Video e foto della tragedia di Refrontolo

Tutto sulle bombe d’acqua (e come limitare i danni)

Tutto sulle bombe d’acqua (e come limitare i danni)
04 Agosto 2014 ore 11:38

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Poco prima della mezzanotte di sabato 3 agosto, un violento nubifragio si è abbattuto su Molinetto della Croda di Refrontolo – luogo del Trevigiano frequentato dai turisti, anche per il famoso e antico mulino ad acqua -. E ha provocato la piena del torrente Lierza, che ha spazzato via in pochi istanti persone, strutture, automobili, durante una festa paesana affollata di gente. Il bilancio è tragico: quattro persone morte (Maurizio Lot, 52 anni, operaio; Luciano stella, 50 anni, gommista, padre di due ragazzi; Giannino Breda, 67 anni, ex-falegname; Fabrizio Bortolin, 48 anni, neopapà), otto feriti (2 gravi). I soccorritori: «Al posto della strada una vera e propria valanga di fango e acqua alta più di un metro».

Tra le ultime bombe d’acqua anche quella di Milano che ha provocato, nelle scorse settimane, l’esondazione del Seveso. Comunque, il fenomeno si registra in tutta la Penisola, tendenzialmente al centro-nord. Che cosa sono esattamente, perché si chiamano così. Ed è possibile renderle innocue?

 

[Il torrente travolge la festa: quattro morti nel Trevigiano]

 

Il termine corretto è “nubifragio”. «Bomba d’acqua» è un termine giornalistico coniato dai mass media italiani come libera traduzione dell’inglese cloudburst (letteralmente “esplosione di nuvola”). Si tratta di un violento nubifragio in cui la quantità di pioggia caduta supera i 30 millimetri all’ora, o – secondo altri climatologi – quando le precipitazioni superano i 50 millimetri nell’arco di due ore. Il termine corretto usato dai metereologi è, invece, “nubifragio”. Si utilizza la più efficacie espressione “bomba d’acqua” per evidenziare gli ingenti danni che questo eccesso di pioggia può causare nelle aree che colpisce: allagamenti, straripamenti, danni a tubazioni, alberi sradicati e traffico bloccato. «Una quantità di acqua spropositata che diventa molto più pericolosa quando piove in zone dove è già piovuto, dove quindi il suolo è saturo di acqua e forma una copertura impermeabile che fa defluire l’acqua come un ruscello», spiega il vice-presidente del Consiglio nazionale dei geologi, Vittorio D’Oriano.

Come e quando si formano. Si legge su Focus:

Le nuvole che danno origine alle bombe d’acqua si formano per la differenza di temperatura tra il suolo e il cielo. L’aria calda proveniente dal mare sale fino a incontrare correnti più fredde che, come sappiamo, la fanno condensare e facilitano la formazione di nubi temporalesche. Nel periodo estivo, quando le acque marine sono più calde, e nei primi mesi d’autunno, quando la temperatura dell’aria inizia a calare, questi fenomeni sono più frequenti perché la differenza tra masse d’aria (quella umida e calda proveniente dal mare e quella più fredda negli strati superiori dell’atmosfera) aumenta.

Sono una novità di questi anni? Comunque è colpa del riscaldamento globale. Sarebbe sbagliato sostenere che questo sia un fenomeno che riguarda solo gli ultimi anni. Ma senza dubbio i nubifragi sono aumentati, e la colpa è del riscaldamento globale: dagli anni Settanta ad oggi la temperatura dei mari è salita di quasi un grado. Acqua più calda significa maggiore umidità, e maggiore differenza di temperatura tra l’aria che sale dal mare e quella incontrata in atmosfera. Le nubi si fanno più “gonfie” di pioggia ed è più facile che rovescino tutto il loro “carico” in una sola tornata.

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Si possono prevedere? I temporali si possono in qualche modo prevedere, ma la quantità di pioggia che scaricheranno è in un certo senso imprevedibile. Anche se, scrive Focus:

Ci sono aree geografiche in cui, comunque, questo fenomeno è più frequente: in particolare le zone caratterizzate da rilievi situati in prossimità del mare, dove è più facile che si formino correnti ascensionali di aria molto calda che entrino a contatto con temperature più basse. Nel nostro Stivale, ad esempio, le bombe d’acqua si verificano più facilmente in Liguria e Toscana.

Prevenire è meglio che curare, il parere del Consiglio nazionale dei geologi. Il vice presidente del Consiglio nazionale dei geologi, Vittorio D’Oriano spiega che «In presenza di ostruzioni e detriti l’acqua non può avere un regolare deflusso e nelle zone più basse l’acqua viene convogliata da fossi e fa esondare i fiumi». Bisogna quindi puntare sulla prevenzione, «anche se gli effetti si possono ottenere nell’arco di 5-7 anni». Occorre partire, quindi, da «un attento monitoraggio del territorio per individuare i punti a rischio», passare poi ad «una manutenzione periodica di fossi e fiumi molto più frequente di quella fatta sinora, eliminando strozzature, e pensare a una vera programmazione urbanistica, rispettando la vocazione naturale del territorio ed evitando le aree più esposte a rischio e il consumo di suolo». Nonostante siano interventi «semplici», dice il geologo, «l’operatività in tempo di pace è quasi sconosciuta, si interviene quasi sempre solo in emergenza». Individuare i punti critici ed eliminare strozzature e detriti, che potrebbero ostruire il deflusso dell’acqua, è dunque il primo passo preventivo da fare con maggiore frequenza. «Il monitoraggio non deve essere solo geografico ma deve considerare anche la struttura geologica», rileva D’Oriano ricordando che «in Parlamento si sta discutendo della trasformazione dell’Autorità di bacino in Autorità di distretto, preposta al controllo di alluvioni e dissesto con una competenza su un territorio più ampio ma che penalizza l’efficacia». Poi bisogna «impostare una programmazione dello sviluppo urbanistico che non c’è, con delle priorità che riguardino le aree più pericolose – osserva D’Oriano – Bisogna rafforzare la conservazione del suolo, rispettando la vocazione naturale del territorio e valutando i rischi, senza saturare le pianure dove anche l’agricoltura va sparendo; insomma non bisogna costruire dove non si può». Parlando della «nuova legge urbanistica presentata due settimane fa che aggiornerebbe quella del marzo del 1942», D’Oriano la definisce «condivisibile all’80-90% ma è carente laddove non precisa che bisogna privilegiare il non consumo di suolo. Bisogna invece poter decidere di demolire e ricostruire edifici anche in città e mettere fine alle speculazioni».

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