una ricerca della Ohio State University

Come un bambino diventa narciso (Quando gli si ripete: sei il migliore)

Come un bambino diventa narciso (Quando gli si ripete: sei il migliore)
11 Marzo 2015 ore 19:40

Con ordine: il sito adnkronos.it ha dato notizia di una ricerca condotta dalla Ohio State University (il link lo offriamo noi), in collaborazione con ricercatori olandesi, sulle origini del narcisismo nei bambini tra i 7 e i 12 anni (vedi qui l’abstract Origins of narcissism in children nell’edizione online dei Proceedings of the National Academy of Sciences. Il pdf integrale a pagamento).

Risultato delle ricerca – in estrema sintesi: ci sono genitori che, nel tentativo di far crescere l’autostima nei loro figli, in realtà li rendono narcisisti. L’autostima è una cosa, il narcisismo è un’altra. La prima è buona, il secondo una sciagura.

Come si produce il secondo: continuando a ripetere ai figli (o facendo loro credere che noi pensiamo) che non c’è nessuno al mondo che sia alla loro altezza. Come si produce la prima: spupazzandoli, coinvolgendoli in grandi avventure e coinvolgendosi con loro nella costruzione di cose belle, che ce ne sono tante in giro per il mondo che non c’è proprio tempo di occuparsi di se stessi, se siamo migliori o peggiori di altri.

Brad Bushman, coautore dello studio e professore di Comunicazione e psicologia all’Ohio State University, ma anche padre di 3 figli, ha comunicato nella conferenza stampa che le sue ricerche «hanno cambiato» il suo modo di essere genitore. «Quando ho cominciato ero convinto che i miei bambini dovessero essere trattati come se fossero davvero speciali. Ora sto attento a non farlo. Interventi di formazione possono insegnare ai genitori a esprimere affetto e apprezzamento verso i figli senza dire che sono superiori agli altri o destinati a particolari privilegi. E studi futuri potrebbero testare se funzionano». Ciò detto, qualche precisazione si rende necessaria (perché ogni bambino è davvero speciale, anche se non nel senso che vorrebbe Brushman).

 

 

Dunque: prima di tutto il narcisismo non è un mc burger, nel senso che alla parola non corrisponde una e una sola “cosa”, una e una sola patologia come nel caso di “carie” o “sciatalgia”. Di narcisismi ce ne sono tanti quanti sono quelli che lo hanno studiato. I ricercatori dell’Ohio lo considerano semplicemente quel fenomeno che porta i bambini a sovrastimarsi rispetto agli altri, con ciò creando un sacco di problemi a se medesimi (difficoltà nel trovare qualcuno che li consideri a sufficienza, incapacità di entrare in sintonia con le emozioni altrui, impossibilità di reperire sul mercato gratificazioni adeguate al proprio concetto di sé, …) e agli altri che, trovandosi spesso alle prese col desiderio di prenderli a sberle, talora non riescono a tenere abbastanza a freno le mani. Quest’ultima cosa i ricercatori non la scrivono, ma noi sappiamo perfettamente come vanno certe faccende.

Seconda precisazione. Del disturbo da sovrastima di sé, chiamato talora – popolarmente – tendenza alla contemplazione estatica del proprio ombelico (e zone sottostanti) non si è mai trovata l’origine, che pertanto rimane ignota. I ricercatori hanno dunque inteso semplicemente analizzarne gli esiti, i comportamenti cui dà luogo, supponendo che derivasse dal rapporto che i genitori istituiscono coi loro nati quando questi sono ancora piccoli.

Su cosa accada, in quella relazione, di così sbagliato da generare l’atteggiamento narcisistico ci sono diverse teorie. Quella che sembra avere maggior seguito sostiene – detto brevemente – che il bambino tenderebbe a sviluppare una quasi ossessione per la bellezza di sé quando avverte che la madre – ossia la cosa più bella che lui possa immaginare – si sottrae al rapporto con lui. E dunque si comporterebbe, il bambino, come chi, avvertito telefonicamente dalla ragazza che l’appuntamento della sera dovrà essere rinviato, non trova di meglio che accendere il televisore su “Amici”. “Amici”, nel nostro caso, sarebbe il corpo stesso del bambino. Per questa ragione molti studi mettono in relazione il narcisismo con l’autoerotismo. Può essere.

