Cosa è successo nell'udienza più attesa

Bossetti: «Qui tutti mentono, io no» E la difesa tenta il colpo di scena

Bossetti: «Qui tutti mentono, io no» E la difesa tenta il colpo di scena
Cronaca 05 Marzo 2016 ore 08:00

Si è tenuta venerdì 4 marzo al Tribunale di Bergamo la nuova udienza del processo sull’omicidio di Yara Gambirasio. Un’udienza molto attesa: Massimo Bossetti, l’imputato accusato di aver ucciso la notte del 26 novembre 2010 la tredicenne di Brembate Sopra, ha infatti cominciato la propria deposizione rispondendo alle domande del pm Letizia Ruggeri. Com’era prevedibile, sin dalle 7.30 all’esterno del Tribunale di Bergamo c’era una numerosa folla, composta sia da giornalisti che da semplici curiosi, tutti desiderosi di assistere all’udienza, una delle più attese di tutto il processo dopo quella del 24 febbraio in cui ha invece parlato la moglie del muratore di Mapello, Marita Comi (la madre, Ester Arzuffi, si era invece avvalsa della facoltà di non rispondere, così come il fratello Fabio). Nelle precedenti udienze del processo partito nel luglio scorso, Bossetti è intervenuto con dichiarazioni spontanee soltanto in rare occasioni.

Tra la mattina e il pomeriggio, il clima all’interno dell’aula del tribunale è stato decisamente diverso: se in mattinata, infatti, sono volate scintille tra accusa e difesa per la presentazione di alcuni documenti dei legali di Bossetti che, a loro parere, avrebbero potuto gettare nuova luce sulle indagini della Procura (documenti che però non sono ammessi a processo dalla Corte d’Assise), nel pomeriggio c’è stata grande attenzione all’interrogatorio dell’imputato, che ha parlato giusto un’ora prima che il presidente Antonella Bertoja sospendesse l’udienza e la aggiornasse all’11 marzo prossimo. Riviviamo insieme quanto accaduto.

 

coda fuori tribunale bossetti foto bedolis

 

La deposizione di Bossetti. Partiamo dalla fine, ovvero dal momento più atteso: la deposizione dell’imputato. Bossetti s’è presentato sul banco alle 16.30. La difesa aveva avanzato richiesta di essere la prima a interrogare il carpentiere di Mapello, ma la Corte non l’ha accolta. È stato dunque il pm Letizia Ruggeri a porgere le prime domande all’imputato (l’ordine imposto dai giudici prevede che successivamente tocchi ai legali della parte civile e infine alla difesa), il quale ha negato di aver mai conosciuto Yara: «Non la conoscevo, non l’ho mai vista. Nessuno della mia famiglia la conosceva. Conoscevo soltanto di vista, per lavoro, il padre». Il pm ha poi chiesto a Bossetti se si ricordasse dove si trovava la sera del 26 novembre 2010, ovvero la sera della scomparsa e della morte della 13enne. Nessuna esitazione nella risposta per l’imputato: «Lo ripeto per l’ennesima volta, sono qui proprio per ripeterlo: non me lo ricordo. Sono una persona abitudinaria, banale, normale. Faccio sempre le stesse cose. Non mi ricordo quella sera, così come non ricordo la cena di ieri. Anche mia moglie quando è venuta a trovarmi in carcere mi ha fatto il terzo grado al riguardo. Mi ha messo con le spalle al muro, ma io davvero non ricordo nulla di quella data». Il pm ha poi chiesto a Bossetti di spiegare la sua professione, cosa che l’imputato ha fatto, aggiungendo che nel novembre del 2010 «lavoravo sia in un cantiere a Bonate che in uno a Palazzago».

Bossetti, stando al racconto dei presenti, è parso molto tranquillo e determinato. Mentre ripeteva di non ricordare nulla di quella tragica sera del 26 novembre di 6 anni fa, Bossetti ha rivolto lo sguardo dritto negli occhi della Ruggeri e ha dichiarato: «Dottoressa, non sto mentendo. Hanno mentito tutti quelli che si sono seduti qui prima di me. A parte i miei consulenti, qui hanno mentito tutti». Parole pesanti, ma dette da un uomo intenzionato a scagionarsi da una pesante accusa. La Ruggeri è passata oltre, e ha fatto alcune domande relative ai tragitti che Bossetti solitamente percorreva per tornare a casa dopo lavoro. Rispondendo alla domanda, l’imputato ha ricordato come «tornando a casa mi fermavo spesso a prendere le figurine in edicola per i miei figli. Mia moglie si arrabbiava e litigavamo perché diceva che li viziavo». La Ruggeri ha però sottolineato come gli edicolanti avessero più volte smentito questa ricostruzione dei fatti. Bossetti non si è scaldato e si è limitato a descrivere minuziosamente ogni dettaglio dei suoi passaggi in edicola, dal punto in cui parcheggiava il furgone a ciò che domandava agli edicolanti. Dopo un’ora esatta di deposizione, la Corte ha deciso di sospendere l’udienza e di aggiornarla all’11 marzo.

