L’intervista

«Una civiltà davvero “cosmopulita” non la puoi sporcare con l’odio»

«Una civiltà davvero “cosmopulita” non la puoi sporcare con l’odio»
Cronaca 05 Maggio 2018 ore 10:00

Sempre più i tempi attuali ci obbligano a innumerevoli ore in ostaggio del computer e del cellulare. La moderna «magia» di poter ritrovare una voce o un volto non sempre però restituisce quel dialogo vero che intimamente vorremmo. Sopraffatti dalla faticosa realtà, si finisce per riferirne la sopravvivenza, lasciando inespresso il proprio anelito. L’incredibile offerta tecnologica paradossalmente, più copre distanze chilometriche e temporali, meno colma l’isolamento in cui ognuno si percepisce. Con Ma voi… Come stai?, però, domani Anna Maria Barbera, dopo aver conquistato il grande pubblico con le sue interpretazioni in tv e al cinema, porta oggi (sabato 5 maggio), al Creberg Teatro un’attenzione allo spirito con spirito, per riprendersi il valore della forza che consegna l’incontro. E noi l’abbiamo intervistata.

Lo spettacolo prende le mosse dalla nostra dipendenza dalla tecnologia. Ma la tecnologia è sconsolante in sé, o il problema è l’abuso che ne fa l’uomo?

«Trovo straordinaria la capacità umana di elaborare quanto sinora ha saputo e non so immaginare il limite delle scoperte future; ma perché possa dirsi Progresso deve condurre al bene dell’umanità e di ogni creatura che abiti il pianeta. Una scienza e una tecnologia che non abbiano questo principio a orientarne lo sviluppo, quel protocollo etico a vagliare le ragioni di una ricerca e vigilare sulle applicazioni della sua scoperta, condurrà a perdere il paradiso terrestre a noi destinato che la simbologia biblica annuncia con chiarezza, saputa leggere e non strumentalizzata. “Curiosity killed the cat”, per dirla con espressione più moderna, se mossa da ambizione di onnipotenza con interessi sfacciatamente economici, che pur assicurando personali guadagni, immiseriscono le globali risorse, materiali e spirituali. Inoltre, l’essere umano ha dei quesiti insoluti circa il suo senso nell’universo in un divino o casuale disegno, ed evolve assai più lentamente del prodotto scientifico e tecnologico di cui si trova a disporre; come saggiamente  ironizza Sconsy, facendo notare alla cognata entusiasta per l’acquisto della lavatrice intelligente che questo non garantisce poi lei lo sia altrettanto nel farla funzionare. Possiamo concludere che il vantaggio può diventare pericolo laddove la novità affascina sino a dominare chi non è educato all’utilizzo. Einstein che da scienziato ben sapeva cosa nei laboratori si maneggia, si è espresso drasticamente sugli esiti gravi di un utilizzo inconsapevole».

Come spiegare il piacere dell’incontro a chi va contro i pali a forza di guardare il cellulare?

«L’argomento che la sua domanda introduce è la riprova di una delle deleterie conseguenze dello smartphone… Sindrome di Hikikomori docet! Il nostro umano essere si confronta con una solitudine esistenziale che la proposta tecnologica non risolve ma assolve in modo ingannevole. I rapporti umani reali richiedono impegno e dedizione consegnando esperienza talvolta sofferta, e dunque crescita, emozione. Quelli virtuali non obbligano a questa scoperta e scuola a cui la vita maestra conduce; vanno diretti alle sensazioni, non sapendo, lo sprovveduto fruitore, che il filtro che lo nasconde agli altri lo nasconderà alla vera e unica possibilità di esperire se stesso nel dono della sua vita. Eutanasia di massa in un piano malefico, dove per altro è proprio la gioventù la fascia debole. Il potenziale esplosivo dell’età più straordinaria e rivoluzionaria implode nell’isolamento. Droghe che si avvicendano lungo le epoche, assenzio, oppio, eroina, ecstasy, e ora Internet! Creando dipendenza, stordendo la mente, annullando spirito e volontà, privando una popolazione che invecchia, della sua irripetibile fioritura! In questo allarmante quadro l’incontro reale con l’altro diviene opportunità vitale per incontrare e, salvare, noi stessi».

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Poi si parla di tutto. L’immigrazione, ad esempio. Che si dice?

«È il tema dell’incontro a ricorrere, c’è tutta un’umanità da accogliere. Sconsy osserva che non occorre essere di Venezia per capire che nei discorsi d’intolleranza razziale vi è una “laguna”. La realtà di chi migra era, ed è, “immIngrata” e una civiltà per dirsi civile e “cosmopulita” non puoi sporcarla con l’odio, ca siamo tutte anime raminchie in cerca di un po’ di paradiso…».

