Lo scudo Iron Drome

Come mai i razzi palestinesi fanno così pochi danni

Come mai i razzi palestinesi fanno così pochi danni
12 Luglio 2014 ore 11:04

Volete difendervi dai missili? Esercitatevi nello studio di funzioni. Poi dotatevi di un centro di calcolo al passo coi tempi.

Ma com’è che sui giornali si continua a leggere che i Palestinesi fanno piovere su Israele un sacco di razzi e non c’è un morto nemmeno a pagarlo? Prima di tutto: meglio così. Poi si può cominciare a dire che le ragioni sono diverse. E infine dichiarare che la principale è una sola: gli Israeliani hanno capito da tempo l’utilità dell’analisi matematica e degli investimenti in tecnologia.

Tutti i ragazzi che hanno affrontato la maturità scientifica sanno che cos’è uno studio di funzione: data una certa equazione si deve capire quale sia il disegno che essa traccia: una parabola quasi piatta, un’iperbole bislacca, una serie di gobbe o altro. Si ha a disposizione un certo tempo per risolvere la questione. Poi si consegna. 

Ma se questo tempo non si ha proprio, e se a disegnare una certa traiettoria (nell’aria e non su un foglio) non è una serie di segni algebrici ma un missile col suo carico di esplosivo, come si fa a sapere come (e dove, e quando) andrà a finire? Come si fa – ripeto – in una frazione di secondo?

Ci vogliono due cose: la prima è che il missile, una volta lanciato, obbedisca soltanto alle leggi della fisica di base. Detto altrimenti, che la sua traiettoria non possa essere modificata in corso d’opera.

La seconda: un computer che, collegato a un radar in grado di rilevare i dati del percorso dell’ordigno, calcoli in un microtempo quale sarà il suo destino. A questo punto interviene una specie di Google maps, su cui il suddetto computer va a segnare il luogo in cui cadrà. Approssimazione? Qualche metro.

E qui le scelte possono essere diverse: se il sistema capisce che andrà a finire in una zona desertica, lo lascia proseguire. Se, al contrario, gli vien detto che potrebbe colpire un obiettivo sensibile, allora dà immediatamente ordine ad un contro-razzo di andare a prendere l’intruso e distruggerlo in modo che non faccia danni. Il tutto, ovviamente, in maniera automatica e sempre mediante studio di funzione. E sempre in un tempo disumanamente piccolo.

I razzi dei Palestinesi subiscono prevalentemente la sorte di precipitare dove non c’è nessuno. Sono imprecisi e – fino ad ora – una volta lanciati, la loro traiettoria non può essere corretta.

Per capirci: ciascuno di loro costa – se prodotto in loco – poco più dell’ultimo modello di uno smartphone di alta gamma. Degli altri, quelli costretti a fare lunghi giri per arrivare fino a Gaza, il costo maggiore è il trasporto. Raggiungono anche distanze ragguardevoli, ma ci arrivano come dei sassi.

Solo i missili considerati a rischio vengono mandati a prendere – e distruggere – perché ogni contro-razzo, tolte le spese di esercizio, costa alle casse di Gerusalemme circa 30.000 dollari. Se si può risparmiare, è meglio. Tanto più che l’apparato che gestisce l’operazione, tra computer (hardware e software), lettori di traiettoria, punti di rilevazione dello spazio aereo, coordinamento delle centraline di puntamento, gestione dei missili d’attacco e personale vario si porta via parecchi milioni al giorno anche quando vigila soltanto. Costa così tanto perché è ai limiti della fantascienza: può tenere sotto tiro più missili contemporaneamente, anche se provenienti da direzioni diverse. Fosse solo un giocattolo sarebbe stupendo, confessiamolo. Ed è in continuo sviluppo. Il che significa che continuerà a succhiare soldi anche se da Gaza non arrivasse più niente. Certo, per Israele sarebbe un fastidio in meno, ma non può essere la pioggia di razzi la motivazione vera per un’azione terrestre.

Ultima osservazione: il sistema si chiama – per i media – Iron Dome (cupola d’acciaio: kippat barzel, in ebraico. Kippat ha-Sel’a è la Cupola della Roccia, a Gerusalemme): ma di acciaio ne usa pochissimo. Tanta materia grigia, questo sì.  

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