniti e di altri paesi che lo vogliono ancora unito all’Iraq». Sogni. Sulla carta le città sotto controllo curdo sono segnate con un circolino bianco.

 

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29 giugno: dove si sono spostati gli irakeni (oltre un milione, secondo l’Onu) che non desiderano cadere nelle mani dei Sunniti – questo il nome generico usato allora. Interessante il passaggio della didascalia in cui si fa presente che questi spostamenti stanno peggiorando (worsening) la già preoccupante crisi di rifugiati generata dalla “guerra civile siriana”. In effetti non era proprio il caso che peggiorasse.

 

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Tre giorni prima ci veniva mostrato come quello che allora si chiamava Isil (Stato Islamico della Siria e del Levante) stesse cercando di ridisegnare i confini degli stati sorti dall’Impero Ottomano grazie alla diplomazia post Prima Guerra Mondiale. Senza offesa per le popolazioni implicate, la cartina ricorda in maniera impressionante le immagini che nelle macellerie o nei super mercati mostrano profilati in rosso i tagli di bue o di vitello coi loro nomi. Quando si dice che le potenze occidentali hanno fatto uno spezzatino delle realtà presenti sul territorio non si è dunque troppo lontani dal vero.

 

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Il 15 e 14 giugno sembra di assistere al Blitz Krieg targato al Baghadi dopo la presa di Mosul verso la capitale Baghdad, che però non è stata attaccata. Anche Annibale poteva prendere Roma, e non la prese. Interessante la didascalia: «The insurgents, originating in Syria…», dove gli “insorti” sono ancora siriani che si muovono in aree sunnite irakene, quasi disinteressandosi delle città curde e occupando invece quelle difese dall’esercito irakeno: i loro obiettivi – vien detto – sono la capitale Baghdad e le zone sciite del sud. Seguono le immagini delle principali città dell’Iraq com’erano e come sono. E alla fine – cioè all’inizio – un video con l’entrata delle truppe dell’IS a Mosul. Divise nere come quelle delle SS, ma con un tocco d’oriente e una pennellata kaki da Afrika Korps. Se si può fare un appunto a questo video: che tolgano, per favore, la pubblicità iniziale delle crociere di sogno. Il video successivo, datato oggi, parla già del Khorasan.

Srotoliamo il tappeto alla rovescia. All’inizio tutti pensavano che «un casino di gruppi armati» stessero prendendo di mira Baghdad. Poi si è visto che c’entravano soprattutto degli insorti siriani che avevano deciso di unirsi ai precedenti per formare uno stato unico Siria-Iraq, lasciando che i Curdi si occupassero dei territori loro, visto che erano in grado di farlo perché erano ben armati.
Ma questa previsione si è mostrata poco attendibile: siriani e irakeni insieme (lo Stato Islamico della Siria e del Levante) non solo hanno attaccato i curdi, ma hanno anche cercato di spazzare il terreno da tutto quel che non era quattro quarti sunnita. E la gente – intere famiglie, intere popolazioni – ha cominciato a fuggire verso i territori curdi ancora autonomi e verso la Turchia, aggravando così la già terribile situazione dovuta alla guerra civile siriana coi suoi milioni di morti.
A questo punto gli Stati Uniti – che avevano già fatto la loro timida comparsa nella fase precedente, per consentire ad alcune popolazioni (Yazidi e cristiani in testa) di rompere l’accerchiamento ed evitarsi così il genocidio – decidono di intervenire in forza bombardando le centrali dello Stato Islamico nel frattempo autoproclamatosi. Siamo ai nostri giorni: sotto il ferro ed il fuoco degli stealth aiplanes e dei droni tutti fuggono dove possono. Di quel che stia succedendo all’IS non è dato ancora sapere, mentre una nuova forza – più internazionale e dunque, per sua natura, meno bombardabile – il Khorasan, sta sorgendo. Noi che di Khorasan conoscevamo solo il Kamut® aspettiamo a vedere che ne sarà.