La legge corre ai ripari

Il calvario delle bambine d’India Una violenza che grida vendetta

Il calvario delle bambine d’India Una violenza che grida vendetta
31 Luglio 2014 ore 14:50

Da parecchi, troppi mesi, l’India è diventato il Paese dove le donne vengono violentate. Cortei, proteste e manifestazioni silenziose si succedono quasi senza sosta, da quando, con cadenza mensile, o addirittura settimanale, bambine e ragazze stanno subendo una tra le violenze più crudeli che possano essere commesse ai danni di un essere umano. Questa mattina, due uomini che hanno tentato di violentare due donne sono stati fermati dagli abitanti, che li hanno legati e denudati. Le donne li hanno colpiti con bastoni e scarpe, prima di consegnarli alle autorità.
L’ultimo caso di stupro, di cui si abbia notizia, risale al 25 luglio. Nello Stato del West Bengala, distretto di East Midnapore, una bambina di otto anni è stata trovata impiccata al ramo di un albero. Su di lei, i segni evidenti di uno stupro. La famiglia aveva denunciato la sua scomparsa mercoledì, quando, poco prima di cena, la bimba era uscita di casa per comprare del riso. Gli abitanti del suo villaggio, Kalibazar, hanno individuato i presunti responsabili, che si stavano preparando alla fuga. Sono stati linciati prima che arrivasse la polizia. Uno di loro, il tantric (mago, guaritore, ndr) del paese, è morto in ospedale.
Un’altra bambina, di sei anni, era stata violentata, pochi giorni prima, il 19 luglio. L’insegnante di ginnastica e una guardia della scuola privata a cui era iscritta, la prestigiosa Vibgyar High School, sono stati indicati dalla piccola vittima come i responsabili del delitto. Il giorno prima, 18 luglio, una ragazza di 17 anni, appena entrata nel convento della Santa Natività a Bangalore, è stata stordita da tre uomini, violentata, e lasciata in stato di incoscienza. Il 3 giugno è toccato a un bambino, di dieci anni. È stato convinto a parlare dal fratello.

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Il primo caso riportato dai giornali è accaduto nel dicembre 2012, a Nuova Delhi. La ventitreenne Jyoty Singh, ribattezzata Nirbahaya, Colei che non ha paura, era salita su un autobus con il suo fidanzato. Quattro uomini picchiarono il ragazzo e violentarono Jyoty, deceduta dopo due settimane in un ospedale di Singapore. La folla ha chiesto a gran voce la morte per impiccagione dei violentatore. Il governo indiano ha deciso di istituire una commissione, presieduta da un rispettato giudice in pensione, J.S. Verma, per modificare la legislazione che riguardava i reati di violenza contro le donne. Il 4 febbraio 2013 è stata così introdotta la condanna a morte per impiccagione, come massima pena comminabile nei casi di stupro, qualora esso sia seguito dalla morte o dal coma prolungato della vittima. La sentenza capitale può essere impartita anche nei casi di una seconda condanna per violenza sessuale e per violenza aggravata. Le pene previste per le denunce di voyerismo, stalking, assalti con l’acido e disrobing sono state inasprite. Il rapporto del giudice Verma, inoltre, ha fatto mettere a disposizione delle vittime visite sanitarie gratuite e immediate.

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