Le cose che contano

Berlusconi e la fine del Negus (Ora che gli amici se ne vanno)

Berlusconi e la fine del Negus (Ora che gli amici se ne vanno)
25 Luglio 2015 ore 11:20

I titoli: «Berlusconi: ”Sono presidente di Forza Italia e voglio morire da tale”». «Berlusconi: “Sono presidente di Forza Italia e così voglio morire”». Ci sono le virgolette, in questi e altri titoli similari, ma poi si capisce che sono testi di sintesi. È una pratica diffusa, generalmente accettata, ma al contempo rovinosa perché permette a chiunque – in caso di contenzioso – di sostenere che il suo discorso sia stato riportato male.

Berlusconi pare che abbia detto, il 21 luglio ai suoi deputati: «Io sono il presidente di Forza Italia, non ho affatto intenzione di cambiare questo bellissimo nome. Forza Italia fa parte della mia vita, sono il presidente di Forza Italia e voglio morire presidente di Forza Italia».
E il 22 ai senatori, a cena: «Io sono presidente di Forza Italia e spero di morire da presidente di Forza Italia che è la mia vita». Se anche queste sono frasi riportate male, non sapremmo proprio che dire. Se invece esprimono correttamente il pensiero dell’interessato generano una tristezza infinita.

Forse dipende dal fatto che da alcuni giorni stiamo conducendo ricerche su Hailé Selassié, l’ultimo re d’Etiopia, il Negus come lo chiamavano, scomparso in circostanze misteriose il 27 agosto 1975, quarant’anni fa. Il suo corpo – “sepolto e dimenticato in una latrina”, secondo alcuni; interrato a tre metri sotto il bagno dell’ufficio del dittatore “rosso” Menghistu, per rifarsi a una tradizione meno crudele – fu ritrovato 25 anni dopo e riesumato per essere sepolto con tutti gli onori – i primi di novembre – nella cattedrale di Addis Abeba.

 

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La memoria, come ci ha insegnato Elizabeth Loftus, non solo può sbagliarsi, ma spesso produce anche storie autonome, vere e proprie fiction. Una di queste dev’essere il ricordo di una foto persa negli anni che mostrava un vecchio nero, uno straccione, gettato a terra dentro una capanna, con la didascalia che lo indicava come il Negus perduto. Deve trattarsi di una fiction perché invece la storia ci racconta altro. Ci dice che quel re fu tenuto prigioniero nel palazzo di Menghistu che lo aveva deposto e che sperava di avere da lui informazioni sul luogo in cui aveva nascosto il tesoro della corona. Un servitore addetto alla sua cura seguiva dappertutto il prigioniero portando il cuscino – segno di regalità – che fu poi usato per soffocarlo quando il silenzio si rivelò impossibile da scardinare.

Hailé Selassié era stato un sovrano potente e fiero. Nelle fotografie della giovinezza e della prima maturità ha sguardo e portamento maestosi. Morì come Stalin, ucciso da un epigono di Stalin nella sua reggia rivelatasi una prigione. Era stato re ed imperatore d’Etiopia, gli era stato promesso – o forse si illudeva soltanto – che sarebbe morto come sovrano del suo Paese: finì in uno dei modi che si è detto, nessuno dei quali particolarmente invidiabile.

A questo punto non sappiamo più se sia stata la figura dell’imperatore a tingere di tristezza le frasi del presidente Berlusconi o se non sia stata piuttosto la sua insistenza sulla morte a farci tornare alla mente la vicenda dell’altro. Del quale conosciamo, come ovvio, la storia di beatificazione ad opera dei rastafariani, ma la lasciamo ad altri.

Domandiamoci piuttosto perché le due storie si rimandino l’una con l’altra nella nostra testa. Forse una questione di compiti delle vacanze. La storia del saggio ateniese Solone che, richiesto dall’uomo allora più ricco e potente della terra, il re Creso, di dire chi fosse, a suo giudizio, l’uomo più felice del mondo, non indicò il re, ma personaggi quasi insignificanti, che però si erano addormentati per sempre onorati e in pace con se stessi. Prima che uno sia morto, aveva concluso il vecchio ateniese, bisognerebbe dire che è stato fortunato, non felice. Deluso per il mancato riconoscimento il potente signore non tenne in alcun conto il giudizio dell’ospite. Se ne sarebbe però ricordato anni dopo, sul rogo cui lo aveva condannato Ciro, il re persiano che gli aveva sottratto regno e ricchezze.

 

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Qui i racconti divergono su alcuni particolari. Noi preferiamo la versione secondo la quale il vincitore, dopo che gli addetti gli ebbero riferito quel che il condannato stava farneticando di Solone, ordinò di spegnere le fiamme perché aveva capito di non aver diritto – nemmeno lui che era il più potente uomo del mondo – di uccidere un suo pari. Se, come dicono, comandare è meglio che far quella cosa lì, aver pietà è ancora meglio che voler continuare a esercitare il potere ad ogni costo. Soprattutto se quel potere si è ormai ridotto al proprio simulacro, se si rivela ogni giorno che passa sempre più come un guscio vuoto, al pari del celebre sorriso del gatto una volta che il gatto sia scomparso.

A che serve morire da presidente di Forza Italia, quando Forza Italia è diventata poco più (o poco meno) che un idolo, un nome – bello, sì, forse, per chi lo ha coniato – ma vano oramai, senza soggetto, per dirla col poeta. Sotto il peso di condanne che continuano a susseguirsi impietose in un turbinio di donne, di soldi e di menzogne, con una parte consistente del tesoro passata nelle mani del più odiato dei nemici che ne ride soddisfatto e l’altra obbligata ad essere versata nelle casse della moglie che gli ha mosso guerra, con gli amici che se ne vanno uno dopo l’altro ora che la festa è finita, ci domandiamo perché il presidente di Forza Italia non torni con la memoria al vecchio saggio – gliel’avranno raccontata anche a lui quella storia, i Salesiani – e non decida di appressarsi alla morte che continua a tornare nei suoi pensieri non come presidente di Forza Italia, ma come il figlio della mamma Rosa e del papà Luigi, con la faccia e nella pelle con cui è cresciuto, con le sole cose che contano nella vita di un uomo: i luminosi ricordi dei propri cari e l’affetto dei figli.

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