La scoperta

Colpo basso alla preistoria nostrana Sombreno, l’osso non è di mammut

Colpo basso alla preistoria nostrana Sombreno, l’osso non è di mammut
19 Settembre 2019 ore 05:00

Per più di mezzo secolo abbiamo convissuto (seppur senza particolari strascichi) con una solida fake news relativa all’osso appeso al soffitto del santuario di Sombreno a Paladina. La costola di 169 centimetri non appartiene a un preistorico mammut come ribadiva don Enrico Caffi, emerito primo direttore del Museo di Scienze Naturali di Bergamo a lui dedicato. Forte della sua scienza, autoritario nel suo indiscusso prestigio di studioso e religioso, in assoluta buona fede, si era convinto che “la reliquia naturalistica” nell’enclave mariana di Sombreno fosse tutto ciò che rimaneva dell’esistenza terrena di un grosso proboscidato estinto, strettamente imparentato con gli odierni elefanti. La smentita al Caffi è giunta da Marco Valle, suo attuale successore al museo di Piazza della Cittadella. In una serata confezionata ad hoc sull’esatta natura dell’osso, proprio nel santuario della Beata Vergine Maria di Sombreno (rivisitato da un sapiente restauro iconografico), la verità è venuta a galla. «La costola – ha svelato Valle – non è di un mammut, ma di un grosso cetaceo. Si tratta, presumibilmente, di una balena, non antidiluviana bensì inserita nel pieno del Rinascimento». Un colpo basso per chi si gongolava nell’ipotesi caffiana, immaginando il mammut incedere imperioso nelle plaghe oggi occupate dalle vestigia industriali del Gres.

 

 

L’expertise di Valle muove i primi passi il 13 settembre 2018 quando il personale del Museo, approfittando dell’impalcatura montata per il restauro del santuario, preleva il resto scheletrico e la catena di fattura settecentesca che lo sospende al soffitto. Un’operazione incoraggiata dal parroco don Sergio Paganelli con il nulla osta della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio. La datazione “storica” e “non preistorica” dell’osso è stata possibile grazie all’analisi al radiocarbonio in grado di valutare la presenza del radioisotopo del carbonio fornendo indicazioni sulla data nella quale la sostanza organica è stata sintetizzata. Per l’esame è stato necessario prelevare un frammento dall’osso (poi ricollocato) del peso all’incirca di cinque grammi. «I risultati del laboratorio dell’Università del Salento – ha continuato Valle – ci dicono che la costola appartiene a un animale acquatico vissuto tra il 1432 e il 1591. Un intervallo temporale che vanta una…

 

Articolo completo a pagina 8 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 19 settembre. In versione digitale, qui.

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