Per l'Onu sono state massacrate a Bama

#bringbackourgirls, un anno dopo Chi pensa più a quelle ragazze?

#bringbackourgirls, un anno dopo Chi pensa più a quelle ragazze?
14 Aprile 2015 ore 15:20

È passato un anno da quando 276 studentesse tra i 15 e i 18 anni, in Nigeria, vennero rapite mentre si trovavano nel dormitorio della loro scuola di Chibok, stato di Borno, nel nord est del Paese. Quella notte un commando fece irruzione nel dormitorio, rapì le ragazze e nella fuga diede fuoco a molte case e negozi della città. Di quelle studentesse, 57 riuscirono a scappare in breve tempo, ma delle altre non si hanno mai avuto notizie precise. Gli jihadisti di Boko Haram, il gruppo terroristico che sta seminando il terrore in Nigeria, quasi un mese dopo il sequestro rivendicarono il gesto. In un videomessaggio il capo dell’organizzazione disse che le donne erano state fatte convertire all’islam, chiedendo il rilascio di tutti i militanti nelle carceri nigeriane in cambio della liberazione delle ragazze.

I timori dell’Onu. A un anno di distanza da quella tragica notte, l’Onu teme un massacro: in un’intervista pubblicata dal quotidiano nigeriano This Day, il direttore dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhchr), Raad Zeid Al Hussein, ha affermato che le ragazze «potrebbero essere state tutte uccise» a Bama, città controllata per mesi dai Boko Haram, che venne abbandonata in seguito all’offensiva dei militari nigeriani. Stando alle dichiarazioni di Al Hussein il massacro potrebbe essere avvenuto proprio prima dell’offensiva finale dell’esercito. Lo testimonierebbe il ritrovamento di molti cadaveri si donne da parte dei militari una volta entrati in città. Raad Zeid Al Hussein, inoltre, aggiunge che, dopo essere state rapite, le studentesse potrebbero essere state costrette a sposare i loro sequestratori.

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La marcia con i vestiti rossi e i bavagli. Per commemorare il triste anniversario della scomparsa delle studentesse, ad Abuja, capitale della Nigeria, si è svolta una marcia silenziosa, durante la quale gli abitanti sono scesi in piazza vestiti di rosso, con i bavagli sulla bocca e i cartelli che recano l’hashtag #bringbackourgirls now (ridateci ora le nostre ragazze). A sfilare 219 ragazze, lo stesso numero delle studentesse che mancano all’appello. Oltre alla marcia, per ricordare le ragazze rapite, sono stati organizzati in tutto il Paese incontri di preghiera nelle moschee e nelle chiese, letture commemorative nella capitale alla presenza del cardinale John Onaiyekan, arcivescovo cattolico di Abuja, e veglie notturne.

La campagna internazionale. #bringbackourgirls è lo stesso hastag che il 23 aprile 2014 ha segnato l’inizio della campagna internazionale per la liberazione delle studentesse. Ad appoggiarla anche la first lady Michelle Obama e il premio Nobel per la pace Malala Yousafzai. Proprio Malala, in questi giorni ha voluto scrivere una lettera alle ragazze, in cui dice loro che non verranno mai dimenticate. Sulla sua pagina web Malala, oltre ad accusare il governo nigeriano e la comunità internazionale di non aver fatto abbastanza per la loro liberazione, scrive: «Nel primo anniversario della vostra prigionia, vi scrivo un messaggio di solidarietà, di amore e di speranza. Uomini armati hanno sparato a me e a due mie amiche su un autobus scolastico. Siamo sopravvissute tutte e tre, e ora siamo tornate a scuola». Malala ha così concluso il suo messaggio: «Attendo con ansia il giorno in cui potrò abbracciare ognuna di voi, pregare con voi e festeggiare la vostra liberazione con le vostre famiglie. Fino ad allora, siate forti e non perdete mai la speranza. Siete le mie eroine».

Le promesse e i timori di Buhari. Il neo eletto presidente nigeriano Muhammadu Buhari, che ha fatto della lotta a Boko Haram uno dei temi centrali della sua compagna elettorale, promette che farà di tutto per riportare a casa le giovani, ammettendo, però, che potrebbero non essere mai ritrovate. In un comunicato diffuso per l’anniversario della tragedia, Buhari ha dichiarato: «Noi non sappiamo se le ragazze di Chibok possono essere salvate. Non sappiamo dove si trovano. E per quanto lo desideri, non posso promettere che le ritroveremo. Ma voglio dire a ogni genitore, a ogni familiare e amico delle ragazze che il mio governo farà tutto quanto è in suo potere per riportarle a casa. Quello che posso promettere, con assoluta certezza, è che a partire dal primo giorno del mio governo Boko Haram conoscerà la forza della nostra volontà collettiva di liberare questa nazione dal terrore e di riportare pace e normalità in tutte le zone colpite».

Il rapporto di Amnesty International. Fin da subito si pensò che le ragazze fossero state nascoste nella Foresta di Sambisa, un’area di 60mila chilometri quadrati nel nordest della Nigeria. La conferma è arrivata da un recente rapporto di Amnesty International, che citando fonti militari precisa che le ragazze sono state diviste in tre o quattro gruppi e smistate in vari campi controllati dal gruppo islamista. Oltre alla Foresta di Sambisa, i luoghi in cui si troverebbero le giovani sarebbero il lago Ciad, lo stato del Ciad e le montagne che separano la Nigeria dal Camerun.

Le altre donne rapite. Ma Amnesty International sottolinea che le studentesse di Chibok sono solo una piccola parte delle donne e ragazze che hanno subito la brutalità di Boko Haram. Il gruppo, solo nell’ultimo anno, avrebbe rapito almeno 2mila donne e ragazze. Un numero che va a unirsi agli oltre 5500 civili ammazzati durante il “regno del terrore” istituito in Nigeria da Boko Haram. Nel rapporto di Amnesty International si legge che i terroristi reclutano o uccidono sistematicamente i giovani, mentre rapiscono e stuprano le donne e le ragazze. Alcune di loro vengono obbligate a sposare i combattenti e a prendere parte ad attacchi contro la popolazione, talvolta attaccando i loro stessi villaggi d’origine.

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