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Il popolo è stanco

Burkina Faso, la «primavera nera»

Burkina Faso, la «primavera nera»
Cronaca 31 Ottobre 2014 ore 10:53

È stata una giornata storica quella di ieri, 30 ottobre, in Burkina Faso. Un’epoca, quella del Presidente Blaise Compaorè, è terminata. La gente già da giorni stava manifestando Ouagadougou, nella capitale, per protestare contro le modifiche alla costituzione che prevedevano la possibilità per il presidente (in carica da 27 anni) di candidarsi nuovamente alle elezioni del 2015. Fino a quando, il 30 ottobre, nella capitale Ouagadogou, la folla ha assaltato il Parlamento, la radio-televisione pubblica e la residenza dell’attuale Presidente.

Il popolo burkinabè è stanco del governo di Compaorè e da tre giorni oltre un milione di persone, su 17 milioni totali, è sceso in piazza per opporsi a un nuovo emendamento e per chiedere la fine della dittatura, maggiore democrazia, meno corruzione e lo stop alla distribuzione dei benefici e delle prebende ai parenti di chi governa.

Tra i manifestanti anche migliaia di donne con una spatola in mano. Nella tradizione del Burkina Faso, quando una donna indica un uomo con la spatola è come se concedesse ampia fiducia a quella persona. Nel caso dei cortei di Ouagadougou, il simbolo della spatola rappresenta la volontà di essere artefici del proprio destino, ricoprendo un ruolo attivo nella vita politica del Paese.

Ora l’esercito al potere. Durante le proteste, che hanno provocato finora decine di morti, è stata abbattuta anche la statua del Presidente. L’esercito ha imposto il coprifuoco, proclamando lo scioglimento del governo e dell’Assemblea nazionale. Un comunicato del capo di Stato maggiore delle forze armate ha annunciato che i poteri esecutivi e legislativi saranno assunti da un organo di transizione con l’obiettivo di un ritorno all’ordine costituzionale entro 12 mesi.

Del Presidente non c’è traccia da quando sono iniziate le proteste: comunica con il suo popolo solo attraverso Twitter, e si pensa possa essere in Senegal, Marocco o Costa d’Avorio. Nel tardo pomeriggio è apparso in tv e, lanciando un messaggio alla nazione, ha mostrato la sua intenzione di non lasciare il potere, ma si è detto pronto a un tavolo negoziale con l’opposizione, senza alcun riferimento a un possibile passo indietro. Ma le dimissioni di Compaorè, per la piazza, sono un elemento non negoziabile.

 

 

Il ricordo delle primavere arabe. Le scene di questi giorni a Ouagadogou hanno ricordato quelle che si sono viste tre anni fa nei Paesi nordafricani e mediorientali, che hanno dato il via alle cosiddette primavere arabe. «È la nostra primavera nera, come le primavere arabe», aveva detto il 29 ottobre Emile Pargui Paré, esponente del Movimento del Popolo per il Progresso (Mpp). Il Burkina Faso vive una situazione politica simile a molti Paesi limitrofi, che vedono i loro ricchissimi presidenti in carica da decenni grazie a continue modifiche costituzionali, e la gente ridotta a una povertà sempre più estrema. Il rischio contagio, come avvenne nel 2011, è alto. Ma ora, nel Paese, c’è il rischio che i venti di Primavera diventino una burrascosa guerra civile.

L’altro golpe, nel 1987. L’ultimo golpe che si ricordi fu quello del 1987, che portò al potere Blaise Compaorè dopo l’assassinio dell’allora capo di Stato Thomas Sankara. Sankara era stato il primo Presidente della storia del Paese ed eroe nazionale, celebre per i suoi discorsi contro la povertà. Nei quattro anni al comando della nazione, aveva invitato i Paesi africani a non pagare il debito estero per concentrare gli sforzi su una politica economica che colmasse il ritardo imposto da decenni di dominazione coloniale; fu lui a cambiare il nome dell’allora Alto Volta in Burkina Faso, il “Paese degli uomini integri”.

Chi è Blaise Compaorè. Nato nel 1951, Blaise Compaorè un politico dal curriculum non del tutto trasparente, sebbene sia sempre stato rispettato, riconosciuto e sostenuto dall’Europa, soprattutto dalla Francia, ma anche dall’Italia, che lo considera un caposaldo della diplomazia regionale. Sul suo capo pesa il terribile sospetto di avere contribuito ad uccidere, su mandato della Francia, Thomas Sankara, suo compagno d’armi  con il quale nel 1983 aveva attuato un colpo di Stato. Da quando è salito al potere nel 1987 si è parlato di un suo coinvolgimento nell’omicidio di altri due leader rivoluzionari che si opponevano al regime e alcune inchieste lo vedono coinvolto in traffici di armi. Sul piano diplomatico vanta amicizie che in passato gli hanno creato qualche problema: quella con Muammar Gheddafi e quella con il liberiano Charles Taylor. È stato eletto per due mandati settennali e poi due quinquennali, in seguito a modifiche costituzionali, nel 1997 e nel 2000, che gli hanno sempre permesso di ricandidarsi.

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