Il New York Times contro "epidemia armi"

California, «atto di terrorismo» Perché l’Fbi è sempre più certa

California, «atto di terrorismo» Perché l’Fbi è sempre più certa
05 Dicembre 2015 ore 12:22

Non «combattenti», bensì «sostenitori». È lo stesso Stato Islamico, per bocca del suo network Aamaq, a sciogliere i dubbi sugli autori della strage di San Bernardino, spingendo ancora di più gli Stati Uniti nella spirale di paura fomentata dalla sparatoria di mercoledì. Perché Syed Farook e la moglie Tashfeen Malik non erano terroristi affiliati all’Isis, ma gente che si è mossa in autonomia, semplicemente ispirata alle parole del Califfato. Nessun collegamento diretto, nessuna attenzione dell’intelligence dopo i viaggi in Medio Oriente. Un’anomalia che moltiplica, così, le casistiche di emulatori, negli Usa e non solo, mentre su internet crescono i proclami dal mondo jihadista e gli inviti a far scorrere «fiumi di sangue in America».
 

 

Le perquisizioni a casa. A due giorni dai fatti di sangue dell’Inland Regional Center, costati la vita a 14 persone, anche l’Fbi ormai non ha dubbi nel ritenere che i due killer si siano mossi per fare un vero e proprio atto terroristico. «Basandoci sulle informazioni e sui fatti che abbiamo ora in mano, stiamo indagando sui terribili eventi come un atto di terrorismo», fa sapere chi sta conducendo le indagini. Anche loro, però, credono sempre di più alla tesi di due cani sciolti, e non di due affiliati: «Non ci sono indicazioni che i due killer facessero parte di un gruppo organizzato o di una cellula terroristica», ha detto il capo dell’Fbi James Comey. Ieri è stata una giornata decisiva: le perquisizioni nella casa di Syed hanno rinvenuto un manuale per costruire bombe pubblicato su una rivista di Al Qaeda, oltre ad un autentico arsenale fatto di almeno 5mila proiettili. Nei bidoni della spazzatura di fronte a casa, invece, c’erano i cellulari dei due killer, distrutti, da cui erano stati cancellati messaggi e conversazioni.

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Il messaggio su Facebook. Ma c’è un dettaglio in più, e arriva da Facebook, spingendo sempre più sospetti su Tashfeen. È stata lei stessa a scrivere sui social network, esattamente prima di compiere la strage, un messaggio di fedeltà al Califfo Abu Bakr al Baghdadi (poi rimosso da Facebook per violazione dei suoi standard), dando quindi un altro valore alla presenza della donna in questa strage. Era noto, infatti, che il marito fosse un musulmano nato negli Stati Uniti, che si definiva aperto e moderato, che aveva conosciuto la moglie su internet per poi incontrarla realmente in Arabia Saudita, due anni dopo. Forse proprio in questo passaggio è nascosto il momento della loro radicalizzazione. È emerso anche che l’uomo aveva avuto, in passato, contatti con alcune organizzazioni terroristiche, come Al Shabaab e Al Nustra.

 

 

L’editoriale del NYT. Intanto, oggi, il New York Times ha compiuto un piccolo passo storico, scrivendo per la prima volta nella sua storia un editoriale in prima pagina contro l’“epidemia delle armi”. «Diffondere una dichiarazione forte e visibile di frustrazione e di angoscia sull’incapacità del nostro Paese ad affrontare la piaga delle armi da fuoco», è l’intento della testata, come spiegato dal suo editore Arthur Sulzberger. Le parole usate sono nette: non si chiede di intervenire contro il Secondo Emendamento della Costituzione americana, ma di iniziare a eliminare alcune grandi categorie di pistole e di migliorarne le regole. «Nessun diritto è illimitato e immune da regolamentazione ragionevole», per poi aggiungere che è «un oltraggio morale e una vergogna nazionale il fatto che le persone possono acquistare legalmente armi progettate specificamente per uccidere con velocità ed efficienza brutale».

 

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