Il guru di Alibaba

Come è che il cinese Jack Ma sia ricco sfondato e infelice

Come è che il cinese Jack Ma sia ricco sfondato e infelice
10 Dicembre 2014 ore 08:35

In genere è attribuito a Oscar Wilde l’aforisma secondo cui esisterebbe una cosa sola che rende più infelici del non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, ed è il riuscirci. La storia di Jack Ma, raccontata qualche giorno fa su CNBC ne sembrerebbe l’ennesima conferma.

Intervistato nella sua sede di Hangzhou, in Cina, il fondatore e amministratore delegato di Alibaba ha detto di non essersi sentito felice negli ultimi tempi, aggiungendo che trovarsi ad essere l’uomo più ricco del suo Paese gli provoca una notevole dose di sofferenza, di fatica. “Pain” in inglese. Troppa pressione: soprattutto perché Jack sa benissimo che se il capo non è contento non lo saranno nemmeno i suoi collaboratori, gli azionisti e – alla fine – nemmeno i clienti.

L’intervistatore gli fa presente che la sua azienda vale 25 miliardi di dollari e che ogni giorno passano per le sue casse 9.34 miliardi di dollari. Ci sarebbe di che tranquillizzarsi di non morire di fame il giorno dopo. Cioè, di che essere felici. In questo l’intervistatore è profondamente marxiano: il proletario vuole poter accumulare tanto da restar vivo per almeno qualche giorno in caso di perdita del lavoro; il capitalista, per la stessa ragione, accumula grazie al fatto di togliere alla controparte la riserva di speranza, in modo da mantenerlo docile. E questo rende il capitalista felice. Ma Marx, come noto, ha solo parzialmente ragione su questo punto. E infatti la risposta dell’intervistato vira di botto dal marxismo in pillole per spostarsi sul terrore vero di chi si è trovato a vincere, e (soprattutto) a vincere tanto: la sua risposta è quella tipica di chi scopre improvvisamente di soffrire di ansia da prestazione. Certo – dice Jack Ma – l’impresa è grande, sono contento dei risultati ottenuti, ma «quando la gente ti sopravvaluta, tu hai il dovere di ritornare coi piedi per terra e di tenere duro su quello che sei». E questa è una fatica non da poco, perché su di sé si riesce – talora – ad operare. Ma sull’opinione degli altri è difficile intervenire. Soprattutto quando – come prosegue il principe triste – ci si accorge che tutti coloro che ci stanno intorno non guardano a quello che siamo (ossia a ciò che noi pensiamo di noi), ma soltanto ad un particolare: in questo caso, alla capacità di far soldi.

È interessante quel che dice in materia questo personaggio travolto da un insolito destino nell’impalpabile mare della finanza e del commercio internazionale: avrei voluto diventare ricco, questo sì. Ma diventare il più ricco di tutti è ben altra cosa.

E anche questo la filosofia tedesca lo sapeva bene: esiste un livello della quantità (ad esempio: del denaro accumulato) che porta ad una trasformazione qualitativa della quantità stessa: essere straordinariamente ricco è ben diverso dall’essere semplicemente ricco o anche molto ricco, come si può essere molto vecchi, ma essere decrepiti è tutt’altra faccenda.

Riportando l’intervista, il Sole24Ore suggerisce all’uomo che nel titolo viene definito “l’uomo più ricco della Cina ma anche il più infelice” di prenderla con umorismo, di riderci su, perché prendersi troppo seriamente può fare male.

Potrebbe essere una soluzione. Ma a a parte il fatto che non si sa se – oltre ad essere il Paperon de’ Paperoni dell’ex Celeste Impero – il caro Jack sia anche il più infelice dei suoi compaesani (sinceramente, ne dubitiamo), l’umorismo è una risorsa molto difficile da attivare: certamente molto più di un commercio fiorente. Quest’ultimo – come nel caso – può anche sorprenderci, arrivarci alle spalle come un’onda mentre si stanno salutando gli amici sulla riva. L’umorismo implica invece una decisione, una capacità di uscire da se stessi che non sempre fa parte della dotazione cromosomica originaria.

Quel che è certo è che in questa vicenda c’è almeno metà del programma di filosofia dell’ultimo anno di liceo: non è vero, come sosteneva Feuerbach, che l’uomo è quel che mangia. Non è vero che, una volta risolto il problema di rimandare almeno di un giorno la morte per fame, l’uomo sia felice. Ha ragione Hegel nel dire che superato un certo “quantum” la quantità si trasforma in qualità. È vero, come diceva Wilde, che raggiungere un obiettivo può essere la via più rapida per precipitare nella disperazione. È vero che i modelli di riferimento proposti agli uomini (e ai ragazzi del nostro tempo: capacità di raggiungere i propri sogni, meritocrazia, ecc.) sono sbagliati. La felicità, come diceva il grande Schulz, è un cucciolo caldo.

 

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