La situazione vista da un tassista di Lisbona

Il cielo (grigio) sopra il Benfica

Il cielo (grigio) sopra il Benfica
13 Agosto 2014 ore 07:30

«Il problema è che i giovani se ne vanno via, lasciano anche la città, fuggono all’estero e non tornano più». Antonio, il nostro tassista, ha la faccia butterata e tiene gli occhi fissi sull’asfalto, ma è ovvio che stia guardando altrove. Al futuro, alle preoccupazioni, alla crisi. Fossimo in Italia, niente di nuovo. E invece no: siamo a Lisbona. Alla radio passano il programma con le notizie del giorno e Antonio, fregandosene del galateo tra conducente e passeggero, afferra la manopola e alza di cinque o sei tacche il volume. C’è qualcosa di più importante da ascoltare che dare retta a due turisti incuriositi dai saliscendi e dai panorami mozzafiato di questa città. Da qualche giorno non parlano d’altro che del Bes, il Banco Espirito Santo, la terza banca del Portogallo che il governo ha salvato con una manovra da più di quattro miliardi di euro. Rischiavano il collasso, una nuova crisi finanziaria, almeno così hanno fermato l’emorragia.

«E’ tutto così. Le discoteche? Prendi le discoteche. L’altra notte mi fermo a parlare con un amico, fa il buttafuori giù a Cais do Sodrè. E, insomma, mi dice che una sera dentro a un locale c’erano quaranta persone. Quaranta persone, capisci? Hanno dovuto chiudere perché gli costava meno che servire i drink». Antonio ha lavorato anche per l’Italia. Si occupava della manutenzione di grandi macchinari, stava via tre, quattro giorni, una settimana al massimo, «ma poi ho avuto un problema di salute, e quando manca la salute manca tutto». Così ha mollato, si è messo a fare il tassista, e poi tra una corsa e l’altra sono passati quindici anni. «Se mi manca quel lavoro? Certo, ero giovane». Ci sta accompagnando allo stadio del Benfica, che è la squadra più titolata del Portogallo, quella di Eusebio, che ha vinto trentatré scudetti e anche le Coppe dei Campioni, che ha duecentomila soci e tutti lo chiamano “O Glorioso”.

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Lungo le strade di Lisbona la luce scivola sugli azulejos dei vecchi palazzi, qui tutto sembra più luminoso. Antonio ci spiega che la scomparsa del Banco Espirito Santo, spazzato via dallo scandalo che ha travolto la famiglia che lo ha creato e gestito per decenni e resuscitato con il nome di Novo Banco grazie a una potente iniezione di aiuti pubblici, rischia mettere in ginocchio anche il Benfica. Ha letto sul settimanale Expresso che il club perderebbe il credito di settanta milioni di euro concessogli dal Bes e che veniva rinnovato automaticamente ogni tre mesi. «Avevano una specie di fondo illimitato, hai capito? Da non credere». Antonio sbircia dallo specchietto per vedere se abbiamo capito. Ma certe cose le conosciamo bene anche in Italia, e la nostra – più che stupita – è una reazione solidale. In pratica il Benfica aveva questa “conta caucionada”, una sorta di scoperto che garantiva alla società un margine di manovra e la metteva al riparo da problemi di liquidità. Ma ora che i conti dell’istituto sono controllati direttamente dal Banco de Portugal i rubinetti del credito si chiudono, e buonanotte. Luis Filipe Vieira, il presidente del Benfica, aveva stretto un rapporto finanziario privilegiato con Amilcar Morais Pires, il braccio destro di Ricardo Salgado, per ventidue anni a capo del Bes, ora caduto in disgrazia e defenestrato. Amicizie, manovrine, soldi. Il solito giochetto. Ma ovviamente la scomparsa dalla scena del “clan” Espirito Santo non cancella il pesante indebitamento del club che, prima della fine dell’anno, deve trovare le risorse per rimborsare o rifinanziare un debito di quasi duecento milioni di euro. C’è il buco finanziario, ma ci sono anche obbligazioni in scadenza per 85 milioni fra ottobre e dicembre e titoli del debito a breve per quasi 25 milioni.

