Presentati i progetti di milan e inter

Cari progettisti: «Töt ché Milà?» Ma che ne è delle notti magiche

Cari progettisti: «Töt ché Milà?» Ma che ne è delle notti magiche
26 Settembre 2019 ore 05:00

Tutto qui? È la prima reazione, molto istintiva, dopo aver visto circolare le prime immagini delle due ipotesi che Milan e Inter hanno selezionato per sostituire lo stadio di san Siro. Tutto qui? Solo queste due idee un po’ striminzite, di due stadi che sembrano la semplice variante di cento altri stadi nel mondo. Uno è il progetto firmato da Populous l’altro è quello di David Manca con il consorzio Sportium. Da una parte uno scatolone con una superficie un po’ frastagliata e spuntoni di vetro che dovrebbero essere un omaggio al Duomo. Dall’altra un ovalone tipo astronave con due anelli che si allacciano a simboleggiare la fratellanza tra le due squadre milanesi: non è mai capitato che due grandi squadre della stessa città si alleino per avere un impianto unico. Una bellissima cosa, questa, che però ha legittimamente moltiplicato le attese rispetto al progetto. In sintesi: dovremmo abbattere il vecchio San Siro per far spazio a uno di questi due stadi un po’ anonimi, che di San Siro e della sua epica non intercettano neanche l’ombra. Sono bassi: poco più di 30 metri, contro i quasi 70 di quel tempio del calcio dove è passata la storia.

 

 

Forse i progettisti, autorevolissimi e internazionalissimi, non hanno ben capito cosa è e cosa è stato San Siro. Non sanno che devono cancellare e non far rimpiangere uno dei due stati con più gloria d’Europa (l’altro è il Santiago Bernabeu di Madrid: 13 Coppe Campioni loro, 10 Coppe Campioni San Siro). Non sanno cos’è e cosa è stato San Siro nelle sue notti magiche, con 85mila spettatori disposti quasi in verticale sul campo, con l’onda del tifo che si fa tutt’uno con la struttura. Con quell’ondeggiamento leggero che accompagna i momenti topici. Non sanno cos’è il rito d’ingresso in quel vecchio stadio cresciuto magnificamente su stesso, con la salita a rampe che po’ alla volta scoprono attorno a te tutta la città: e sembra che tutta la città sia lì a vivere quel momento. È questo spirito, è questa epica che gli architetti avrebbero dovuto respirare prima di mettersi all’opera e progettare. Tutta la potenza simbolica legata a San Siro, alla sua storia ma anche alla sua struttura da «cattedrale» del calcio è stata completamente lasciata da parte.

 

 

Eppure c’era un precedente a cui si poteva guardare: lo stadio olimpico di Pechino, progettato per i Giochi del 2008. Gli architetti, due archistar svizzere come Herzog- De Meuron, hanno lavorato proprio sul livello simbolico chiamando un artista cinese ad elaborare una forma che obbedisse a questo obiettivo. Ne è nata la famosa forma dello stadio a nido di rondine, capace di raccontare di un popolo e di un paese dentro un orizzonte globalizzato. Si sarebbe dovuta fare un’operazione del genere anche a Milano: e allora la memoria e l’epica di San Siro sarebbe stata inglobata nel nuovo stadio chiamato all’improba impresa di sostituire quel tempio. Invece per quanto riguarda San Siro ci hanno detto solo i costi dell’abbattimento e hanno lasciato, bontà loro, (nel progetto Sportium) il prato, diventato parco, come reliquia spogliata di tutto. Per favore, ripensateci.

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