Le due elezioni di domenica 26

Il Brasile a Dilma per un soffio e l’Ucraina per ora di nessuno

Il Brasile a Dilma per un soffio e l’Ucraina per ora di nessuno
25 Ottobre 2014 ore 16:44

Dilma Rousseff è stata riconfermata Presidente del Brasile. Intanto, in Ucraina si è ancora con il fiato sospeso per i risultati elettorali per il rinnovo del Parlamento. Entrambi i Paesi sono chiamati a sfide importanti per il loro futuro: si tratta di rinnovare la classe dirigente o di dare nuova spinta a economie in crisi. In Ucraina ci si appresta ad affrontare l’inverno e a fare i conti con le istanze secessioniste che in questi mesi hanno provocato migliaia di morti. In Brasile, invece, c’è soprattutto l’economia da risanare.

 

BRASILE

dilma ansa

Il Brasile pronto al Dilma II. La Presidente uscente Dilma Rousseff ha sconfitto al ballottaggio il candidato-rivelazione delle elezioni dello scorso 5 ottobre, Aecio Neves, battendolo di soli tre punti percentuali: 51,6 percento contro 48,4 percento, con uno scarto di tre milioni di voti sui 143 chiamati alle urne. Fondamentale per la vittoria è stato il cosiddetto “fattore L”, dal nome dell’ex Presidente Luiz Inacio Lula da Silva, che rimane l’uomo politico più amato dai brasiliani. Lula ha appoggiato Dilma, facendo leva anche sui ceti più poveri del Paese, confermando l’estrazione sindacale del partito dei lavoratori (PT), che nel corso degli anni ha distribuito sussidi ai ceti meno abbienti. In Brasile oggi ci sono oltre 50 milioni di persone che vivono grazie a un sussidio. Dilma, nella spietata campagna elettorale di queste ultime settimane, si è appellata proprio a loro, paventando la confisca del sussidio qualora venisse eletto presidente Aecio Neves, esponente del partito di centro destra dei social democratici. Con la vittoria di Dilma Rousseff, il PT conquista il quarto mandato consecutivo alla presidenza del gigante sudamericano: dal 2002 si sono succeduti dapprima Lula e poi la sua delfina Dilma. Il suo sfidante, Aecio Neves, era stata la grande sorpresa di queste elezioni, battendo al primo turno la superfavorita Marina Silva. Fino agli ultimi sondaggi prima del ballottaggio, i due candidati erano separati da una manciata di voti e nessuno è riuscito a fare un pronostico sul reale esito delle urne.

Le sfide per la Presidenta. Da oggi Dilma è chiamata a rinnovare un Paese che ha bisogno di risanare la sua economia, perché nell’ultimo anno e mezzo ha visto emergere diversi segnali di preoccupazione dovuti al rallentamento della crescita, ai molteplici casi di corruzione delle aziende di Stato, fino alle proteste di carattere sociale che hanno investito il Paese nei mesi scorsi. L’altra emergenza è quella legata alla sicurezza: In Brasile lo scorso anno sono state uccise 56mila persone, pari a quasi il 12 percento di tutti gli omicidi registrati a livello planetario. La presidente Dilma ha dichiarato di voler essere «un Presidente migliore rispetto a ciò che sono stata finora» e ha poi invitato tutti i brasiliani a unirsi «per un migliore futuro del Brasile». Dilma ha inoltre annunciato che il dialogo sarà uno dei tratti essenziali del suo nuovo mandato.

Il Brasile oggi e le sue contraddizioni. Nonostante oggi l’economia del Brasile sia rallentata, Dilma ha saputo far fare consistenti passi avanti al Paese ereditato da Lula: secondo dati dell’Onu la povertà estrema è calata del 75 percento, sono stati creati 21 milioni di posti di lavoro e il livello di denutrizione si è dimezzato. Elementi importanti, che tuttavia convivono con i grandi problemi del Brasile, tra cui la sproporzione fra i pochi ricchi, che si possono permettere servizi di prim’ordine, e i molti poveri, costretti a ricorrere al sistema pubblico, inefficiente e terreno di cultura della corruzione. Ci sono ancora 12 milioni di persone che vivono in condizioni disumane.