L’Estadio da Luz sorge in mezzo a case di dieci piani tutte uguali. Vicino passano strade larghe e grigie, che conducono in centro o in autostrada a seconda della direzione. C’è anche una fermata di metro poco più in là. Chiediamo ad Antonio di non portarci all’ingresso principale, chiediamo di lasciarci un centinaio di metri prima: vogliamo vederlo da lontano. Per arrivare allo stadio prendiamo una scorciatoia, una stradina adiacente a un cantiere. Stanno tirando su altri palazzoni e il cartello dice che comprare un appartamento qui, all’ultimo piano, con la piscina e il terrazzone decorato con listelli di legno, costa dai duecentocinquanta mila euro in su. Certo, la vista non è granché: si vedono solo condomini e i grandi nastri rossi di metallo dello stadio. Ci stanno più di sessantacinque mila persone, è bellissimo. Quasi metà dei giocatori che hanno vinto l’ultimo campionato sono stati venduti: Oblak è andato all’Atletico Madrid, Lazar Markovic al Liverpool, André Gomes e Rodrigo al Valencia, Garay allo Zenit e Cardozo al Trabzonspor.

Eppure nel megastore del Benfica c’è un sacco di gente. E’ un negozio piuttosto grande, con una fila di casse su un lato e corsie formate da scaffalature basse. Vendono le maglie celebrative dello scudetto, quelle della prossima Champions League, quelle con il logo serigrafato nel mezzo, e poi c’è un angolo dedicato alla storia del Benfica. Puoi comprare un busto di Eusebio a trecento euro o un kit (maglietta e pantaloncini) retrò a poco meno di cento. Quello del 1909 è davvero vintage, ma nessuno lo userebbe mai sul serio. Fare un giro dentro lo stadio e al museo costa venti euro, e se siete appassionati ne vale la pena. Non c’è aria di crisi. La gente compra, molti fanno anche l’abbonamento al prossimo campionato. La cessione di tre giovani promesse della squadra “B”, e la possibile partenza di altri due campioni richiesti da Monaco e Valencia, dovrebbero coprire il debito di duecento milioni di euro. Ma questo rischierebbe di rendere il Benfica una squadra poco competitiva, che difficilmente andrà avanti in Europa.

Per andarcene prendiamo la metropolitana. Ma non appena scendiamo la scala mobile ci troviamo di fronte a un altro cartellone pubblicitario, che ci invita a fare l’abbonamento alla nuova stagione. Solo che è quello dello Sporting Lisbona, e la cosa suona di beffa clamorosa. Si vede che i soldi per la campagna pubblicitaria non erano abbastanza e, infatti, lungo tutta la metropolitana, sia qui che in altre stazioni, l’unica campagna abbonamenti visibile è quella dello Sporting. il Benfica è campione, ha vinto la coppa nazionale e due giorni fa ha vinto la quinta Supercoppa di Portogallo bettendo il Rio Ave ai rigori dopo che era finita 0-0 ai supplementari. L’anno scorso, a Torino, quelli del Benfica erano arrivati in finale di Europa League. Giocavano contro il Siviglia. E’ finita 0-0 ma alla fine gli spagnoli hanno vinto ai calci di rigore. E’ dal 1962, anno di conquista della sua seconda Coppa dei Campioni, che il Benfica non solleva più un trofeo internazionale. Otto finali, otto sconfitte. Sarebbe un caso se non fosse che Bela Guttmann, dopo quell’ultimo trionfo, chiese invano un aumento di stipendio alla società. Se ne andò sbattendo la porta e dicendo: «Nei prossimi cent’anni non vincerete più una coppa». Salvassero almeno la pelle. Sarebbe già un bel colpo.

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