 

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[Marita Comi, la moglie di Bossetti]

 

La questione della pedopornografia. L’udienza del 4 marzo si è però aperta con il controesame al sottotenente Giuseppe Specchio e al maresciallo Rudi D’Aguanno del Raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche (Racis) di Roma, ovvero i consulenti informatici dell’accusa. I due hanno confermato che sui computer di Bossetti (un fisso e un portatile) è stato rinvenuto «copioso materiale pornografico». I due hanno però anche smentito che nei dati interni ai pc (cosa diversa dalle ricerche online) siano stati trovati contenuti pedopornografici. L’accusa ha però sottolineato che ci sono prove di ricerche con parole chiave riconducibili anche a materiale pedopornografico. Sul punto l’accusa, in occasione della scorsa udienza, si era soffermata con attenzione, con i due consulenti che avevano ammesso che risultavano esserci state ricerche online relative a termini sessuali abbinati a parole chiave come “ragazze vergini rosse” o “ragazzine”. Altre ricerche compiute sui due pc sequestrati a Bossetti che, secondo l’accusa, giocherebbero a favore del castello accusatorio sarebbero quelle relative a “ragazzine rosse tredicenni per sesso” e “come rimorchiare una ragazza in palestra”.

Il colpo di scena della difesa: le mail di Hacking Team. A fare discutere, però, è stato un altro tema, che ha portato a nuove scintille tra accusa e difesa. Nella mattinata, infatti, Salvagni e Camporini hanno sollevato il giallo su Hacking Team, la società milanese specializzata in software spia i cui archivi sono stati violati l’estate scorsa, con tanto di mail interne alla società messe online nei mesi scorsi da Wikileaks, l’organizzazione no profit fondata da Julian Assange nota per la pubblicazione di documenti riservati. Da quelle mail si è appurato che nella Hacking ci sono diversi esperti che hanno collaborato con polizia, carabinieri e probabilmente servizi segreti italiani in diverse delicate indagini. Proprio nel luglio 2015, a processo appena iniziato, la Procura di Bergamo aveva però assicurato di non aver mai avuto rapporti con quell’azienda. E invece… E invece, secondo la difesa di Bossetti, le cose sarebbero andate diversamente.

Tra i documenti riservati della Hacking Team pubblicati da Wikileaks, infatti, ce ne sarebbero anche alcuni che fanno esplicito riferimento alle indagini sulla morte di Yara. Come una mail datata 17 giugno 2014 (il giorno successivo all’arresto di Bossetti), dove un responsabile dell’azienda e l’amministratore delegato di Hacking Team, David Vincenzetti, si scrivevano: «Diamoci una pacca sulla spalla… I Ros ci hanno contattato ringraziandoci per il prezioso contributo, per la buona riuscita di una loro operazione. Chiunque abbia visto i tg ieri sera dovrebbe sapere di cosa parlo. […] Naturalmente non posso dirvi molto. Naturalmente non conosco i dettagli. Ma, come è già successo numerose volte in passato per casi celeberrimi e molto più grandi di questo, il merito del successo di questa indagine va a una certa tecnologia investigativa informatica prodotta da un’azienda a noi molto nota». Questi documenti, secondo la difesa di Bossetti, dimostrerebbero che anche i computer del loro assistito potrebbero essere stati violati e dunque le prove potrebbero risultare inquinate o manipolate.

 

ruggeri bossetti tribunale bergamo foto bedolis

 

L’ipotesi del Dna artificale, il pm: «Mail farneticanti». Ma c’è di più: l’avvocato Claudio Salvagni ha infatti fatto riferimento a un’altra mail riconducibile alla Hacking Team e pubblicata da Wikileaks, nella quale si parla della costruzione di Dna artificiale in Israele. In questo caso, però, non ci sarebbe alcun riferimento al caso della morte di Yara o alle indagini su Bossetti. Da qui la veemente reazione del pm Letizia Ruggeri e di Andrea Pezzotta, legale della famiglia Gambirasio, i quali si sono opposti all’acquisizione nel processo del materiale presentato dai difensori di Bossetti. La Ruggeri ha così commentato: «Si tratta di mail farneticanti, mere allusioni a interventi dei Carabinieri nella configurazione di informazioni informatiche o genetiche. O la difesa prova che il materiale è verificato e comprovato o questo materiale non ha valore. I Carabinieri non hanno fatto altro che effettuare quanto commissionato dalla Procura e questo materiale non ha dignità neppure per entrare come documenti irrilevanti negli atti processuali». In seguito alla pausa per il pranzo, la Corte d’Assise presieduta dal giudice Antonella Bertoja ha però deciso di non prendere in considerazione il materiale presentato da Salvagni e Camporini ritenendolo «non pertinente alla materia».

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