Su Damasco si rischia la paralisi diplomatica

Brindisi e frecciate, sorrisi e gelo Come è andata tra Putin e Obama

Brindisi e frecciate, sorrisi e gelo Come è andata tra Putin e Obama
29 Settembre 2015 ore 10:07

Il 28 settembre è stato un giorno storico: Obama e Putin si sono parlati. Ed è già qualcosa, visto che i due non si incontravano dal giugno 2013. L’occasione è stata la 70esima Assemblea Generale dell’Onu, dove entrambi hanno parlato. Ma dopo le rispettive relazioni, Obama e Putin si sono incontrati in un faccia a faccia personale, interamente incentrato sulle questioni che affannano il mondo. Hanno parlato soprattutto di Siria, là dove le loro posizioni sono diametralmente opposte. Entrambi concordano sul fatto che in Medio Oriente si debba intervenire per riportare la stabilità e avviare un processo di transizione che porti alla ricostruzione del Paese. Ma la distanza rimane sul ruolo di Assad: per Obama è un tiranno che ha brutalizzato il suo popolo e quindi deve essere escluso da una eventuale trattativa, mentre Putin sostiene che è un grosso errore non cooperare con lui. Inoltre sono state reciproche le accuse di aver contribuito alla destabilizzazione della regione. «Vi rendete conto di cosa avete fatto?» ha chiesto Putin all’Onu e all’Occidente, riferendosi al fatto che ovunque l’America sia intervenuta ha portato scompiglio. Iraq e Siria in primis.

Paralisi diplomatica. Prove di dialogo, ha detto qualcuno, botte da orbi secondo altri. Durante il pranzo dei leader del mondo, prima dell’incontro, Putin e Obama erano seduti allo stesso tavolo. Hanno brindato e hanno posato per le foto di rito, ma i loro volti tirati e i sorrisi di circostanza hanno comunicato più di mille parole. E se subito dopo il pranzo l’incontro tra i due è durato 95 minuti, rigorosamente a porte chiuse, la vera battaglia si è consumata sul ring dell’Assemblea Generale dell’Onu, a colpi di discorsi. A inaugurare i lavori dell’Assemblea è stato il segretario generale Ban Ki-moon, che ha rimproverato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di aver creato una paralisi diplomatica in Siria. In particolare sono Russia, Usa, Arabia Saudita, Iran e Turchia a non aver fatto abbastanza per risolvere il problema. I cinque Paesi sono gli unici a poter risolvere la crisi, ma «finché nessuno di loro cercherà un compromesso con l’altro è inutile attendersi un cambiamento concreto». Adesso Usa e Russia hanno cominciato a parlarsi, anche se il compromesso sembra essere ancora lontano.

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Le due opposte posizioni. L’incontro tra i due leader è arrivato dopo una giornata cominciata molto presto a New York. Obama, che ha parlato subito dopo Ban Ki-moon, ha cercato di rompere il ghiaccio, affermando che «gli Stati Uniti non possono risolvere da soli i problemi», e che quindi «lavoreranno con Russia e Iran per risolvere la crisi siriana». Ma a patto che Assad se ne vada. Una prima frecciata alla Russia è stata lanciata quando il premier Usa ha affermato che «ci sono delle potenze internazionali che agiscono in contraddizione con il diritto internazionale. C’è qualcuno che ci dice che dovremmo sostenere dei tiranni come Assad, perché l’alternativa è molto peggio». Ma Putin non deve aver sentito perché è arrivato, come suo solito, mentre il discorso di Obama era cominciato da un po’. Erano dieci anni che non metteva piede al Palazzo di Vetro. Parlando verso la fine della sessione il leader del Cremlino ha affermato che l’obiettivo principale deve essere sconfiggere lo Stato Islamico, e che Assad è l’unico a combatterlo veramente. E infatti la Russia ha già cominciato a prepararsi a combattere a fianco del presidente siriano. Ma i suoi droni e i suoi aerei che stanno compiendo voli di ricognizione sono concentrati sulla costa occidentale del Paese, dove più che gli islamisti del Califfo ci sono i ribelli che combattono Assad.

 

https://youtu.be/7BYU9J8Ow4U

 

Transizione parola chiave. La parola chiave, che forse fa ben sperare è stata transizione. L’ha pronunciata Obama quando ha affermato che in Siria bisogna mettere fine al caos. Serve un compromesso, certo, ma senza Assad. Senza se e senza ma. Dal canto suo Putin ha proposto la creazione di una «vasta coalizione internazionale» che ha paragonato alla «coalizione anti-Hilter» della Seconda Guerra Mondiale. Una proposta che Washington sembra accettare e verso la quale Obama ha mostrato segnali di apertura. Perché solo così si potrebbe aprire la strada verso la transizione democratica nel Paese. Anche se il nodo da risolvere è, ancora una volta, la figura di Assad.

L’ultima parola di Putin. La stoccata finale, al termine di una giornata che sembrava segnata dai primi passi di disgelo, è arrivata da Putin, il quale prima di partire per Mosca ha incontrato brevemente i giornalisti per commentare l’incontro con Obama. Il leader del Cremlino ha riconosciuto che è stata aperta la strada a una visione comune del problema, e che il lavoro di entrambe le potenze, Russia e Usa, deve essere condotto su una base bilaterale. Nulla quindi è escluso, nemmeno la possibilità che i caccia russi si uniscano a quelli della coalizione internazionale contro l’Isis. Ma il suo ultimo commento è stato tagliente: «Non spetta agli Stati Uniti scegliere il leader di un altro Paese». Dopo tutto Obama sta per terminare definitivamente il suo mandato, mentre Putin dalla sua ha ancora una lunga carriera da percorrere. Anche in Medio Oriente.

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