Cronaca
Ne sono attesi altri 200

A che punto siamo coi profughi In Val Seriana sale la tensione

A che punto siamo coi profughi In Val Seriana sale la tensione
Cronaca 09 Luglio 2015 ore 19:32

La tensione sale. I profughi aumentano di giorno in giorno e la Lega lancia la sua chiamata alle armi. Su Facebook qualcuno parla apertamente di “invasione” da contrastare, specie in Val Seriana.  La linea del fronte si è spostata infatti a Rovetta, dove alcuni manifestanti hanno improvvisato addirittura blocchi stradali per protestare contro l'arrivo dei migranti. I 57 richiedenti asilo (in gran parte provenienti dal Bangladesh, dove non risulta che ci sia nessuna guerra), che arrivavano dalla palestra di Presezzo, sono stati accolti con ostilità. Dalla padella alla brace. Un'azione che non è andata giù alla Cisl, intervenuta nel pomeriggio con un comunicato durissimo: «È quantomeno vergognoso vedere in questi giorni i blocchi delle strade, leggere commenti vaneggianti circa i soldi che verrebbero impiegati per sfamare uomini, donne e bambini. Il nostro mondo dovrebbe fare il possibile per accogliere, non per respingere».

Il prefetto Francesca Ferrandino passa le giornate a cercare nuovi spazi, ma si sente rispondere sempre più spesso con un secco “no”. Non solo dai sindaci leghisti, ormai sulle barricate, ma anche da quelli di centrosinistra. Usano toni più soft e lavorano per trovare soluzioni, ma al prefetto mandano a dire che «il problema è oggettivo», per usare le parole del segretario provinciale del Pd Gabriele Riva.

 

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Proprio dalla Val Seriana è arrivata sulla scrivania di via Tasso una lettera in cui si parla di “punto critico” e si rimarca come un terzo dei 770 profughi attualmente accolti in Bergamasca sia ospitato tra Cerete, Lizzola e – ultima – Rovetta. La missiva è stata firmata dai sindaci padani, ma non solo. Segno che il malumore sta diventando bipartisan. I comuni montani rilanciano la palla nella Bassa, chiedendo a tutti di fare uno sforzo maggiore. Ora come ora, l'accoglienza è infatti a macchia di leopardo: pochi si fanno carico di tutti, gli altri girano la testa dall'altra parte. Un po' per mancanza oggettiva di strutture, un po' per non avere problemi. Nessuno ha voglia di vedersi spuntare un Salvini qualsiasi sotto il municipio, con tradizionale corollario di antagonisti armati di insulti e mascherine igieniche anti “contagio” leghista. La buriana andata in scena a Filago lunedì, con la polizia che si è dovuta mettere in mezzo tra i due schieramenti, non incoraggia certamente i sindaci ad aprire le porte. Trasformare alcune palestre in dormitori (misura che dovrebbe durare fino al 15 agosto) è una soluzione estrema che non piace a nessuno, ma che al momento è l'unica in grado di dare uno sfogo ai continui arrivi.

Anche perché nelle prossime settimane sono attesi almeno altri 200 migranti, presto si arriverà a sfiorare quota mille. Occorre però dire che non si tratta di un numero così spaventoso, per una provincia che supera il milione di abitanti. Calcolatrice alla mano, significa un profugo su mille residenti. Uno sforzo che sarebbe più che sostenibile, se ben distribuito. Ma la Lega, con gli slogan «prendeteli a casa vostra» e «aiutiamo prima gli italiani» ha buon gioco nel solleticare la pancia del malcontento popolare, alimentato da una crisi che, nonostante qualche effimero segno di ripresa, continua a colpire duro. In questo scenario, l'egoismo emerge in modo prepotente. Un rischio contro cui si è levata la voce della Caritas, che ha invitato a guardare le cose per quello che sono, al netto di strumentalizzazioni e intolleranze.

 

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«No a chiusure pregiudiziali e a campagne che soffiano sul fuoco – è il messaggio della Chiesa – Occorre piuttosto favorire un approccio più sereno all'accoglienza». Di qui l'invito alle parrocchie a reperire spazi condivisi, magari appartamenti dove collocare i migranti diluiti in piccoli gruppi. È un po' la strada che sta seguendo anche il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, che ha avviato trattative con l'Ance per individuare edifici vuoti da affittare alla Caritas. Non ci sono molte alternative, perché nemmeno il Comune capoluogo ha strutture adatte allo scopo. L'unica, la scuola di Castagneta, è già occupata da una ventina di richiedenti asilo. Sullo sfondo incombe la sagoma della tendopoli, ipotesi agitata come extrema ratio dal prefetto. Già individuata l'area: si farà, nel caso, a Dalmine. Un piano B che nessuno spera di dover mettere in pratica.

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