Gli "studi di genere"

Che cos’è la teoria del gender

Che cos’è la teoria del gender
16 Aprile 2015 ore 17:20

Che cos’è la teoria del gender (gli “studi di genere”) che papa Francesco tira in ballo ogni tanto, e sulla quale mercoledì 15 aprile si è chiesto se non sia magari una «espressione di frustrazione»? Prima di tutto è una teoria. Ovvero, come vien detto ovunque, «un ambito interdisciplinare di studi che usa come categoria principale per l’analisi dei diversi fenomeni l’identità di genere».

Già, si domanderà il lettore, ma che cos’è “l’identità di genere”? secondo: cosa significa che è una “categoria di analisi”?

Prima domanda. Tecnicamente, l’“identità di genere” è il modo con cui un individuo o un gruppo collocano se stessi all’interno di una scala immaginaria che vada da maschio-maschio a femmina-femmina o, viceversa, da femmina-femmina a maschio-maschio – per evitare che qualcuno pensi che iniziare dall’uno o dall’altro sia già una presa di posizione ideologica e politica. Perché anche questo capita, e molto più di frequente di quanto la Boldrini non si occupi del genere (eccola qui, la parola magica) dei nomi e degli aggettivi.

La nostra civiltà – anche in relazione a secoli di chiacchiere scambiate al bar, di libri scritti e letti, di pittura e scultura nonché di simboli – conosce fondamentalmente due (talora tre) “generi”: il maschile, il femminile e il né l’uno né l’altro (che questo significa “neutro”). E associa questi “generi” alla sessualità biologica (o anatomica), e al ruolo che un individuo o un altro (un’individua o un’altra) svolgono nella riproduzione sessuata.

Biologicamente, anatomicamente, chi ha il pisello (o i fiori maschili o altro organo assimilabile) è maschio; chi ha la patatina (o i fiori femmminili) è femmina. Esistono pertanto piante con fiori solo maschili (staminiferi) o solo femminili (pistilliferi). Tali fiori a “sessi separati” possono però essere portati sulla stessa pianta (che viene così detta monoica, o, brevemente, ermafrodita) oppure su due piante diverse (dette dioiche, o unisessuali o eterofitiche). La situazione può essere ulteriormente complicata in quelle specie che presentano sia fiori ermafroditi che unisessuali. Nell’immaginario popolare i nomi delle piante monoiche (ossia che possono essere sia maschi che femmine) sono da secoli impiegati per indicare individui che nella scala dei generi si collocano in punti imprecisati variamente distanti dagli estremi.

Solo dopo aver precisato quanto sopra si può specificare che, però, negli “studi di genere” il genere (gender, in inglese) non va confuso col sesso. Il sesso è un dato biologico-anatomico, il genere è a) il modo con cui uno si rapporta al proprio dato biologico e b) l’insieme dei ruoli che una data società assegna agli individui che “si pensano” maschi, femmine o altro. Il “gender” nasce quando biologia e pensiero su di essa entrano in conflitto: maschi che si pensano femmine, femmine che si pensano maschi. E poi tanto maschi e poco femmine o tanto femmine e poco maschi, in diverse percentuali. “Il governo australiano ha riconosciuto ufficialmente 23 gender. La «Australian human rights commission» classifica, oltre a quelli già nominati, anche l’identità di transgender, trans, androgino, agender, crossdresser, drag king, drag queen, genderfluid, genderqueer, intergender, neutrois, pansessuale, pangender, third gender, third sex, sistergirl e brotherboy. Negli Stati Uniti, invece, Facebook permette agli utenti di scegliere il proprio “genere” tra 56 diverse opzioni” [Fonte: Corriere della Sera].

