Guerra scongiurata. Per ora.

Cento marines sono entrati in Iraq L’assedio degli Yazidi è finito

Cento marines sono entrati in Iraq L’assedio degli Yazidi è finito
14 Agosto 2014 ore 13:25

L’assedio degli Yazidi è stato interrotto. La notizia arriva dal portavoce del Pentagono, l’ammiraglio Johan Kirby, il quale ha dichiarato che un piano di evacuazione della comunità yazida rifugiata sulle montagne intorno a Sinjar è «meno probabile» di quanto valutato in un primo momento. Gli osservatori militari americani sul posto pare abbiano constatato che le condizioni della comunità sono meno gravi di quanto temuto. «Sulla base di questa valutazione – ha detto l’ammiraglio Kirby – si ritiene che la missione di evacuazione è molto meno probabile». Pur non essendo ancora terminata l’evacuazione, i raid aerei che da una settimana solcano i cieli dell’Iraq hanno permesso a decine di migliaia di yazidi di aprirsi un corridoio per lasciare le montagne, fuggire dai miliziani jihadisti ed evitare il massacro. Scongiurata quindi una nuova guerra. Almeno per il momento.

I raid e le prime dichiarazioni di Obama. Il Presidente americano Barak Obama nei giorni scorsi, prima di andare in vacanza nella sua residenza di Martha’s Vineyard, aveva annunciato l’intervento in Iraq per scopi umanitari e aveva assicurato che non ci sarebbero stati interventi militari di terra perchè gli Stati Uniti non si sarebbero lasciati trascinare in un’altra guerra. Dopo i primi raid aerei, Obama ne aveva decretato il successo, aggiungendo anche che l’avanzata dell’Isis in Iraq non si poteva fermare con una soluzione militare. L’intento dei raid aerei, aveva detto, era quello di scongiurare un genocidio e proteggere i cittadini: «Continueremo ad aiutare i rifugiati a ottenere il riparo, il cibo e l’acqua di cui hanno disperato bisogno, e per aiutare gli iracheni a respingere l’avanzata dello Stato islamico». Ma nessuna truppa americana avrebbe combattuto di nuovo in Iraq.

I marines in azione. Mercoledì 13 agosto, però, la stampa americana ha dato la notizia che più di cento fra marines e elementi delle forze speciali Usa erano atterrati sul Monte Sinjar per organizzare una via di fuga per i 30mila civili Yazidi minacciati dai jihadisti dell’Isis. Le unità coinvolte erano arrivate a bordo di un V-22 Osprey, in grado di atterrare in verticale e la base delle operazioni militari alleate era un vecchio aeroporto che ha ospitato le truppe speciali Usa durante tutta la durata dell’intervento in Iraq, dal 2003 al 2011. Poco prima dell’arrivo dei marines, i droni avevano continuato ad attaccare e distruggere camion armati gestiti dai militanti islamici nella zona del monte Sinjar. Stando all’agenzia francese AFP, che cita una fonte proveniente dal Pentagono e coperta da anonimato, una ventina di militari aveva già effettuato una missione di ricognizione per valutare i rischi di un intervento con truppe di terra. Non si sono registrati scontri a fuoco e contatti diretti con i miliziani, anche se sembrava ormai chiaro che le truppe americane si stessero preparando a combattere sul suolo iracheno, a tre anni dal ritiro degli ultimi militari. Una nuova guerra, quindi, che sarebbe arrivata a pochi giorni dal cambio al vertice nel governo di Baghdad.

Il nuovo premier. Lunedì 11 agosto il presidente dell’Iraq, il curdo Fuad Masum, aveva chiesto al vicepresidente del parlamento, lo sciita Haider al-Abadi, di formare un nuovo governo. Poche ore prima, i parlamentari riuniti nell’Alleanza Nazionale Sciita (una coalizione che rappresenta i principali partiti sciiti al parlamento iracheno) avevano votato per presentare come candidato premier proprio al-Abadi, al posto dell’attuale capo di governo, Nuri al-Maliki, un personaggio contestato sia in Iraq che all’estero. Le sue politiche sono state giudicate troppo favorevoli alla maggioranza sciita del paese, hanno alienato al governo le simpatie dei sunniti e hanno contribuito significativamente alle vittorie dello Stato Islamico. Fino a pochi giorni fa, però, era un alleato di Usa e Iran.

L’azzardo di Al-Maliki. Lo scorso aprile si erano svolte le elezioni e il partito di al-Maliki le aveva vinte, ma a causa di divisioni interne al Parlamento un nuovo governo non è stato ancora formato. Al Maliki ha accusato il presidente Masum di non avergli affidato per tempo l’incarico di formare il governo e di aver quindi violato la Costituzione. Per questo ha fatto occupare Baghdad dalle milizie sciite a lui fedeli. Una mossa, quella di al-Maliki che non è piaciuta agli Stati Uniti, preoccupati che il crescente caos politico e istituzionale porti ulteriore vantaggio all’Isis. Pieno appoggio americano, quindi, al neo premier al-Abadi. Il presidente Barack Obama si è congratulato con lui in un colloquio telefonico durante il quale i due hanno concordato sull’importanza di formare un nuovo governo inclusivo, in linea con i requisiti costituzionali, e che rappresenti tutte le comunità, il più presto possibile. Anche l’Iran e l’Arabia Saudita hanno scaricato al-Maliki, che ha così perso l’appoggio dei suoi più grandi alleati nella regione.

Una fotografia dell’Iraq. Un Paese ormai al collasso di cui non è facile capire gli sviluppi interni e l’impatto su scala internazionale. Una crisi, quella irachena che affonda le sue radici nell’instabilità politica e sociale scaturita dalla caduta di Saddm Hussein, musulmano sunnita, leader assoluto dell’Iraq dal 1979 al 2003. Il Paese è un mosaico di etnie, delle quali quella araba rappresenta la maggioritaria, che vivono in quella che un tempo era la Mesopotamia, culla della civiltà tra i fiumi Tigri e Eufrate. La maggioranza araba si divide tra sciiti, per il 60%, e sunniti. È questo 40% di popolazione che per anni ha retto politicamente il Paese. Tra i due c’è un’incompatibilità dottrinale di fondo ed è la base del conflitto religioso che si consuma in tutto il Medio Oriente. Dopo la seconda guerra del Golfo, gli sciiti e i curdi salirono al potere e il paese si dotò di una costituzione in cui il presidente della repubblica doveva essere curdo, il premier sciita e il presidente del parlamento sunnita. Al-Maliki, sciita, ha retto il governo per due mandati e si apprestava a espletare il terzo. In questo contesto politico l’Isis e i suoi miliziani hanno guadagnato terreno e nel nord del paese sembrano inarrestabili le violenze e i combattimenti con i curdi.

La seconda Guerra del Golfo L’ultima guerra americana in Iraq, iniziata per mano di George W. Bush nel 2003 e terminata sotto la presidenza Obama nel 2011, è costata ai contribuenti americani 1.700 miliardi di dollari, con altri 490 miliardi per l’assistenza ai reduci di guerra. Il pretesto per l’invasione fu la lotta a Saddam Hussein, accusato di possedere armi di distruzione di massa, e ai suoi presunti legami con il terrorismo islamico. Le accuse non furono mai provate e l’Onu non ha mai autorizzato l’intervento militare in Iraq.

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