«Ricavammo l'impressione di una famiglia normale»

Bossetti, così si arrivò all’arresto «Temevamo volesse uccidersi»

Bossetti, così si arrivò all’arresto «Temevamo volesse uccidersi»
23 Settembre 2015 ore 17:30

«Arrestammo subito Bossetti perché temevamo che potesse commettere qualche atto autolesionistico o contro la sua famiglia». Il colonnello del Ros Michele Lorusso spiega così, in aula, il motivo del fermo scattato il 16 giugno 2014, dopo un solo giorno di pedinamento di quello che fino a 48 ore prima era noto come Ignoto 1. È la sua testimonianza ad aprire la quarta giornata di udienze per il processo relativo alla morte di Yara Gambirasio. «Seguendo Bossetti ricavammo l’impressione di una famiglia normale, in cui regnava molta armonia. Perciò ci preoccupammo che il sentore di essere sotto inchiesta, dopo quattro anni, potesse destabilizzarlo».

Ma secondo la pm Letizia Ruggeri la famiglia Bossetti tanto normale non doveva essere, visto che ha insistito su due presunti tradimenti della moglie Marita. Proprio a fine novembre 2010, a cavallo della sparizione di Yara, i due coniugi non si parlarono al telefono per otto giorni. E il possibile movente secondo la Ruggeri potrebbe essere proprio questo: «Un rapporto insoddisfacente potrebbe aver spinto l’imputato alla ricerca di alternative, tra ragazzine o donne adulte». Una tesi che provoca le proteste della difesa e un richiamo della Corte. «Prendiamo in considerazione solo i fatti precedenti al delitto», ammonisce la presidente Bertoja. Lorusso, nella sua deposizione fiume, torna anche sulla pista del dna. «Sugli indumenti di Yara c’erano quattro profili. Ma il più interessante era quello sugli slip: il Ris ci disse che poteva averlo lasciato solo l’aggressore».

Quanto al furgone Daily ripreso dalle telecamere, il colonnello ha tagliato corto: «Abbiamo analizzato 4mila mezzi, concludendo che non poteva essere altri che quello dell’imputato». Sono poi spuntate due bolle d’accompagnamento che Bossetti teneva in camera, non insieme al resto della contabilità. Una riguardava l’acquisto di materiale edile proprio il 26 novembre, di mattina. L’altra il famoso metro cubo di sabbia, comprato il 9 dicembre. Secondo Lorusso, Bossetti lo acquistò solo per avere il pretesto di passare da Chignolo d’Isola, dove ancora giaceva il cadavere. Quanto al misterioso personaggio che fissava Ilario Scotti subito dopo il ritrovamento della tredicenne, l’ufficiale ha ammesso che «non è mai stato identificato».

Il dna è l’elemento centrale dell’intero processo, e Lorusso lo ha ribadito. «Senza quella traccia non saremmo mai arrivati a Bossetti». Ma nel pomeriggio sono emersi altri indizi a carico dell’imputato. L’analisi dei due computer di casa Bossetti ha evidenziato materiale pornografico con attrici riprese nei panni di minorenni o comunque in «situazioni che simulavano la fanciullezza». In più sono affiorate ricerche su Google a proposito di “sesso con tredicenni”. In almeno un’occasione, il 29 maggio 2014, sarebbero state effettuate sicuramente da Bossetti. Quel mattino a casa c’era solo lui. Risultano poi anche consultazioni di profili Facebook di amiche dei figli, o comunque di minorenni. Su quest’ultimo punto, però, va detto che durante un colloquio in carcere la moglie Marita aveva detto di esser stata lei ad andare sul social. Inoltre, Bossetti usava programmi per “coprire” la navigazione e per cancellarne le eventuali tracce.

Dalla deposizione di Lorusso è emerso anche un dettaglio che spezza il cuore. Quando l’ufficiale il 26 febbraio 2011 arrivò nel campo di Chignolo, vide che in una mano Yara «stringeva un ciuffo d’erba ancora radicato. Forse l’ultimo spasmo prima di morire». La ragazzina dunque si spense proprio lì, dietro i capannoni industriali, in quel luogo «dove non ci si poteva finire per caso», che l’assassino doveva conoscere bene. Un campo che fu perlustrato dalle squadre di ricerca, che però si addentrarono solo per 30 metri tra rovi ed erbacce. Ma il cadavere era 50 metri più in là.

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