Cronaca
E i titoli volano in borsa

Il blitz contro le banche popolari Cosa sta per cambiare, di fatto

Il blitz contro le banche popolari Cosa sta per cambiare, di fatto
Cronaca 21 Gennaio 2015 ore 09:15

Tutti coloro che negli ultimi due giorni hanno prestato attenzione agli indici borsistici non possono non essersi accorti dell’incredibile rialzo che hanno avuto i titoli della banche popolari: si va dal cauto +1,7 e +1,5 percento di Carige, ai robusti +8 e + 3.1 di Ubi, Banca Popolare di Milano + 8 e - 0.66, fino agli incredibili +11 percento del Credito Valtellinese e +11 e +7 del Banco Popolare dell’Emilia Romagna. Il Banco Popolare oggi ha fatto +5,6. Un decollo finanziario che ha lasciato tutti a bocca, e soprattutto portafogli, aperti. In realtà, non c’è nessun mistero dietro a questo boom, ma è semplicemente la reazione dei mercati al nuovo decreto del Governo Renzi circa gli istituti creditizi popolari, che, a quanto pare, sta riscuotendo grande fiducia e successo nel mondo finanziario. Un po' meno in quello produttivo, come vedremo.

Il decreto è stato approvato martedì 20 gennaio dal Consiglio dei ministri e concede alle Popolari 18 mesi per trasformarsi in società per azioni. «Abbiamo troppi banchieri ma facciamo poco credito, bisogna aprirsi ai mercati e all’innovazione. Il nostro sistema bancario è solido sano e serio ma deve cambiare», ha detto il premier Renzi. Dieci le banche interessate, con attivi superiori agli 8 miliardi di euro. «Le altre, se lo vorranno potranno rimanere così», ha aggiunto il premier. La riforma non «toccherà le banche di credito cooperativo». Secondo il ministro del Tesoro Padoan, il decreto - su cui c’è stata collaborazione con Bankitalia - renderà gli istituti «più forti». Le banche interessate dalla riforma sono Ubi, Banco Popolare, Bpm e Bper tutte quotate così come le valtellinesi Creval e Popolare di Sondrio. Quotata anche Banca Etruria, mentre fuori dal listino restano le due big venete: Popolare di Vicenza e Veneto Banca. La decima, con attività tangibili per oltre 9 miliardi, è la più grande popolare del Mezzogiorno: la Popolare di Bari.

Il decreto. Le nuove norme in tema di banche popolari vanno a inserirsi nel cosiddetto “Investment Compact” (di cui vi abbiamo parlato qui), il piano del Governo per rilanciare il mondo bancario e imprenditoriale italiano; sono stati modificati alcuni articoli del Tub (il Testo unico bancario, la più importante fonte normativa del settore), in particolare è stato abolito per intero l’articolo 30, ovvero quello che disciplina i soci delle banche popolari.

 

 

Cancellare quest’articolo, con i suoi otto commi, significa cancellare il voto capitario («Ogni socio ha un voto, qualunque sia il numero delle azioni possedute»), il tetto dell’1 percento per le partecipazioni dei singoli soci, il numero minimo di soci (pari a 200). Una seconda novità del decreto riguarda anche l’eliminazione delle eccezioni rispetto alle disposizioni generali consentite alle banche popolari sulle deleghe di voto, ma nei fatti si tratta di poca cosa. La mossa cardine è proprio l’abolizione del voto capitario, che significa trasformare le banche popolari in società per azioni, rispetto al tradizionale assetto cooperativo: con le nuove disposizioni, infatti, maggiore sarà il peso finanziario del singolo socio all’interno dell’istituto, e maggiore sarà il suo potere all’interno della società: in parole povere, chi più soldi mette più comanda, esattamente come accade nelle Spa.