A quanto sopra vanno aggiunte alcune complicazioni dovute al fatto che non si sa ancora bene cosa significhi “pensarsi femmine” o “pensarsi maschi” nei diversi contesti. Ad esempio, in alcune società, l’essere maschio-maschio adulto non esclude che si possano avere rapporti sessuali (attivi) con giovinetti (in napoletano si chiamerebbero “femminielli”), mentre in altre un simile comportamento è visto male o anche molto male. Nell’antica Roma un generale che “abusasse” di uno o più centurioni non faceva problema (anzi, era segno di grande virilità). I problemi riguardavano il centurione. E perché mai? si domanderà qualcuno. Di questo appunto (e di altre situazioni variamente connesse) si occupano appunto i “gender studies”. Come mai – ad esempio – nei paesi di lingua latina il Sole è maschile e la Luna femminile, mentre i tedeschi pensano che il primo sia una femmina e la seconda un maschio? e come influisce questa inversione nel modo con cui i tedeschi (o altri popoli nella medesima situazione culturale e linguistica) pensano la loro sessualità, definiscono i ruoli sociali, immaginano le scene di caccia nella pittura o i conflitti tra maschi e femmine nel dramma barocco? Ad esempio: ha qualcosa a che fare col gender delle SS il fatto che il Führer venisse percepito come una vergine – per lo meno a quanto risulta da alcuni studi ovviamente “di genere”? E c’entra qualcosa questo fatto con la preferenza accordata dalle alte sfere naziste all’Adamo ed Eva del Cranach che tentarono in ogni modo di portar via dagli Uffizi nei giorni dell’occupazione di Firenze, città nella quale nel ventennio precedente “nazista” era ingiuria (per altro ricambiata) per “omosessuale”?

Pensando a quanto sopra si può forse intuire cosa significhi che il “genere” sia la categoria – lo strumento concettuale, la cartina di tornasole – attraverso cui si studiano i fenomeni sociali come la politica, le arti, la psicologia delle masse. Come l’architettura pubblica può essere studiata dal punto di vista della rappresentazione che una città o uno stato vogliono dare di sé (il complesso duomo-battistero-torre di Pisa come celebrazione del predominio della città nel Tirreno, ad esempio), così i comportamenti individuali e l’organizzazione della società possono essere osservati dal punto di vista della rappresentazione, della coscienza che i primi e le seconde hanno della propria identità sessuale. Che non è, ripetiamo, il proprio sesso biologico, ma l’immagine che ciascuno ne ha e i ruoli che ne derivano. Se pensarsi “maschio” significa pensarsi «uno che non deve chiedere mai» andranno bene certi profumi; se, al contrario, tener le unghie a posto senza che quella del mignolo si estenda all’infinito o cambiarsi i calzini tutti i giorni viene percepito come tendenza degenerativa alla femminilizzazione, allora i deodoranti saranno banditi dal bagno degli uomini.

Come ambito di studi la “gender theory” si occupa appunto di riconsiderare tutto ciò che era già stato osservato e studiato per tentare di farne emergere il peso che nelle diverse situazioni hanno avuto le identità di genere col fatto stesso di proporre se stesse o rifiutando le altre, o volendosi affermare di nascosto, o mettendo in atto particolari procedimenti di riconoscimento, magari anche in maniera inconscia.

Perché dunque il Papa se la prende tanto con la “gender theory”? Forse si potrebbe rispondere con un episodio che vede implicato un ateista d.o.c.g. come il filosofo Bertrand Russell, che per un certo periodo cercò anche di mettere in piedi un’esperienza educativa (molto interessante, ma conclusasi in maniera catastrofica) di cui le cronache ricordano quasi soltanto il fatto che ragazzi e ragazze avevano le docce in comune. Quando chiesero a questo enfant terrible della filosofia e della logica se pensava di poter dare la vita per un’idea rispose di no. Perché no? «Perché potrebbe anche essere sbagliata». E aggiunse: «Potrei dare la vita per un amico, non per un’idea».