Scelta raffinata, quella di avere un trio jazz sul palco. Altro che cabaret.

«I contrappunti musicali del LeoRaveraJazzTrio evocano atmosfere e suggestioni come solo la Musica sa fare. Amo i miei musicisti e la loro presenza sul palco per me irrinunciabile; sono un ensemble compatto e completo che mi ha reso meno insostenibile, amando gli strumenti musicali, l’aver dovuto sacrificare per richiesta produttiva, “nota” qui dolente, contrabbasso, tromba  e chitarra come da formazione iniziale. Con talvolta una vibrante fisarmonica per richiami gitani».

Perché questo cambiamento da Sconsy a un’Anna Maria più introspettiva e profonda, che parla di sentimenti?

«Da autrice Sconsy é stata una scelta per giungere al pubblico con il profondo sentimento, e di consolare (da cui il nome del personaggio) attraverso la forza liberante di una risata dalle fatiche e tristezze del quotidiano. Nonché di restituire proprietà di pensiero contro il pregiudizio che lo nega a chi non ha proprietà dialettica. “Io nella mia ignoranza vi dirò cosa che ne penso, voi nella sua ignoranza cosa che ne ai capito, limportante é ca non cignoriamo fraddinoi!” E nel  percorso a “Zulig” Sconsy “è stata spiegata” toccando temi importanti e delicati (la fede e la chiesa, per fare un esempio) trattati, difficoltà acrobatica, nel rispetto del concetto che proponeva la riflessione, ma con esito comico! L’analisi di Sconsy sui social e il web è stata postata da un sociologo, divenendo virale con quasi tre milioni di visualizzazioni. Io continuo a esprimermi con la mia identità, il pregiudizio non c’è mai stato nel pubblico pronto a cogliere con anticipo l’umanità e le profondità di una maschera comica e tragica nella sua commovente rappresentazione del reale. Altrettanto non posso dire di quegli addetti ai lavori, che senza alcuna lungimiranza, si sono solo preoccupati di trarre profitti dalla sconsolata  beniamina della gente, riducendola, senza riuscirvi, a un prodotto del momento. Io vado avanti con la consapevolezza indomita che mi motiva».

Ho letto che hai iniziato come corrispondente per l’Ora di Palermo, da dove? Scriveva recensioni di spettacoli, le sarebbe piaciuto fare la giornalista? Tra i grandi che ha conosciuto chi, e perché, ti ha colpito di più?

«Vero, giovanissima iniziai una corrispondenza da Torino per gli eventi di rilievo che segnalavano la vitalità culturale e artistica della città, riferendo del Festival Internazionale del Cinema Giovani; seguivo tutte le proiezioni in lingua originale e ricordo di aver notato e scelto d’intervistare una ragazza americana, Melissa Leo, allora sconosciuta ma per me promettente, oggi nota negli Stati Uniti con due candidature all’Oscar. La mia penna piacque, e subito dopo mi proposero, persino retribuita, di intervistare e recensire firmando ampi articoli per la pagina dello spettacolo. Giorgio Gaber, Antonio Gades, Luca Ronconi, Andrei Konchalovsky sono alcuni degli altisonanti nomi che, forse virtù della gioventù, mostrarono tutti senza sussiego la loro totale disponibilità, con anche curiosità per questa sbarazzina giornalista che sfoderava poi domande affatto banali in linea con l’autorevole testata. Sono tanti i ricordi che potrei annoverare, ma sono fiera di aver potuto, fra le mille esperienze degli anni giovanili, respirare l’atmosfera vibrante di questo quotidiano coraggioso, che usciva il pomeriggio per destare da una Palermo di confine, con la sua indipendenza e impegno civile, quell’Italia democratica che ha creduto nella sua risposta. L’Ora di Palermo (recente il premiato docufilm di Bellia sulla precursiva identità di questo giornale) ha rappresentato la Sicilia più libera intellettualmente con firme prestigiose da Sciascia a Guttuso che hanno raccontato un pezzo di storia, la nostra, sacrificando la stessa vita come avvenne per De Mauro ad aumentare la drammatica lista,  in difesa di quei valori che salvano un popolo affinché, con le parole del direttore Nisticò, “si possa un giorno ringraziare Dio d’essere nati in questa travagliata terra”. Isola ma non isolata, aggiungo io, con ammirazione per chi, ovunque, impugni l’arma pacifica della scrittura e onori quel giornalismo che contribuisce alla crescita delle coscienze».

Annamaria ringrazia e saluta  BergamoPost con le parole di Lou Reed «Thake a Walk on the Wild Side»;  Sconsy aggiunge «Ai Poster la Sentenza…».

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