Darà la somma in beneficienza

C’era una volta un mancato re finito in carcere per niente

C’era una volta un mancato re finito in carcere per niente
25 Febbraio 2015 ore 16:51

Proprio mentre alla Camera era in discussione il disegno di legge che allarga le maglie della responsabilità civile dei magistrati, è arrivata la notizia dell’indennizzo di 40mila Euro riconosciuto a Vittorio Emanuele di Savoia per l’ingiusta detenzione subita nell’estate del 2006.

La vicenda. È il 16 giugno del 2006 quando Vittorio Emanuele di Savoia, figlio dell’ultimo Re d’Italia, viene ammanettato sul lago Como con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, al falso e allo sfruttamento della prostituzione. A disporre il provvedimento di arresto è il Gip di Potenza Alberto Iannuzzi, su richiesta del Pm Henry John Woodcock, nell’ambito di un’indagine legata la Casinò di Campione d’Italia. Sotto i flash di tutta la stampa nazionale ed internazionale, l’erede dei Savoia viene poi trasferito a Potenza dove rimane in carcere per sette lunghi giorni. Dopodiché gli vengono concessi i domiciliari e, il 21 luglio dello stesso anno, torna in libertà con la sola imposizione di divieto di espatrio. «La vita, a volte, è davvero molto strana» – commenta ironicamente Vittorio Emanuele al momento del rilascio –  «ho atteso cinquantasei anni per rientrare in Italia e ora non la posso più lasciare».

Nel frattempo, l’inchiesta viene divisa per competenza tra diverse procure d’Italia: una parte resta in Basilicata, un’altra va a Roma, alcuni fascicoli prendono la strada per l’Umbria, altri per Como. Cinque anni di processi e ben quattro tribunali arrivano allo stesso risultato: l’archiviazione o l’assoluzione con formula piena. Insomma, il principe è innocente.

L’indennizzo. La battaglia giudiziaria per l’indennizzo è stata condotta dall’avvocato Francesco Murgia, ed è terminata con la vittoria in Corte d’appello di Roma. 40.000 Euro, ecco quanto lo Stato italiano dovrà risarcire all’erede di casa Savoia per quei sette giorni dietro alle sbarre. «Era giusto che l’Italia risarcisse Vittorio Emanuele per l’incredibile disavventura, per i 7 giorni in cella, per il disastro d’immagine, per l’imbarazzante espulsione da alcuni circoli esclusivi» ha dichiarato l’avvocato, che ha aggiunto «il principe è felice per questa pronuncia. Era rimasto sconvolto per quello che alcuni magistrati del suo Paese, ma lui preferisce la parola patria, gli avevano fatto».

Devolverò in beneficenza l’intera somma. «Sono felice  –ha detto Vittorio Emanuele – perché oggi, attraverso un segno concreto che dimostra ancora una volta come quella vicenda sia stata solo una fiera di assurdità e di sopraffazione, giustizia si compie ancora una volta. Giustizia per me, giustizia per la mia Casa, giustizia per i miei cari e per coloro che mi sono stati vicini in questi anni». «Il mio primo pensiero – ha proseguito – va però a quelle persone che si sono trovate e che si trovano in situazioni analoghe, senza avere le possibilità di difendersi e di combattere come ho potuto fare io in questi anni e che vedono le proprie famiglie distruggersi. Casa Savoia è sempre stata vicina a chi soffre a causa delle ingiustizie».

È per questo che Vittorio Emanuele ha deciso di devolvere in beneficenza l’intera somma concessagli a titolo di risarcimento, destinandola ad un ente specializzato nell’assistenza a questo genere di situazioni di sofferenza e di prova.

 

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Emanuele Filiberto. Vittorio Emanuele si è detto felice e ha festeggiato con la moglie, la sorella Maria Gabriella di Savoia e i parenti più stretti la conclusione positiva del suo calvario giudiziario, durato quasi 9 anni. Un po’ meno contento è il figlio Emanuele Filiberto che ha commentato con parole amare l’intera vicenda. «Mio padre ha trascorso anni molto difficili – ha detto – e da quella vicenda non si è più ripreso. Sette giorni di carcere, un mese di arresti domiciliari e tre mesi con il divieto di espatrio. Quando lo vidi all’uscita dal carcere non lo riconobbi. Lo sedavano per farlo parlare, in cella c’erano telecamere pronte a carpire chissà che cosa. Aveva 70 anni ed era una persona forte con mezzi per difendersi, comunque ne è uscito molto indebolito. Anche e soprattutto perché parliamo di uno sputtanamento mondiale per un fatto che non sussiste e parliamo anche di 40.000 ero che dovranno uscire dalle tasche dei contribuenti. Poi mi piacerebbe sapere quanto è costata agli italiani questa inchiesta. Decine di milioni buttati». Un pensiero anche per sua madre: «Ha condiviso la stessa sorte per stargli vicino, a casa e senza espatrio. Io invece fui indagato per pirateria informatica. E non ne sono mai stato informato ufficialmente. Non si possono trattare così le persone, non i principi, non i cittadini meno fortunati».

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