L'alleanza con Berlusconi

Se Bossi lascia la Lega, non il nord

Se Bossi lascia la Lega, non il nord
16 Maggio 2017 ore 10:10

Sinceramente Umberto Bossi si aspettava un esito diverso. Ma il risultato gli ha fatto capire che questa Lega non è più la sua Lega. Alle primarie per scegliere il segretario erano 15mila gli iscritti (dovevano esserlo da almeno un anno) con diritto di voto. Matteo Salvini ha portato casa quasi un plebiscito, con oltre l’82 per cento di voti, mentre il candidato di opposizione, quello su cui il fondatore del Carroccio puntava, l’assessore lombardo Fava, ha retto solo nella sua Regione. Per il resto non c’è stata storia. Bossi alla vigilia era stato chiaro: la sua era suonata quasi come una chiamata alla rivolta contro Salvini, l’uomo che ha snaturato la Lega, con l’offensiva per raccogliere voti a Sud. Ma militanti e apparato non l’hanno seguito, o non hanno osato uscire allo scoperto contro Matteo. Che è uomo che non digerisce gli sgarri: a Roberto Maroni l’ha giurata, per via del suo sostegno molto tiepido («Tra i primi 450 sms che ho ricevuto quello di Maroni non c’era», ha sottolineato un minaccioso Salvini).

 

 

Bossi dal canto suo ha fatto capire di essere ormai pronto al grande passo: lasciare la sua creatura. Per andare dove? Lo ha spiegato lui stesso, appena saputi i risultati delle primarie: «Ci sono migliaia di fuoriusciti ed espulsi della Lega che hanno messo assieme un partito abbastanza grande e stanno attorno a Roberto Bernardelli. Io potrei valutare la situazione. Sono per continuare la battaglia per la liberazione del Nord ma prima vediamo i dati». Chi è Bernardelli? È un leghista d’assalto, salito alla ribalta delle cronache per la famosa vicenda del tanko (il trattore travestito da carrarmato) in piazza san Marco. Nella realtà è un imprenditore alberghiero, che non disdegna il sud in quanto ha una struttura a Caserta, ma che sposa la linea di Bossi: la Lega come partito del Nord. «Io non mollo», ha garantito ieri il fondatore della Lega. «Non permetterò che il Nord venga tradito per qualche sedia in più. Oggi il Nord non ha più i soldi per mantenere il Sud».

 

 

Bernardelli è pronto per lanciare il suo movimento: lo farà il 27 maggio prossimo all’hotel Cavalieri di Milano. Il nome non lo ha rivelato, ma si sa che ha arruolato molti leghisti emarginati dal corso si Matteo Salvini. «Bossi è un uomo libero – ha detto Bernardelli – quindi se vuole venire con noi, nel nostro movimento, sarà molto bene accetto. Anzi, sarà un onore incredibile. Lui è l’uomo che ci ha dato un sogno». Ma Bossi, l’uomo a cui è sempre piaciuto stare al centro dei giochi, accetterà di andare in una formazione così marginale? L’unica possibilità è che dietro un’eventualità di questo tipo ci sia un piano suggerito dal suo amico Berlusconi, a cui farebbe comodo una scissione della Lega, vista la difficoltà a dialogare con Salvini. Berlusconi come Bossi non è uno a cui piaccia stare a guardare gli altri che governano: se si va in politica si va per prendere le redini del potere. Quindi le alleanze sono un passaggio fondamentale: una logica che Salvini proprio non riesce ad accettare. «Berlusconi vuole un’Europa in cui ci sia un potere esterno che limiti le spese pazze dell’Italia», ha spiegato Bossi, facendo capire che la vecchia amicizia non conosce incrinature.

 

 

Quanto a Salvini ha la sindrome da piccolo Le Pen: perdono sempre e comunque, anche quando vincono. E soprattutto schiaccia la Lega a destra. Cosa che a Bossi proprio non va giù: «I Le Pen che piacciono tanto a Salvini non erano fascisti all’acqua di rose ma andavano a scoperchiare le tombe degli ebrei. Invece la mia famiglia è sempre stata antifascista». Più lontani di così…

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