Il “genere” è appunto un’idea. Una teoria, come si diceva all’inizio. Per l’esattezza: un complesso di teorie che cercano di capire cosa voglia dire “sentirsi” uomo, donna o altro. Tali teorie sono, fra l’altro, anche molto conflittuali, come ben ricordano coloro che in anni passati seguirono lo scontro senza esclusione di colpi fra lo psicoanalista Jacques Lacan e la semiologa Julia Kristeva, stelle di prima grandezza nel firmamento della cultura parigina. E non si tratta di contrasti su particolari secondari: c’è di mezzo la definizione stessa di “maschio” e di “femmina”, con tutte le sfumature intermedie e i rispettivi derivati (maschilista, femmineo, sessista, omofobico, transgender, ecc.) nonché i problemi relativi alla genesi (sociale, psicologica, cromosomica, familiare, genica, …) del percepirsi sessualmente come appartenente all’una o all’altra squadra impegnata nel vasto campionato fra i sessi.

E dunque, ci pare che voglia dire il Papa, lasciamo i “gender studies” agli accademici che hanno sempre bisogno di trovare campi nuovi per i quali crearsi cattedre e istituti appositi, ma evitiamo che i loro esercizi teorici vengano a metter confusione nella testa delle persone e a rendere macchinosa la vita delle istituzioni. Sarebbe interessante, ad esempio, conoscere la reazione delle famiglie a una circolare che decretasse la fine della separazione fra docce dei maschi e docce delle femmine nelle palestre per non generare imbarazzo nelle menti degli alunni che, biologicamente femmine o maschi, si “sentissero” però rispettivamente maschi e femmine o a metà fra l’uno e l’altro. Sul fatto che ragazzi e ragazze facciano la doccia insieme non mi pare che possano sussistere serie obiezioni in una società avanzata. Sulla motivazione (evitare l’imbarazzo agli intermedi) ne avremmo di gravissime, perché il riferimento stesso all’imbarazzo implica l’esistenza proprio del problema che si vorrebbe cancellare.

Per il momento siamo infatti ancora agli inizi del gioco al massacro, ma come i mussulmani maschi – rigidamente eterosessuali almeno dal  punto di vista formale – si oppongono al fatto che personale maschile si occupi delle loro donne in ospedale, così presto avverrà che qualcuno pretenderà che un omosessuale venga curato solo da persone del proprio sesso di riferimento, ma per ragioni diametralmente opposte alle precedenti. E se si arriva ai 56 casi di Facebook bisognerà ridisegnare l’intero organico della sanità.

E tutto ciò – sembra voler dire il Papa – non in ragione di un qualche dato di fatto, ma a seguito del processo emulativo che ogni teoria, giusta o sbagliata che sia, innesca quando viene di moda, ossia quando fornisce l’illusione che verbalizzare una condizione, dare un nome a un disagio, significhi per ciò stesso risolverlo. Tutti i maschi e tutte le femmine hanno passato un momento in cui hanno dovuto scegliere in che campo collocarsi, ma è stata poi la ragion pratica a orientare la scelta, sia pure con qualche sofferenza (talora grave sofferenza) per alcuni. Per esempio per i maschi tormentati da femmine irriducibili all’idea che un uomo possa disporre anche di caratteristiche – secondarie, se si vuole – che lo rendono però in qualche modo inassimilabile a un semplice toro da riproduzione.

Rendere ancor più difficile questa scelta inserendo nel dramma della sessualità una serie di opzioni non solo illimitata ma anche – al momento – infondata, teoricamente molto incerta, storicamente contraddittoria, costruita su concetti difficilmente afferrabili (e ancor meno utilizzabili) da persone adulte – non diciamo dagli adolescenti – non pare dunque un’operazione né opportuna né raccomandabile per i genitori e per i figli. Lo sarà, forse (ma certamente per anni), per gli psicoterapeuti e per tutti gli operatori medico-sociali che cominciano per psyc- come dicono i francesi. Tutti gli altri, qualunque cosa pensino di sé e dell’altra metà del cielo, la piantino di pensare a sé (il Papa direbbe che questo è un peccato grave di autoreferenzialità) e si mettano piuttosto a riparare il mondo, che ne ha tanto bisogno.

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