"Rimasugli" diventerà poi un libro

C’è una poesia che finisce sui muri

C’è una poesia che finisce sui muri
06 Ottobre 2015 ore 10:47

Ah, se questi muri potessero parlare. Direbbero: «Devia!». Oppure: «Neanche i sofficini sorridono più». Ma anche: «…andrà tutto bene». C’è qualcosa intorno a noi e spesso nemmeno ce ne accorgiamo: è l’esigenza di un comunicare diverso, magari un po’ ribelle, lontano da internet, distante dai social network. Sono le scritte sui muri. Leo Vicari, artista e giornalista bolognese, le ha fotografate, catalogate e le ha fatte diventare una bella mostra. Si chiama “Rimasugli” (fino a 30 novembre all'”Altotasso” e al “Punto” di Bologna) e dentro c’è tutto il meglio (e qualche volta il peggio) scritto sulla grande lavagna di 37 chilometri di portici della città delle due torri. Un immenso foglio bianco o colorato su cui (non) scrivere le pagine della nostra vita. Oltre quattrocento scatti che nel 2016 diventeranno un libro voluto fortemente dalla Giraldi Editore.

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Più di politica e anti-politica. Alcune dicono «I love you» al vuoto, amore etereo. Altre ammoniscono come quesiti senza tempo: «È questa la vita che sogni?». Il punto è, spiega Vicari, «che mi sono deciso a immortalare tutte quelle espressioni letterali che mi hanno pizzicato, deviato, contrariato, fatto sorridere e pure riflettere». Chiarisce che il muro altrui non si imbratta mai, certo, ma dietro “Rimasugli” c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che va oltre la politica e l’antipolitica, lo sport, l’ordine. «Ho bypassato anche i murales – dice -, mi ammaliano, non sarei stato franco. Ho cercato ciò che lessicalmente rientrasse in un canone di logica oggettiva, ma che consideravo ambiguo, destrutturato, cercando di trovargli una vita propria a livello comunicativo. Il risultato sono un cumulo di improbabili aforismi, scarpe piene di sassi tramutati in vernice, scintille». Di più.

Un affresco pop. C’è bisogno di comunicare, e molti lo fanno oltre uno schermo, lontano dai bit, dai tweet, dai post su Facebook. Non si accontentano del virtuale, vogliono il reale. «Mi sono messo nei panni di chi lo ha fatto almeno una volta o, forse, solo proprio quella volta: è nata così “Rimasugli”». Una galleria densa di poesia ermetica e slogan da bar, sensazioni e opinioni, un bellissimo affresco pop. A marzo di un anno fa “Rimasugli” era già andata in scena, sempre a Bologna, con lo stesso intento. Ma questa seconda parte di mostra si amplifica, va più a fondo, va a stuzzicare la fantasia. «Imbrattare è un reato, eppure per tanti è un’esigenza manifesta, da soddisfare qui e ora». Finché qualcuno non deciderà di imbiancare, di nuovo, ancora, per poi ricominciare.

 

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