«non sanno che farsene»

Bergamo, i figli svendono le collezioni d’arte dei padri

Bergamo, i figli svendono le collezioni d’arte dei padri
Cronaca 09 Agosto 2018 ore 06:00
Foto in copertina di Simona Arnone

 

«La moda è cambiata, oggi non è più come venti o trent’anni fa. Lo sa che cosa succede? Che i figli non sanno che cosa farsene dei quadri lasciati loro dai genitori. Mi telefonano delle persone che vogliono vendermi intere collezioni. Per quattro soldi».

Paola e la sua Galleria Marelia. Paola Ubiali fa la gallerista; si occupa in particolare di arte contemporanea. Paola ha scelto questo lavoro per passione dopo una laurea in Lettere con indirizzo artistico: «Il mondo dell’arte mi ha sempre affascinato – dice –. Dopo la laurea ho cercato di entrare in una galleria, mi hanno presa alla Michelangelo che si trovava in via Locatelli. Loro si occupavano in particolare della pittura francese della Ecole de Paris, un post post impressionismo della prima metà del Novecento, erano gli unici a Bergamo a occuparsi di quella pittura. Ho lavorato lì per otto anni, è stata una bellissima esperienza, al punto che, nel 2007, ho maturato l’idea di aprire una galleria tutta mia; mi sentivo pronta per questa sfida, ma non avevo fatto i conti con quello che stava per succedere; così ho aperto la mia galleria nel 2009, cioè nel momento peggiore, all’inizio della grande crisi. È stato anche l’inizio, o forse l’acutizzarsi della crisi del mondo dell’arte, delle gallerie». Paola Ubiali ha aperto la Galleria Marelia in via Guglielmo d’Alzano, poi trasferita in via Torretta, dove si trova adesso.

 

 

La gallerista parlava di crisi dell’arte, in particolare di difficoltà che riguardano la pittura e la scultura tradizionali. Racconta: «Ancora pochi giorni fa mi è arrivata la proposta di acquisto di una collezione, sempre un caso di eredità, un figlio che ha ricevuto una serie di quadri dal padre, e non ne vuole sapere. Così li vende. Ma siccome il mercato è poco accogliente, va a finire che li svende. Ci sono opere importanti di quei pittori bergamaschi che vivevano della loro arte, che avevano una fama locale, che svolgevano il loro lavoro con grande dignità; opere di Alebardi, Locatelli, Angelo Bonfanti, Quarti Marchiò, Rumi, Natale Morzenti, Urbani… Il valore commerciale di queste opere negli ultimi dieci anni è precipitato. Poi ci sono i casi particolarissimi, come quello del Romualdo Locatelli, della donna asiatica seminuda, venduta all’asta in Asia per sei o settecentomila euro. Ma sono casi. Locatelli visse per tanti anni in Asia e morì misteriosamente quando era a Manila, nel 1943, anche questi dati biografici incidono sulla valutazione. Ma in generale si può dire che la moda è cambiata, che queste opere “classiche” non vengono più apprezzate come dovrebbero. Ma in futuro chissà…».

 

 

La scelta del contemporaneo. La crisi dell’arte e delle gallerie l’avevamo affrontata qui. Portiamo avanti la nostra inchiesta per cercare di capire meglio la situazione. Paola Ubbiali è una gallerista giovane, che ha scelto il contemporaneo, una sfida estremamente difficile. Dice: «Mi piaceva l’idea di un rapporto diretto, vivo, con gli artisti. E allo stesso tempo il fatto di cercare di scoprire talenti nuovi. Non è facile orientarsi in questo ambito, l’arte contemporanea deve ancora storicizzarsi, spesso sono realtà evanescenti, scommesse. Io ho proposto diversi autori, anche bergamaschi, come Giovani Bonaldi, Telmo Pievani, Marco Manzoni. Tanti artisti anche non bergamaschi. Sono partita dal movimento Madi, una corrente che nacque a Buenos Aires nel 1946, un’arte geometrica, tuttavia fuori dagli schemi, senza nemmeno le cornici… Una pittura senza sfumature, con campiture nette». Una scelta coraggiosa.

Il disinteresse. Continua Paola: «Il fatto è che la gente oggi è anche disorientata, ci sono troppi artisti improvvisati. E l’arte concettuale confonde, il pubblico non sa discernere, la categoria del bello sembra venuta meno… per muoversi tra i linguaggi dell’arte contemporanea ci vuole molta preparazione, non è semplice. È vero che i dipinti piacevoli e facili collezionati da nonni e genitori non vanno più, ma anche l’arte contemporanea è in difficoltà, è apprezzata da una minoranza ristretta che per di più spesso non va nelle gallerie, ma si rivolge a Internet. Alla fine, la situazione è che oggi il giovane che mette su casa o famiglia non sceglie né il classico né il contemporaneo e in casa va a finire che mette una foto del faro con la mareggiata comperata all’Ikea o da Obi».

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