Almeno 12 i morti

Buttati in mare perché cristiani Cos’è successo su quel gommone

Buttati in mare perché cristiani Cos’è successo su quel gommone
17 Aprile 2015 ore 15:07

Gettati in pieno Mediterraneo con la sola colpa, probabilmente, di essere cristiani. È l’ennesima cronaca di una strage del mare, quella che si è consumata nel Canale di Sicilia. Una traversata di un mare che è diventato la tomba per 12 di loro. Un massacro che questa volta non è stato provocato dal mare grosso o dal maltempo, ma da altri migranti.

Lo scoppio della rissa a bordo. Si erano imbarcati in 105 dalle coste libiche su una delle tante carrette del mare. Scappavano dalla guerra, dalla miseria, dalle persecuzioni. Erano per lo più ivoriani e senegalesi, e una piccola parte di nigeriani e ghanesi di religione cristiana. Difficile ricostruire con precisione quanto è accaduto davvero durante la traversata, mentre il barcone era ancora in acque internazionali. Era la notte del 12 aprile, i migranti erano in viaggio da un giorno, quando è arrivata la tragedia. Secondo quanto hanno riferito i superstiti, sarebbe scoppiata una rissa a bordo, provocata dal fatto che in un momento di difficoltà del barcone, i cristiani si sarebbero messi a pregare. Dalle minacce di abbandono in acqua ai fatti. In dodici sarebbero stati gettati in acqua, stando a quanto hanno riferito alcuni testimoni, a bordo alcuni venivano accoltellati e uccisi.

 

 

I racconti. «Non so cosa ha scatenato l’inferno, forse il tono di voce più alto di quel ragazzo che piangeva e supplicava Dio di aiutarci, di non farci naufragare. Loro sembravano impazziti, lo hanno preso e scaraventato in acqua. Solo perché pregava. Abbiamo cercato di fermarli, ma erano di più», è il racconto di uno dei sopravvissuti, riportato da Repubblica. «Il gommone ad un certo punto ha cominciato ad imbarcare acqua, uno dei tubolari si andava sgonfiando. Eravamo tutti arsi dal sole, ormai senz’acqua. Pensavamo di morire, c’era chi piangeva, chi gridava, chi si agitava. In tanti pregavamo sottovoce. Poi ad un certo punto i nigeriani hanno cominciato ad inveire contro un altro nigeriano. Loro erano musulmani, quello cristiano. Gli hanno detto di smetterla di pregare Dio, se no lo avrebbero buttato a mare: «Qui si prega solo Allah, dicevano», spiega un altro.

La catena umana per salvarsi. Una rissa folle, spietata, il cui bilancio seppur tragico è stato mitigato dal fatto che in molti per salvarsi ed evitare un bagno di sangue, hanno creato una catena umana, che ha permesso loro di sopravvivere, fino a quando non sono arrivati i soccorsi della nave mercantile Ellensborg che li ha portati in salvo a Palermo. «I musulmani erano come impazziti, gridavano “Allah è grande”, e aggredivano tutti quelli che avevano provato a difendere il primo che hanno buttato in mare. Per proteggerci abbiamo creato una specie di catena umana, ci tenevamo in equilibrio stringendoci le mani per resistere alle loro spinte, ma in dodici non ce l’hanno fatta. Li hanno uccisi così…». Una volta sbarcati i testimoni hanno raccontato alla polizia i dettagli, non ancora del tutto divulgati, di quanto è accaduto sul barcone. Erano terrorizzati, ma le loro testimonianze erano tutte coincidenti sul fatto che il motivo alla base della rissa era una diatriba di natura religiosa, per avere il comando del barcone.

In 15 fermati e riconosciuti. La polizia ha fermato 15 persone, di nazionalità ivoriana, malese e senegalese, indagate per omicidio plurimo aggravato dall’odio religioso. Tra loro anche un minorenne. Sono tutti musulmani. Gli altri migranti, tutti cristiani, li avrebbero riconosciuti dalle fotografie e accusati di essere i responsabili degli omicidi.

 

 

Le altre tragedie dettate dall’odio umano. Non è la prima volta che scoppiano risse a bordo dei barconi carichi di migranti. Questa volta è successo, stando ai testimoni, per motivi religiosi. Ma in passato altri tragici episodi hanno segnato le traversate di migliaia e migliaia di vite umane. Nel maggio 2011 sul molo di Lampedusa, quattro ragazzi appena sbarcati da un barcone proveniente dalla Libia, con segni di percosse sui volti, raccontarono di una rissa a bordo e di un giovane gettato in mare, perché secondo alcuni portava jella. Il 4 agosto di quello stesso anno su un barcone in avaria due nigeriani e tre ghanesi, che vennero poi arrestati, avrebbero gettato in acqua un numero imprecisato di persone come rito propiziatorio, sacrifici umani offerti alle divinità in cambio di un approdo certo.

I numeri. Le Capitanerie di porto hanno diffuso dati drammatici. Solo negli ultimi cinque giorni sono sbarcate sulle coste siciliane oltre 10mila persone. Un dato confermato anche dall’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati, che riferisce anche di 400 persone che risultano disperse nel Mediterraneo. Complessivamente sono 586 i profughi raccolti dalla nave Foscari della Marina Militare Italiana in tre distinte operazioni di soccorso, e tra loro ci sono 78 donne, molte sono incinte, e 58 bambini, cinque dei quali neonati. Il sistema di accoglienza siciliano è in ginocchio, e insieme agli sbarchi non si fermano nemmeno i naufragi. Al largo della coste siciliane sarebbe avvenuto un nuovo naufragio: un gommone partito da Tripoli con 45 persone a bordo sarebbe affondato e solo 4 persone sarebbero sopravvissute.

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