Cronaca
I 90enni sono più dei neonati

Bergamo ha bisogno di figli

Bergamo ha bisogno di figli
Cronaca 14 Gennaio 2017 ore 07:30

Non si fanno più figli. La statistica parla in maniera inesorabile: l’Italia è in fondo alle classifiche mondiali per le nascite, per la “generatività”. E fra le 110 province italiane, Bergamo è al posto numero 108. Siamo in fondo al mondo.

La provincia di Bergamo, nota per i suoi valori, per il suo attaccamento alla tradizione e alla vita, spicca per la mancanza di neonati, di bambini. Che significano rinnovamento, che significano speranza, futuro, generosità. Generatività. Che cosa sta succedendo? Che cosa accade a questa Bergamo generosa e altruista? Che cosa accade a questa Bergamo ricca, benestante, dalle belle automobili, dalle case eleganti e dalle tante signore a spasso con un bel cagnolino al guinzaglio?

 

 

Il calo delle nascite, tutti i dati. Le statistiche non lasciano scampo e indicano che non si tratta di un fenomeno nuovo, ma di una situazione che si protrae ormai da oltre vent’anni, dopo il grande boom di nascite degli anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1991, già in periodo di crisi delle nascite, nella città di Bergamo vivevano 886 bambini da zero a un anno. Oggi sono 806. Guardiamo le altre fasce di età. Oggi i bimbi da zero a quattro anni sono 4.665. Da cinque a nove anni 5.231. Segno che negli ultimi quattro anni sono nati meno bambini rispetto ai quattro precedenti. La natalità, già bassa, sta scendendo. L’andamento discendente è cominciato a fine anni Sessanta, ed è stato costante.

Per la verità, negli anni Duemila, abbiamo assistito a un piccolo miglioramento dovuto in particolare alla presenza di immigrati che hanno dato una spinta alla natalità. Ma ultimamente anche gli immigrati hanno messo il freno: la loro precarietà ha fermato anche le nascite. E così il dato 2016, per quanto riguarda i bambini più piccoli, da zero a un anno, è sceso a livelli di record negativo: a Bergamo lo scorso anno avevamo 806 bambini di questa età.

 

 

La vita si allunga e gli anziani quintuplicano. Si nasce di meno, si fanno pochi figli. Quali le ragioni? Perché pressoché tutti i Paesi del mondo, sviluppati o del terzo mondo, mettono al mondo molti più bambini di noi? Stiamo diventando una terra di vecchi. Guardiamo ancora i dati del 1991. Avevamo circa 17.400 giovani fra i quindici e i ventiquattro anni. Oggi sono 11.300. Un terzo in meno. Allora 17mila ragazzi per strada, a scuola, negli oratori, nelle famiglie. Oggi 11mila. Che - per forza di cose, a parità di tasso di natalità - faranno a loro volta meno figli.

Per contro un altro numero che fa impressione: l’elaborazione statistica del Comune di Bergamo nel 1991 non prevedeva le fasce dei novantenni, comprendeva una sola categoria: dai novanta in su. E dai novanta in su vivevano a Bergamo 423 persone. Sapete quante sono oggi le persone dai novanta in poi? 1.973. Quasi quintuplicate. Un dato positivo, certo. La vita si allunga, anche la “buona vita”. Oggi ci sono tanti novantenni che se la passano mica male, anche in autonomia. La fascia dai novanta ai novantaquattro anni è composta da ben 1619 persone. Abbiamo più novantenni che bambini di un anno. E le persone oltre i cento anni sono circa sessanta.

Ma guardiamo come se la cavano le altre fasce di età nel 2016. A Bergamo la fascia di popolazione più presente è quella dai cinquanta ai cinquantaquattro anni: ben 9.672 persone, quasi il doppio della fascia dai venti ai ventiquattro anni. E un altro dato fa riflettere sulla vecchiaia della nostra popolazione: la fascia dagli ottanta agli ottantaquattro anni presenta un numero di soggetti vicino a quello delle generazioni più giovani, per esempio a quella dai cinque ai nove, e via via fino ai ventiquattro anni (ciascun gruppo intorno ai cinquemila individui).

 

 

La spinta al futuro e la necessità del ricambio generazionale. La presenza di tante persone anziane è un fatto positivo, ma il problema è il ricambio. Non semplicemente per romanticismo, perché i bambini stimolano la voglia di vivere, o perché rappresentano un dato fondamentale, e incontrovertibile, del ciclo della vita. Ma anche per ragioni molto legate all’economia, al lavoro, al benessere di un paese. I giovani costituiscono una spinta propulsiva di ogni società, la possibilità del nuovo, di vedere cose vecchie, problemi antichi in una luce diversa. E superarli. Spiegava lo scienziato scopritore del bosone di Higgs - Guido Tonelli, venuto a Bergamo per parlare di Fisica nell’ottobre scorso - che le grandi scoperte che hanno modificato il corso della scienza sono arrivate tutte da giovani. Talvolta ancora studenti. Studenti che naturalmente si sono formati con la guida delle conoscenze trasmesse da chi giovane non è. È il circolo virtuoso dell’esistenza.

Il benessere di cui stiamo godendo in questi anni nasce dal coraggio di tanti giovani che oggi sono vecchi. Sono le generazioni che negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta hanno aperto la loro azienda in una cantina o in un garage. E sono diventati grandi imprese. La Gewiss di Bosatelli, la Tino Sana, la Persico, la Imetec, la Scame, la Brembo e via dicendo. L’elenco sarebbe lungo.

 

 

La prospettiva culturale e la sfiducia nel futuro. Ma perché non si fanno figli? Perché manca il benessere economico, la sicurezza sociale? Può essere. Ma viene spontaneo pensare che chi metteva al mondo tanti figli negli anni Cinquanta - per esempio - certo non poteva contare su un benessere pari al nostro. E nemmeno su una sicurezza sociale. Eppure… Dice Antonella Bindocci, psicoterapeuta del Conventino che si occupa spesso di problemi familiari: «Quelle generazioni avevano grande fiducia nel futuro, avevano una mentalità “generativa”, non rivolta semplicemente al “qui” e “ora”, al proprio “io” di adesso. Nella scala valoriale di oggi al primo posto c’è l’individuo, al secondo la famiglia al terzo la società. Prevalgono aspetti narcisistici, che diventano eccessivi e ostacolano la generosità». E allora il problema è prima di tutto culturale. Bisogna poi considerare che un tempo i figli - soprattutto nella società contadina - veniva educati dalla comunità, dal cortile. Oggi comunque mi viene dire che la genitorialità sia più consapevole, e complicata». Troppo narcisismo da un lato, e dall’altro difficoltà economiche, ma anche un elevato senso di responsabilità che finisce per diventare un freno.

 

 

È anche un problema politico. Occorre riportare l’essere generativi (in tutti i campi, non soltanto per i figli) al centro della cultura. Come arrivarci? È anche un problema politico. Dicono anche gli esperti del Cnr (Centro nazionale delle ricerche) che servono decisioni che diano nuova dignità all’essere genitore, a partire dall’aspetto economico. Fornendo sgravi fiscali, aiuti economici. Asili nido a costi abbordabili. Una scuola che sia veramente gratuita. Oggi una famiglia con tre figli al nido, oppure alle superiori o all’università deve sostenere costi molto ingenti, per qualcuno proibitivi. E allora meglio un cane. Costa meno, obbedisce sempre, non ti crea problemi. E non va a scuola.