Al via un campionato in tono minore

La Serie A termometro del Paese Ecco perché la palla non gira più

La Serie A termometro del Paese Ecco perché la palla non gira più
27 Agosto 2014 ore 16:37

Per chi non sa far di conto, e certi segni algebrici proprio non gli vanno giù, c’è un metodo empirico ben più semplice: l’osservazione. Da qualsiasi punto di vista lo prendi, il campionato italiano è ormai una coppetta di latta. Ci aveva fatto sognare in gioventù, ma adesso è un ricettacolo per la polvere. Mancano i campioni. Gli stadi sono di una concezione così vecchia e inutile da risultare “ecomostri” da centro città. Gli sponsor arrivano a fatica. La Nazionale fuori dai Mondiali per due volte consecutive ai gironi è solo la punta dell’iceberg. Il problema è ben più profondo di così, e non è solo una sporca questione di soldi. Certo, i numeri possono aiutarci a capire.

Le coppe

Un club italiano non vince una competizione da quattro anni. L’Europa League, addirittura, non la portiamo a casa dal 1998/99. Allora si chiamava Coppa Uefa e l’ultima l’aveva vinta il Parma battendo il Marsiglia. La Champions ultimamente è roba di Spagna, Germania e Inghilterra. E’ stata l’Inter di Mourinho a vincerla nel 2009/2010, poi solo tonfi per le nostre squadre.

Gli sponsor

C’è una ragione tecnica, ma non basta a giustificare ogni volta un buco nell’acqua. Gli sponsor hanno smesso di finanziare il nostro calcio. Perché è vecchio. Perché perde appeal. Ora che inizia il nuovo campionato sono sette le squadre senza sponsor sulla maglia. Gabriele Lippi, su Wired, ne spiega alcune ragioni. Roma, Lazio, Fiorentina, Cesena, Genoa, Sampdoria e Palermo non avranno alcun marchio sulle magliette. C’era una volta il Barcellona del no profit, che teneva l’Unicef in bella vista. Poi sono arrivati quelli del Qatar e anche loro hanno valutato l’effetto della plutocrazia. Qui da noi la Roma ha stabilito un minimo (15 milioni) rifiutando qualsiasi altra offerta. Mazda ha rinnovato fino al 2016 l’accordo con i Kangaroos di Melbourne, squadra che gioca al calcio australiano. Non lo ha fatto con la Fiorentina.

Il merchandising

All’estero quasi tutti comprano magliette e sciarpe e gadgets della loro squadra del cuore. In Portogallo la crisi non ha fermato l’entusiasmo, e i negozi di Benfica e Sporting sono pieni. Lo sono in Inghilterra per antonomasia, e anche in Spagna e in Germania le cifre parlano chiaro. Gli inglesi comprano magliette per 5,14 milioni, gli spagnoli per 3,10 e i tedeschi arrivano a 2,32. Più di noi fanno anche i francesi. La Ligue 1 crea un introito di 1,22 milioni di euro. La Serie A arriva a 1,18. Il motivo è anche da ricercare nelle liste dei giocatori delle rose di A. Il colpo dell’estate è stato quello della Roma, che ha dato 24 milioni di euro al Verona per Iturbe. Né Milan né Juventus, e nemmeno l’Inter – che da quando Moratti non è più il presidente fa davvero meno follie – hanno investito cifre mirabolanti. Senza guardare il Real Madrid che ha speso più di 100 milioni per il “10” colombiano James Rodriguez e il campione del mondo Toni Kroos, un po’ in tutta Europa sono stati fatti acquisti di una certa rilevanza mediatico-economica.

Gli stadi

E se la gente non vede i campioni se ne sta a casa, accende sulla Champions e il campionato passa spesso e volentieri in secondo piano. Così gli stadi diventano un problema. Cosa impensabile all’estero. Quando non sono centri aggregativi, con musei e giri turistici, gli impianti qua e là per il vecchio continente hanno al loro interno supermercati, cinema, negozi. Attirano gente. Sono centri commerciali con il manto d’erba dentro. Oppure sono strutture funzionali. In questi giorni abbiamo visto lo stadio del Milton Keynes, formazione di Serie C inglese che ha battuto il Manchester United per 4-0 in Coppa di Lega. Ha le tribune coperte e seggiolini ovunque. È stato costruito nel 2007 e può ospitare più di 30mila persone. Il nostro ultimo stadio è quello della Juventus – lo Juventus Stadium, appunto. È stato tirato su nel 2011. Gli altri sono un’appendice di Italia ’90.

Bilanci

Tutto questo, ovviamente, incide sui bilanci. Della stagione 2013/2014 il Napoli può vantare un risultato d’esercizio con un bel segno più (15 milioni di utile) così come l’Udinese (+8,7) milioni, il Chievo (+1,5) e il Catania (+4,2 milioni). I club medio piccoli appaiono più sani degli altri. Inter, Roma e Juve sono quelli messi peggio. A luglio 2013 il bilancio del club nerazzurro sfiorava gli 80 milioni di rosso. Anche il Palermo aveva un rosso pensante: -19. La Lazio perdeva oltre i 6, e il Parma era arrivato a sfiorare i 3,3. I numeri non mentono mai, e per la Sampdoria parlavano di un -38, -11 per il Torino, -2,2 per l’Atalanta, -1 per il Cagliari. In attivo la Fiorentina a +1. Che il calcio italiano non influenzi più l’andamento del mercato lo dicono anche i numeri sui diritti tv. Nell’ultima stagione all’estero hanno pagato 117 milioni per guardare Chievo-Bologna (0-0, in posticipo) e tutte le altre partite. La Premier? Un po’ di più: 908 milioni. Dopo sì, che si può far di conto.

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