Ridiscutendo l'Huffington Post

C’è solitudine e solitudine E poi, mica è uguale alla tristezza

C’è solitudine e solitudine E poi, mica è uguale alla tristezza
13 Novembre 2014 ore 16:05

«Solitudine, 4 motivi per cui fa male alla nostra salute. Aumenta il rischio di malattie cardiache e abbassa le difese immunitarie». Così l’Huffington Post. Piano, per favore. Andiamoci piano con certe cose. Prendiamo questo passaggio, per esempio:

Da adulti […] gestire la solitudine è molto […] difficile: chi si sente solo tende a chiudersi a riccio e a precludersi ogni possibilità di contatto con il mondo esterno. Gli “amici”, i divertimenti, il mondo vivono fuori dalla finestra ed è lì che rimangono. Mentre ci crogioliamo nella tristezza, però, la nostra salute ne può risentire.

Qui si sta facendo un po’ di confusione: non si parla di solitudine, ma di sentirsi soli. Che è tutt’altra cosa. Come è diverso il fatto di essere mortali dal fatto si sentirsi con un piede nella fossa. Uno è un dato, l’altro un sentimento di sé. Uno può sentirsi solo anche in mezzo a tanta gente, come l’Uomo della Folla di cui parla il sommo Edgar A. Poe. E chi l’ha detto, poi, che chi si sente solo debba necessariamente crogiolarsi nella tristezza? La tristezza sì che fa male, come già sosteneva Tommaso d’Aquino ai tempi suoi: l’uomo non può rimanere a lungo nella tristezza sconsiderata, prima o poi ne muore. Ma il legame tra tristezza e solitudine è tutto da dimostrare.

Beata solitudo, sola beatitudo (Beata solitudine, sola beatitudine), dicevano i latini. E rispondeva dall’altro lato della valle la terribile chiusa di un dramma di J.P. Sartre: «L’inferno, sono gli altri» (A porte chiuse). Dunque si può stare benissimo da soli e malissimo in compagnia.

Il guaio è sentirsi soli. Che è una patologia, perché ragione vorrebbe che il mondo c’è e dunque soli – in senso stretto – non possiamo mai essere. Ma dato che la ragione non sempre ci sostiene, allora entriamo in quella che potremmo chiamare sindrome del sentirsi abbandonati. Quando pensiamo che gli altri non ci vogliano. O per lo meno non ci vogliono come pensiamo di essere. «Are You Lonesome Tonight?», cantava Elvis Presley. Per dirle: ma se magari vieni da me le cose potrebbero cambiare. Sei sola, ma perché te lo sei voluto.

E invece si continua a scambiare l’una solitudo – quella beata – con la tristezza che nasce dall’altra. E a confondere questa seconda con la depressione che spesso ne è la causa. Per arrivare a dire che quando si è soli (cioè depressi) le difese immunitarie vanno a pallino, che si mangia in modo disordinato (o si smette di mangiare) e via di seguito. Fino a proporre “per chi soffre di depressione lieve” la ripresa dei contatti con gli altri. Magari quegli stessi che la depressione l’hanno provocata. Perché non ci sono soltanto solitudine e solitudine. Ci sono anche altri e altri. E alcuni di questi non solo ti fanno venire la depressione: ammazzerebbero un mammuth senza accorgersene, da tanto che sono invadenti.

Ma la perla vien dopo, là dove si legge che «se cucini per altre persone, sei più predisposto a farlo in un certo modo; la cena o il pranzo dovranno essere equilibrati e contenere il piatto base, un contorno etc. Quando, invece, cucini per te stesso spesso non hai voglia di pensare troppo». E più avanti: «Chi si sente solo è più facilmente preda della pigrizia». Cioè mangerebbe Nutella dalla mattina alla sera. Qui siamo al delirio scientifico. Perché quando si è in compagnia – cara la mia Health Psychology, la rivista che ha mandato in giro queste preziose osservazioni – o quando si ha un partner, allora sì che la pigrizia prende il sopravvento. In quel caso, infatti, perché non lasciare ad altri il compito di cucinare per noi? È bellissimo sentirsi dire sottovoce: Caro, siamo a tavola. E poter rispondere: Un momento, tesoro, che ci sono le cinque parole finali dell’Eredità.

Infine il terrorismo: «4. La solitudine mette al tappeto il nostro sistema immunitario», «Le persone sole producono, infatti, livelli più elevati di proteine correlate alla presenza di infiammazioni comuni e croniche. Queste possono essere collegate a diverse condizioni patologiche come la malattia coronarica, il diabete di tipo 2, l’artrite, il morbo di Alzheimer, la fragilità e il declino delle funzionalità causate dall’invecchiamento. [leggi: la disfunzione erettile, come la chiama la pubblicità del ministero] Secondo la ricerca, poi, chi soffre di solitudine ha più anticorpi del citomegalovirus nel sangue rispetto alle persone che, invece, hanno più relazioni sociali». L’Isis non potrebbe fare di meglio.

Il fatto è che, come abbiam detto, dovremmo imparare a distinguere la solitudine dalla sensazione di sentirsi abbandonati o non voluti. Alla seconda si risponde come hanno fatto tutte le persone intelligenti, nei secoli: trovati qualcuno che non ti può abbandonare. Il cane del coinquilino di Meursault (nello Straniero, di Albert Camus), per esempio. Ma meglio di ogni altra cosa un libro o un brano musicale difficile da suonare, come le Variazioni Goldberg per Glenn Gould. Il Vangelo è più difficile perché: primo: il protagonista – con tutte le sue relazioni – finisce in croce (che è quel che meno si desidererebbe); secondo: si va avanti a forza di miracoli e qui – dice il depresso – di miracoli non c’è nemmeno l’ombra. Ce ne basterebbe uno – svegliarsi domattina senza questo schifo di umore sul piloro – e non ci viene fatto nemmeno quello. Ciò non toglie che qualcuno vi abbia trovato conforto.

In compagnia dei grandi, comunque, è provato che la solitudine cattiva si trasforma di solito in quella buona. La solitudine, si è detto, non la depressione – che è tutt’altra cosa. Quella buona, dicevamo, sarebbe meglio coltivarla a dovere, e portarsela sempre dietro anche nei luoghi più zeppi di relazioni vocianti e di premure non richieste. Come ha scritto Blaise Pascal – che, se non l’avessero detto i francesi, sempre troppo pronti a lodare se stessi, potrebbe essere ritenuto l’uomo più intelligente di ogni tempo – «ho scoperto che l’infelicità degli uomini deriva da una sola cosa, che è quella di non riuscire a starsene tranquilli in una stanza. Un uomo che ha mezzi sufficienti per vivere, se sapesse stare a casa sua traendone piacere, non uscirebbe per mettersi in mare o all’assedio di una postazione». Altro che caduta delle difese immunologiche, altro che disordine alimentare. Nessuna grande opera dell’ingegno umano è nata fuori da questa solitudine essenziale, come l’ha chiamata qualcuno. Con buona pace delle confuse ricerche delle Università americane.

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