un po' di chiarezza

Buone e cattive notizie sul reale stato di avanzamento del Coronavirus (il picco ancora non è arrivato)

Il ricercatore dell'Ispi Matteo Villa, attraverso una lucida analisi, fornisce molte risposte a diverse domande. Dando un quadro della situazione più realistico dei numeri ufficiali

Buone e cattive notizie sul reale stato di avanzamento del Coronavirus (il picco ancora non è arrivato)
30 Marzo 2020 ore 12:50

di Andrea Rossetti

Da almeno un paio di giorni, i numeri ufficiali del Coronavirus forniti quotidianamente da Regione Lombardia ci raccontano di una frenata dei contagi, di una situazione in via di miglioramento. Parallelamente, soprattutto qui a Bergamo, il “percepito” è ancora diverso: le ambulanze continuano a spaccare i timpani, le persone continuano a morire e l’Esercito continua a portare via bare. Dove sta, dunque, la verità?

Che ci sia un miglioramento della situazione complessiva è indubbio. Oltre ai numeri ufficiali, infatti, lo racconta anche il personale medico che lavora sul campo (nel numero di PrimaBergamo in edicola e che potete leggere in edizione digitale QUI lo racconta in una interessante intervista un infermiere). E se è vero, come dicono in molti, che lo stato altamente critico in cui versano i presidi ospedalieri del territorio rende ormai inaffidabile anche questo dato, un altro fattore che va nella direzione del rallentamento dell’espansione dell’epidemia in Bergamasca è anche il calo delle chiamate al 118, al di là che poi le persone vengano o meno effettivamente ricoverate.

Allo stesso tempo, però, è ormai evidente che i dati ufficiali siano in grado di fornire soltanto una fotografia ridotta, ridottissima dell’effettiva portata di ciò che stiamo vivendo. Dopo Giorgio Gori, ad esempio, anche Davide Casati, oltre che segretario provinciale del Pd anche sindaco di Scanzorosciate, ha spiegato come i decessi, nel suo Comune, siano molti di più di quelli conteggiati: «Abbiamo raggiunto i 140 decessi, 85 alla casa di riposo, in soli tre mesi da gennaio, superando i 139 decessi avuti in tutto il 2019. Solo a marzo sono stati 110. Capite quindi la drammaticità della situazione». Ecco, le case di riposo sono un dramma nel dramma: una comunità di persone altamente fragili che, purtroppo, troppo a lungo sono state dimenticate in questa tragica fase, con conseguenze drammatiche. Si stima che siamo almeno seicento i decessi legati a casi di Covid-19 avvenuti nelle Rsa bergamasche nelle ultime settimane, di cui ufficialmente conteggiati solo una piccolissima parte.

Lo stesso discorso vale per i contagi. Luca Lorini, direttore del dipartimento di Emergenza, urgenza e area critica dell’ospedale Papa Giovanni, alla trasmissione Che tempo che fa, ha dichiarato: «Abbiamo imparato che i numeri cinesi erano estremamente irrealistici: il numero di contagiati è dieci volte tanto». Altro, dunque, che 8527 casi in tutta la provincia (dato fornito dalla Regione il 29 marzo)… E secondo altre stime, i casi reali sarebbero ancora di più. Semplicemente, moltissimi sono asintomatici o presentano sintomi lievi. Una buona notizia, per certi versi, ma che “sballa” completamente tutte le statistiche.

Lo ha spiegato molto bene Matteo Villa, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano, che sui suoi canali social pubblica diversi interventi e studi approfonditi e interessanti sui numeri del Covid-19 in Italia e in Lombardia. L’ultima sua pubblicazione parla, ad esempio, del tasso di letalità del virus: stando ai soli numeri ufficiali, in Italia sarebbe compresa tra il 9 e il 10 per cento e in Lombardia addirittura superiore al 13,5 per cento. Un’enormità. «Nei primi giorni dell’epidemia la letalità italiana si attestava intorno al 3%, e tra il 25 febbraio e il 1° marzo era persino gradualmente scesa fino al 2% – spiega Villa -. Da quel giorno in avanti, al contrario, la letalità ha invertito la rotta e ha cominciato ad aumentare, gradualmente e linearmente, fino a raggiungere il 9,9% il 24 marzo. Cosa spiega quest’inversione di tendenza? Il cambio di politica sui tamponi. […] Se una Regione effettua pochi test, sottoponendo a tampone solo le persone sintomatiche o persino solo quelle gravi, è lecito attendersi che per ogni tampone fatto emergano molti casi positivi».

Tutto chiaro, dunque. Ma restano allora delle domande: qual è il reale tasso di letalità del Coronavirus? Abbiamo già raggiunto il picco, come sembrano dirci i numeri ufficiali? Bisogna cambiare nuovamente metodo di utilizzo dei tamponi per mappare il territorio? Partiamo da quest’ultima domanda: la risposta è no. Ormai i numeri sono troppo alti per “mappare” i contagi. In più i laboratori di analisi sono anch’essi al limite, non riuscirebbero a dare risposte a un numero ancora superiore di tamponi. Forse, quando i casi critici negli ospedali caleranno ulteriormente, si potrà pensare a un cambio di politica per attuare azioni di “ritorno alla normalità” (o quasi) più logiche e sensate. Circa la prima domanda, invece, Matteo Villa sottolinea come sapere il tasso di letalità reale è impossibile, con i dati a disposizione. Si può però calcolare quello plausibile: «Riportando la letalità plausibile stimata per COVID-19 alle varie classi d’età, stimiamo che la letalità plausibile della malattia in Italia si aggiri intorno all’1,14% (intervallo di confidenza del 95%: 0,51% – 1,78%)». Ed è proprio, infine, sulla base di questi calcoli che Matteo Villa ha dato anche una risposta alla seconda domanda: abbiamo raggiunto o no il picco? Purtroppo ancora no. Non è lontano, ma serve pazienza. E, soprattutto, chiarezza. Ascoltiamo dunque i numeri ufficiali, ma non aggrappiamoci ad essi come se fossero dogma. Restiamo a casa, prendiamoci cura di noi e degli altri (per quanto possibile) e ne usciremo.

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