L'attacco Isis

Cinque parole per provare a capire la strage nella moschea del Sinai

Cinque parole per provare a capire la strage nella moschea del Sinai
25 Novembre 2017 ore 09:05

Bombe e spari hanno fatto più di 300 morti in una moschea nel villaggio di Bir al-Abed nel nord del Sinai. Terrorismo islamico che colpisce un luogo di culto musulmano. Perché? E perché proprio in quel luogo? Proviamo a capire.

 

1) Sufi

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La moschea di questo piccolo villaggio del Sinai è frequentata in particolare da fedeli Sufi. Il sufismo è una corrente mistica dell’islam che l’Isis combatte ferocemente perché la considera eretica. Viene accusata di grandi peccati, in particolare di politeismo per il fatto che i fedeli sufi ricorrono all’intercessione dei santi morti. Inoltre non vengono accettate alcune innovazioni introdotte, in forma di riti e di preghiere che non erano stati prescritti da Maometto. “Sufi” viene da lana, per via del saio tradizionale che indossano. Ma viene anche da “saffa”, parola che indica purezza. L’Isis ha già attaccato la comunità sufi del Sinai tra l’altro decapitando l’anno scorso un prelato di spicco, il quasi centenario e cieco Suleiman Abu Heraz, e il “maestro” di dottrine islamiche Saleh Greir in gennaio.

 

2) Sinai

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Il Sinai è un territorio sfuggito di controllo al potere egiziano di al Sisi. Si sa che è diventato di tanti nuclei dell’Isis approdati qui dopo le varie sconfitte nell’area siriana e irakena: qui ci sono i reduci di Sirte e di Raqqa, per intenderci. Viene paragonato ad una specie di Afghanistan, lacerato da lotte tra fazioni. 60mila chilometri quadrati di deserto, che gli Israeliani avevano conquistato con la guerra dei Sei Giorni, ma a cui avevano rinunciato con gli accordi di Camp David. Ma il Sinai è terra di tutte le contarddizioni, in quanto sulla costa del Golfo di Suez ci sono le località di mare frequentate dal turismo globale e dalla borghesia egiziana, come Sharm-el-Scheick.

 

3) Abm

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Nel Nord Sinai agisce un gruppo jihadista Ansar Bayt al-Maqdis (Abm) che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico il 10 novembre 2014, cambiando il suo nome originario in Wilayat Sinn, la Provincia del Sinai. L’Abm ha potuto espandersi nel Sinai settentrionale grazie al supporto della popolazione locale, devastata dalle operazioni militari e abbandonata dallo Stato. I massacri di civili e la distruzione dei villaggi da parte delle forze agli ordini del generale al Sisi hanno condotto i locali ad avvicinarsi sempre più al gruppo jihadista come l’unica difesa di fronte alla punizione collettiva imposta dall’esercito egiziano.

 

4) Karigismo

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Nel Sinai sta configurandosi uno scenari tipo Afghanistan con lotte tra diverse fazioni dell’islamismo radicale. Nelle scorse settimane, come ha scritto Vincenzo Nigro su Repubblica.it, il capo terrorista Abu Muhammad Al-Salafi al-Sinawi, un jihadista che segue la corrente fondata da Osama bin Laden, ha lanciato la sua sfida all’Isis con un messaggio tv. Il titolo del messaggio è La verità sul Kharigismo di al-Baghdadi nel Sinai. Il “kharigismo” era una branca dell’Islam che si distaccò dall’ortodossia ai tempi del quarto califfo, e da allora il movimento, la parola stessa, sono diventati sinonimo di eresia, di dissidenza da stroncare anche con la violenza.

 

5) Al-Sisi

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Al-Sisi dal 3 luglio del 2013 è presidente dell’Egitto, carica a cui era arrivato con un colpo di stato incruento e rovesciando il presidente eletto Morsi. Con Al-Sisi l’Egitto è stato affidato alle mani dell’Esercito di cui lui era stato Capo di Stato Maggiore. Dopo la nomina in questi anni ha condotto una lotta senza quartiere contro i Fratelli Musulmani, lasciando però crescere nel paese la forza del terrorismo islamico. Durante il suo governo è cresciuta notevolmente la libertà religiosa. La spina nel fianco di Al-Sisi è certamente il Sinai, territorio che è stato completamente chiuso alla stampa internazionale e in cui agisce l’esercito con risultati che esasperano la popolazione, in particolare dopo il tragico attentato all’aereo russo, carico di turisti inpartenza da Sharm el-Sheikh.

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