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Revisione del processo?

Bossetti scrive ai suoi legali: «Non sono ignoto 1. Voglio uscire dal carcere a testa alta»

La Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata contro i provvedimenti della Corte d’Assise di Bergamo che avevano negato alla difesa la possibilità di esaminare i reperti raccolti durante le indagini

Bossetti scrive ai suoi legali: «Non sono ignoto 1. Voglio uscire dal carcere a testa alta»
Cronaca Ponte San Pietro e Isola, 03 Febbraio 2021 ore 16:28

«Siamo molto fiduciosi di arrivare a una revisione del processo perché crediamo fermamente nel nostro lavoro e nell'innocenza di Bossetti». Così Claudio Salvagni, avvocato difensore insieme a Paolo Camporini del muratore di Mapello condannato per l’omicidio di Yara Gambirasio, è intervenuto a Cusano Italia TV, raccontando di un Bossetti «contento e molto positivo» dopo che la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata contro i provvedimenti della Corte d’Assise di Bergamo. Provvedimenti che avevano negato alla difesa la possibilità di esaminare i reperti raccolti durante le indagini.

Nel corso della trasmissione televisiva, l’avvocato Salvagni ha spiegato che Massimo continua a credere nella giustizia, dicendo di voler uscire dal carcere «a testa alta e non per un cavillo giuridico, ma perché i nuovi esami attesteranno che quel dna non è il mio, io non sono “ignoto 1”. Io non ho mai visto, mai toccato e tanto meno ucciso Yara Gambirasio».

Il legale si è detto ottimista rispetto alla possibilità di una revisione del processo, definito da Salvagni come il «processo delle anomalie e delle zone d’ombra. Voglio ricordare che nei processi indiziari il movente è importantissimo perché è il collante che tiene insieme tutti gli indizi. E nel caso specifico sono le sentenze che lo dicono: manca un movente. È un caso oggettivo che Massimo Bossetti e la povera Yara non si sono mai visti, mai incontrati, non si conoscevano».

Massimo Bossetti, detenuto nel carcere di Bollate, è stato condannato in via definitiva nel 2018 per l’omicidio della ragazzina scomparsa a Brembate Sopra a novembre del 2010 e ritrovata a distanza di tre mesi in un campo di Chignolo d’Isola. Accedendo ai reperti la difesa spera di trovare nuovi elementi per chiedere una revisione del processo.

In virtù della sentenza della Cassazione la Corte d’Assise di Bergamo dovrà stabilire se la difesa potrà visionare i reperti, ai quali non ha mai avuto accesso durante le fasi processuali, e in particolare i campioni di dna prelevati dal corpo di Yara.