Negli ultimi 15 anni, però, il Paese ha vissuto un boom economico senza precedenti, facendo nascere la cosiddetta classe media. Poi la brusca frenata della crescita, lo stallo e la caduta nella recessione. Rimane il fatto, però, che nel 2002 ben 11 milioni di brasiliani erano disoccupati. A settembre del 2014 la disoccupazione è scesa al 4,9%, l’indice più basso da marzo del 2002. A settembre del 2013 era del 5,4%. Lo stipendio medio di un brasiliano è di 830 dollari al mese, circa il 30% di più rispetto al 2002. Il Brasile ha sperimentato negli ultimi dieci anni una sostenuta crescita che ha reso la sua economia la prima dell’America Latina e il suo Pil pari alla metà della ricchezza prodotta dall’intero continente sudamericano. Rispetto all’anno 2000 il Pil del Brasile è cresciuto, infatti, di circa tre volte e mezzo, passando da 644,7 miliardi di dollari a 2.477 miliardi nel 2011. Il Pil pro capite ha avuto una crescita simile e risulta ancora in aumento, passando dai 3.694 dollari del 2000 ai 12.379 stimati per il 2014. Tutte conquiste del Partito dei Lavoratori alla presidenza, su cui Dilma ha fatto leva nella sua campagna elettorale e che l’hanno premiata, anche se i risultati del voto dimostrano che il Paese è equamente diviso tra un ancoraggio al passato e un desiderio di novità di stampo economico più liberale.

 

UCRAINA

petro poroshenko ansa

Le elezioni in Ucraina. Non sono solo i brasiliani ad aver votato il 26 ottobre. In Ucraina si è votato per il rinnovo del Parlamento, la Rada. I riscaldamenti erano spenti, nonostante la temperatura massima a Kiev in questi giorni si assesti sui 5 gradi di massima e i meno 4 di minima. Il Paese, al gelo, ha importato carbone per scaldarsi. Una situazione dovuta al mancato accordo sul gas con la Russia. Le elezioni sono arrivate a quasi un anno dalla rivolta di piazza Maidan, che ha portato alla cacciata del presidente Viktor Yanukovych, all’annessione della Crimea alla Russia e all’accordo di associazione con l’Unione europea. A pesare su queste elezioni sono stati però soprattutto i quasi 4mila morti del conflitto con i separatisti filorussi del Donbass, nell’est del Paese.

La Rada è composta da 450 seggi, assegnati per metà con il proporzionale (in lizza 29 partiti) e metà con il maggioritario (3468 candidati). Siederanno in parlamento un numero compreso tra quattro e sei partiti e per superare la soglia di sbarramento è necessario raggiungere il 5 percento dei voti o arrivare al primo posto in uno dei 225 collegi uninominali. Una trentina di scranni però resteranno vuoti: non si è votato infatti in Crimea, annessa da Mosca dopo un controverso referendum in marzo, e nelle zone controllate dai ribelli filorussi nelle regioni orientali di Donetsk e Lugansk, che hanno convocato autonome elezioni parlamentari e presidenziali per il 2 novembre, in violazione degli accordi di Minsk. In tutto, gli aventi diritto chiamati a votare erano 34 milioni. L’affluenza si è fermata al 52,42 percento, con punte del 70 percento a Leopoli e in tutte le roccaforti dell’ovest anti-russo.

Via i comunisti dal Parlamento. Il grande favorito era il presidente Petro Poroshenko, con il suo partito chiamato il Blocco Poroshenko, dato per vincente al 30 percento. I primi risultati elettorali erano un testa a testa tra il Fronte Popolare del premier Arseni Yatseniuk, che è un riformatore ma meno propenso al dialogo con Mosca, e il blocco di Poroshenko. A vincere sono i partiti europeisti, filo occidentali e nazionalisti. Gli scrutini non sono ancora terminati, ma a oltre un quarto dei voti scrutinati, il Fronte Popolare è al 21,7%, preceduto di poco dall’alleato Blocco di Poroshenko al 22.2-23. Grande sconfitta è Yulia Timoshenko, che si dovrebbe fermare al 6%. Il Blocco delle opposizioni, schierato con l’ex presidente filo-russo Viktor Yanukovich, finora ha ottenuto circa il 7,6% dei voti. Non ci saranno più i comunisti. Il sindaco di Leopoli Andrei Sadovy entrerà per la prima volta in parlamento.

La questione gas. Una vittoria dimezzata, quindi, quella di Poroshenko, i cui risultati definitivi si avranno solo a fine mese. Nel frattempo l’Ucraina attende l’esito dell’incontro di martedì prossimo con Mosca per la questione delle forniture di gas. L’affermazione di Yatseniuk e le sue rigide posizioni nei confronti della Russia potrebbero mettere seriamente a repentaglio il raggiungimento di un accordo. Se le cose andranno così sarà ancora una volta Putin lo stratega della gestione della guerra civile e delle forniture di gas. Con dalla sua parte il terribile Generale Inverno.

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