Monitorano le nostre preferenze

Che cosa sono i Big Data Intanto dite addio alla privacy

Che cosa sono i Big Data Intanto dite addio alla privacy
16 Dicembre 2014 ore 12:55

Siamo in un’era in cui tutto scorre veloce, dove ogni giorno vengono realizzate invenzioni e la tecnologia sembra non conoscere intoppi nella sua corsa verso il futuro. Ultimamente si sente spesso parlare di Big Data, ma che cosa vuol dire esattamente? Con questa parola si è soliti indicare un’ingente quantità di dati che aziende e imprese ricavano dalle interazioni che ciascun cliente compie con essa. Si parla di Big Data quando si ha di fronte un vasto insieme di informazioni che provengono da fonti come social network (Facebook, Twitter, email), posizioni rilevate dal GPS di uno smartphone e acquisti effettuati su e-commerce. Per intenderci, il 90 percento delle informazioni web oggi esistenti sono state generate negli ultimi 2 anni. Il ritmo con cui questi dati vengono prodotti è talmente alto che ogni due giorni si crea un volume di dati pari alla quantità di informazioni generate dall’umanità intera fino al 2003. Ogni minuto sono inviate più di 200 miliardi di email, su Youtube sono caricate più di 60 ore di contenuti, vengono inviati 300mila tweet e fatti più di 9 miliardi di telefonate.

Big data, che cosa c’entrano con la vita di tutti i giorni. Ciascuno di noi non si accorge minimamente dei dati che produce quotidianamente navigando su un sito o comprando una giacca su un e-commerce di moda. Ogni interazione compiuta con le aziende dà come frutto migliaia e migliaia di informazioni che mostrano i nostri gusti, le nostre preferenze, quello che vorremmo acquistare o quello che abbiamo già comprato. Insomma, come ben si può comprendere, di privacy sul web ce n’è ben poca.

Ma perché le aziende sono così interessate ad avere tutti questi dati? La risposta è semplice e quasi banale: cercano di conoscere maggiormente cosa desiderano i loro clienti, chi sono e quali sono i loro gusti. È per questo che, sempre più spesso, molte decisioni aziendali vengono prese proprio sulla base di queste analisi (ed è per questo che ci sono dirigenze che arrivano addirittura ad investire milioni di euro in questi studi). Ebay, per esempio, ha 20 statistici che lavorano full time su queste informazioni, con lo scopo di poter offrire ai loro clienti servizi e prodotti sempre più mirati. E poi, alla definizione del profilo cliente si possono aggiungere anche altri vantaggi, come la scoperta di nuovi flussi di entrate e la possibilità di elaborare nuovi approcci originali, per incrementare la produttività e ridurre i costi.

 

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Il paradigma delle 4V. La mole di dati che le aziende ricevono supera spesso la loro reale capacità di gestione ed elaborazione. Il cosiddetto “paradigma delle 4V” riassume in maniera molto sintetica quale sia l’impatto dei big data sulle aziende. Con Volume si intende la mole di dati che giorno dopo giorno aumenta in maniera esponenziale. Il problema è che diventa sempre più difficile individuare per tempo quelli che sono di maggior valore per il business. Segue la v di Varietà, dato che la tipologia di dati è molto variegata e ci si trova di fronte a dati in formato testuale, audio, video, in streaming, provenienti da blog, web e social network. C’è poi la Velocità, considerato che queste informazioni vengono prodotte con una frequenza sempre maggiore: per questo la sfida più importante oggi è quella di riuscire a gestire ed elaborare informazioni in tempi sempre più rapidi. E infine Valore: i modelli analitici sono sempre più complessi e impongono capacità elaborative impensabili fino a poco tempo fa.

Big Data e aziende europee. Secondo un’indagine condotta da IDC, un’importante società di ricerche di mercato, è emerso che su 1651 imprese dell’unione europea, più della metà delle aziende non farebbe uso dei Big Data. Addirittura, il 15 percento delle imprese non saprebbe neppure di che si tratta. Invece, tra i settori che maggiormente hanno scelto di implementare lo studio dei Big Data è possibile trovare quello delle telecomunicazioni e media (che hanno scelto questi sistemi soprattutto per interagire meglio con l’utente finale e capire dove si trovano i clienti), quello dei servizi finanziari (che usano questi dati principalmente per algoritmi di trading e per profilare i clienti) e quello manifatturiero (che li sfrutta principalmente per analizzare le transazioni e interpretare meglio le informazioni provenienti da Internet). Tra i settori che invece prevedono di investire di più nei Big Data entro il 2015 c’è l’healthcare, a dimostrazione del fatto che possono essere utili per migliorare i servizi forniti al paziente, analizzare le evoluzioni di malattie e sindromi e anticipare eventuali azioni correttive.

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