Si potrebbe tuttavia percorrere anche un’altra strada per avvicinarsi alle sorgenti di questa malformazione psichica. Ci arriviamo utilizzando un noto aforisma orientale che dice: «Chi pensa che un uomo sia superiore a un altro non ha ancora preso contatto con la realtà». E prosegue: «E chi pensa che un uomo possa essere uguale a un altro, anche».

Con questo si vuol dire che all’origine del narcisismo sta forse la sottostima dei danni derivanti dal fatto di ignorare l’assioma appena enunciato. Un bambino aumenta la propria, sana, autostima quando nessuno si preoccupa di fargli sapere se sia meglio o peggio di qualcun altro, se sia come suo nonno o come sua zia, oppure no. Nel bene (se la zia gode di grande stima in famiglia) o nel male (se il nonno passa per essere poco più di uno zerbino). La parte dannosa del fatto di far notare al figlio quanto sia bravo non sta nel fatto di dirgli che è superbravo, ma nella concomitante introduzione nella sua testa della nozione di classifica. Il male non sta nel fatto di dirgli che è bravo, ma che è più bravo (molto più bravo, incomparabilmente più bravo) di qualcun altro. Questo virus – il virus della classifica – in una età in cui la percezione di se stessi è ancora indifferenziata, tende a ridurre l’autoconsiderazione del bambino alla sola (o alle poche) abilità per le quali lo si magnifica come il migliore del mondo, lasciando da parte il resto dell’universo che, così, si allontana sempre più da lui. Il bambino si trova a questo punto invitato a coincidere con la sola parte di sé per cui riceve i complimenti, e a non capire più nulla di tutto il resto, che sia dentro o che sia fuori di lui. Il narcisista non è capace di empatia, trascorre nel mondo come il proverbiale pacco postale, non vede e non ascolta nulla che possa destarlo ad altri interessi e alla lunga diviene refrattario a qualsiasi terapia, come ha scritto nientemeno che Sigmund Freud nei suoi saggi all’origine di tutti gli studi su questa malattia. E – la catastrofe – è esposto alla ferita narcisistica quando è costretto ad accorgersi che un altro, nel campo di sua competenza, è migliore di lui. In questo caso il bambino che si ritiene coincidente con quella competenza non va in crisi solo per un segmento di sé: si disfa tutto.

 

 

Al contrario, i bambini tirati su senza punteggi e scale metriche, quelli cui non importa niente – perché a nessuno intorno a lui importa niente – di essere più o meno bravi di altri, purché possano sguazzare a piacimento nelle pozzanghere, rotolarsi nei prati, rubare le ciliegie o arrampicarsi sui massi magari con l’aiuto e la complicità dei loro genitori, questi corrono minori rischi di diventar narcisisti perché non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di istituire un confronto fra sé e l’universo: l’universo è troppo pieno di cose da fare e da mangiare perché si possa pensare di esaurirle prima di sera. E la sera viene sempre troppo presto: il sole non aspetta che noi precisiamo a noi stessi se siamo meglio o peggio di altri. Anche perché, come aveva detto il saggio, l’uomo non è una cosa sola: è tante insieme.

Come farebbe, un professore che tenesse bene a mente l’aforisma, a pensare di essere migliore, poniamo, di un suo allievo, se – pur essendo lui il miglior professore del mondo – si domandasse, ogni volta che entra in classe, se sarebbe però in grado di arrampicare come sa che arrampica un suo studente, o di fare kyte surf come quell’altro, o fare snowboard come quell’altra che è arrivata seconda a non so quale gara, o – semplicemente – se ha voluto bene a suo padre o sua madre come ha capito che glielo vuole uno o l’altro ancora dei suoi studenti? Siamo fatti come le piume dei pappagalli, di tanti colori, e forme, e destinazioni diversi. Nessuno di noi è comparabile con nessun altro se non per segmenti fondamentalmente insignificanti: essere più o meno veloci per cento metri, aver l’orecchio più o meno intonato, la caviglia più fine o più grossa. Il narcisismo nasce dalla riduzione della totalità variegata dell’io (e del mondo) a quello di questi segmenti per cui siamo stati classificati – a strastorto – da altri come esseri straordinari nella nostra (ridotta) interezza.

Benedetti quei genitori che tengono i loro figli – e se stessi con loro – sempre davanti alla variegata, inesauribile grandezza del mondo e degli uomini. Non li vedranno mai chini davanti allo specchio d’acqua stagnante che rimanda loro soltanto il particolare dell’immagine che non sanno di essersi fatti di sé.

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