La cancellazione del voto capitario dovrebbe avere l’effetto di facilitare tutte le operazioni straordinarie, quelle che di norma non incontrano il favore delle maxi-assemblee con migliaia di piccoli soci: aumenti di capitale e, soprattutto, aggregazioni. Da tempo si vocifera, ad esempio, di salvare il Monte Paschi di Siena: l'integrazione con una spa, in cui sono poche persone a decidere, sarebbe estremamente più facile. Il timore di Banca d'Italia, che da anni spinge in direzione della trasformazione delle popolari in spa, riguarda anche la complessità del sistema decisionale e i possibili abusi di posizione. Rendere più snella, agile e meno costosa l’attività delle banche è una raccomandazione più volte espressa dal presidente di Bankitalia Ignazio Visco, così che anche le piccole-medie imprese, questuanti di finanziamenti come mai prima d’ora, possano ottenere benefici. Quello del governo appare tuttavia a molti come un atto di forza al servizio degli interessi dei più forti e non delle comunità locali, che nelle popolari hanno sempre trovato un fondamentale punto di appoggio.

Il fronte del no

Scettiche sul decreto del governo si sono dette nei giorni scorsi le associazioni dei commercianti e delle piccole imprese, secondo le quali non è affatto vero che grande banca faccia rima con maggior credito. Al contrario, a contribuire allo sviluppo del sistema produttivo italiano, rappresentato per il 95% da piccole imprese, sarebbe proprio il localismo bancario. «È il modello di sviluppo fatto di intreccio dell’economia con il territorio, idoneo a reggere la sfida dell’economia globale. Per questo siamo contrari alle ipotesi di riforma delle banche popolari», aveva detto nei giorni scorsi il presidente di Confartigianato Giorgio Merletti, secondo il quale sono «sistemi di economie locali che hanno fatto la storia e il successo del made in Italy».

Dopo la decisione del governo di tirare dritto, durissima è stata la reazione del Movimento 5 Stelle. «Con un blitz senza precedenti, Renzi si appresta a svendere le casseforti del risparmio italiano all’alta finanza. Il Governo prende di mira le banche popolari, che verranno addirittura cancellate per decreto e gettate in pasto ai grandi gruppi internazionali. Si tratta di istituti radicati sul territorio, fondati sul pluralismo della proprietà, che rappresentano l’unica fonte di credito per famiglie e imprese», ha detto Riccardo Fraccaro. Contraria anche la Lega che per bocca di Salvini si è detta «pronta alle barricate».

 

 

Le grandi banche popolari in Italia. Nei fatti e storicamente, le banche popolari sono state le più vicine e immediate fonti di finanziamento per le piccole, e numerosissime, realtà imprenditoriali legate al territorio del nostro Paese. In Italia le popolari contano oggi oltre un milione di soci e più di undici milioni di clienti; le dipendenze rappresentano il 28,3 percento degli sportelli in Italia, con una distribuzione capillare e una concentrazione maggiore nelle aree del Nord in cui, appunto, si registra un'alta presenza di piccole e medie imprese.

I principali istituti di credito popolari sono Ubi Banca e il Banco Popolare. Quest'ultimo è legato in particolare al Veneto, anche se vanta 3 milioni di clienti in tutta Italia, ed è una delle poche banche ad aver superato positivamente, pur con qualche difficoltà, gli stress-test europei rispetto alla salute creditizia. Ubi Banca, gruppo lombardo con sede a Bergamo, è addirittura la terza banca italiana, promossa a pieni voti dalle verifiche di Bruxelles. Paradossalmente, queste due grandi banche cooperative, oltre a rappresentare il principale riferimento finanziario per la piccola e media impresa di tutto il Nord-Ovest italiano, denotano una stabilità non comune rispetto alla maggior parte delle banche europee. È inoltre un dato di fatto che negli ultimi anni si sono dimostrate in grado di attrarre capitali, anche stranieri. In Ubi più dei 40% del capitale è posseduto da fondi, molti dei quali stranieri. Ubi, infine, recentemente ha varato modifiche allo Statuto che hanno alleggerito la governance, migliorato il sistema di voto e ringiovanito la classe dirigente. Evidentemente, altre preoccupazioni e altri interessi per il governo si sono rivelati più urgenti o più convincenti.

La Popolare di Bergamo. Va ricordato che Bergamo vanta una grande tradizione di banche cooperative. Ubi, nata dalla fusione della "Popolare di Bergamo" e del Banco di Brescia, è l'espressione storicamente più alta e importante di questo modello di governance che nei decenni si è dimostrato capace di rispondere in maniera quasi sempre adeguata non solo alle richieste del mondo economico ma più in generale alle necessità della popolazione tutta, famiglie in primis. La "Popolare" di Bergamo ha 155 anni di storia ed è stata determinante per lo sviluppo della nostra terra.