Cronaca
Finora c'era solo Pepsi

Gaza, la prima fabbrica di Coca Cola

Gaza, la prima fabbrica di Coca Cola
Cronaca 18 Luglio 2015 ore 12:18

Quando lo scorso dicembre era uscita la notizia dell’autorizzazione da parte di Israele, si era detto che sarebbe stata solo questione di tempo. Così, oggi, la fabbrica della Coca Cola a Gaza sta per diventare una realtà: sono infatti cominciati i lavori per costruire il primo stabilimento del colosso americano del beverage nella Striscia palestinese. Tempo sei mesi e la Coca Cola sarà prodotta e venduta normalmente anche qui. Finora c’era solo la Pepsi, prodotta in loco dal 1997, mentre la rivale di mercato era merce rara, che arrivava da Ramallah, dove c’è l’atro stabilimento palestinese della bibita. Ma con i valichi di frontiera controllati da Israele spesso chiusi per le vicende politiche, era difficile trovarla.

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Il luogo dove sorgerà la fabbrica. La fabbrica sorgerà a Karni, la zona industriale di Gaza, e quest’area era stata individuata dopo che il Coordinatore delle attività di governo dell’IDF, le forze di difesa israeliane, aveva dato il suo benestare all’ingresso nella Striscia dei materiali, scrupolosamente controllati. Karni è un luogo vicino all’omonimo valico di frontiera a nord della Striscia costruito sul lato israeliano nel 1993 e chiuso nel 2011. La riapertura del gate non è ancora prevista, sebbene questo fosse il valico commerciale tra Israele e la Striscia di Gaza più grande, da cui passava tutta la merce che entrava nei territori palestinesi prima di essere dirottata verso quello di Kerem Shalom. Anche per la Coca Cola le merci da lavorare, provenienti dalla Giordania, entreranno a Gaza dal valico di Kerem Shalom. La costruzione della fabbrica è già cominciata e procede a buon ritmo, in modo da poter essere operativa il prossimo mese di ottobre.

Boccata d’ossigeno per l’economia locale. Dopo la guerra su Gaza dello scorso anno, quando il mondo cominciava a parlare di aiuti per la ricostruzione che a oggi non sono ancora arrivati, un imprenditore palestinese aveva ottenuto l’autorizzazione dal Cogat per fare in modo che l’economia della zona iniziasse un lento processo di rinascita. Si stima che con l’apertura della fabbrica, tra stabilimento e indotto, arriveranno a lavorare circa 3mila persone. Che se si sommano a quanti lavoreranno per la costruzione dello stabilimento rappresentano una vera boccata di ossigeno per la martoriata Striscia.

Chi è l’imprenditore che ha portato la Coca Cola a Gaza. Zahi Khouri, l’imprenditore che ha ottenuto l’ok da Israele per l’apertura della fabbrica a Gaza, è un palestinese che detiene i diritti di vendita della Coca Cola in tutta la Cisgiordania. L’idea gli frullava in testa già da qualche anno, ma non era mai riuscito a ottenere i permessi necessari. Khouri è originario di Jaffa, ha 70 anni e quando ne aveva 19 andò in Germania come rifugiato palestinese dal Libano. Con appena 200 dollari in tasca, il giovane diede il via a una serie di fortunate iniziative imprenditoriali, ricoprendo ruoli dirigenziali in Arabia Saudita e negli Stati Uniti, prima di creare una fabbrica di imbottigliamento di Coca Cola nella sua patria a metà degli anni Novanta. A convincere Israele a dare l’ok è stato proprio Khouri, che ha assicurato che le tasse della nuova impresa andranno direttamente nelle casse dell’Autorità nazionale palestinese, senza passare da Hamas. Per aprire la fabbrica è stato necessario un investimento da 20 milioni di dollari, sborsati dal gigante americano del beverage.

Un prodotto controverso. La Coca Cola, per il suo sostegno a Israele, è sempre stata al centro delle campagne di boicottaggio, sia da parte dei palestinesi, sia dei tanti attivisti che puntano a ostacolare i prodotti direttamente o indirettamente riconducibili a Tel Aviv. Ma adesso, con la drammatica situazione economica, i gazawi non hanno molta scelta e vedono di buon grado l’investimento, che potrebbe rappresentare un punto di ripartenza. Anche perché la Coca Cola ha annunciato che avvierà pure programmi di sostegno sociale nella Striscia.

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La situazione a Gaza. E il sostegno sociale è più che mai necessario a un anno dalla guerra che ha devastato un popolo e i suoi edifici. Fu il terzo conflitto in sei anni tra israeliani e palestinesi nella striscia di Gaza, e provocò numeri spaventosi in poche settimane di combattimenti: 2.251 palestinesi uccisi, di cui 551 bambini, 10 mila feriti, 100mila senza tetto. Dall'altra parte, 73 israeliani morti, 67 dei quali militari. Sono le cifre forniti dall'Unrwa, l'agenzia Onu che si occupa dei profughi palestinesi, secondo la quale qui la situazione è ben lontana dal ritorno alla normalità. Nessuna delle oltre 12mila case distrutte è stata ricostruita. Lo stesso vale per le fabbriche rase al suolo, che hanno generato un tasso di disoccupazione del 40 percento, tra i più alti al mondo. Tra gli under 25, 2 su 3 non hanno un lavoro, e l'80 percento della popolazione dipende dagli aiuti umanitari per la propria sopravvivenza.

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