Ci vorrebbero gli Asburgo

Perché Milano è sempre sott’acqua

Perché Milano è sempre sott’acqua
17 Novembre 2014 ore 19:30

E come mai Milano va sempre sotto? Per meglio dire: come mai la tele, quando esonda il Seveso, comincia sempre i suoi servizi con una specie di fontana che scoppia da dentro il fiume in cui si sono trasformate le strade della zona di Niguarda?

Milano va sempre sott’acqua perché, nel tempo, ha voluto chiudere i fiumi sotto l’asfalto. I fiumi, a Milano, non si vedono perché scorrono sotto le strade che, di quando in quando, presentano dei tombini. I quali tombini, per la pressione che si genera da sotto quando il fiume sale, assumono le sembianze di tappi di champagne a Capodanno.

La storia non è nuova. Non è nuova per ragioni geologiche: Milano si trova infatti sulla linea cosiddetta delle risorgive, ossia sulla linea che segna l’affiorare della falda freatica. L’acqua che scende dalle Alpi e dalle Prealpi e che scorre sotto terra, a sud di Milano riemerge dando luogo a laghetti da sogno per i pescasportivi e consentendo l’irrigazione dei campi. Tutto il territorio, in altre parole è già zeppo d’acqua per conto suo. Oltre a questo Pan di Spagna che costituisce il terrore dei piani interrati, delle linee metropolitane e dei livelli -1, -2 e oltre dei silos per auto, a Milano confluiscono diversi fiumi a regime torrentizio, tra i quali il Seveso è il più tormentato perché, deviato dal suo corso naturale fin dall’epoca romana, ha subito nel tempo diversi innesti artificiali.

Il più importante di essi è quello del Canale Martesana. Nessuno che in città si sposti tra via Melchiorre Gioia e Viale Zara, dalla Bicocca a Piazzale Istria e a Porta Nuova (dove termina L’Isola, il quartiere il cui nome dovrebbe pur dire qualcosa) ha l’impressione di muoversi sull’acqua, ma sotto è tutto un groviglio di canali e canaletti che confluiscono nella Vettabbia, alla quale si consente di risalire in superficie solo in Zona Porta Ludovica, cioè a Sud della città.

Ogni volta che questi canali e canaletti trovano qualche ingorgo creato in parte dalla massa di sporcizia che trasportano, in parte dalla stessa dinamica dei fluidi (un canale che scarica in un altro con un angolo di 90 gradi funge da tappo, per esempio) la città riassume il suo originale aspetto lacustre.

Alla geologia andrebbero aggiunti due fatti di una qualche rilevanza: la drastica riduzione del suolo agricolo nella parte sud della città (la cosiddetta “bassa”); l’interramento dei Navigli mediante il materiale prodotto dai bombardamenti dell’ultima guerra.

La riduzione del suolo agricolo a vantaggio di un’urbanizzazione massiccia ha tolto alle acque la possibilità di sfogo che alimentava la fitta rete delle rogge che ha determinato nei secoli il paesaggio lombardo nel triangolo Boffalora Ticino-Milano-Pavia. Le acque che non si dirigono più verso i campi dovrebbero essere portate via dal più importante collettore idrico della città, il  Redefossi, che – accettata la Vettabbia – scorre verso Melegnano. In condizioni normali questo canale compie nei riguardi delle acque milanesi l’ampio gesto del braccio che il vincitore di una partita a poker compie sul tavolo per portarsi via la vincita. Il Redefossi non si muove – perché sono i fiumi ad andare da lui – ma la funzione è la medesima.

Ma anche il Redefossi ha una portata limitata e quando comincia a frenare per il fatto di non trovar libera la via genera il fenomeno che troppi tir fermi al casello producono sul traffico in afflusso: crea code che si ingrossano col passar del tempo.

Il problema si era già presentato ai tempi di Maria Teresa d’Austria e di suo Figlio Giuseppe II d’Asburgo quando, tra i fautori della necessità di far affluire alla città una minor quantità d’acqua e i sostenitori del progetto di aumentare la portata del Redefossi furono questi ultimi a vincere, trainati da un battagliero gruppo di cittadini costituitosi col nome di “Utenti della Vettabbia”. L’Imperial Regio Governo accettò il progetto dell’Ingegner Pietro Parea (consulente degli Utenti) nonostante il costo dell’operazione si presentasse assai elevato (oltre un milione di lire milanesi, ossia parecchi talleri, cioè svariati milioni di euro attuali).
Ai critici dal braccino corto – antenati dei fautori del patto di stabilità – l’Imperatore rispose che la cifra risultava comunque inferiore alle spese – prevedibilmente crescenti – che si erano già sostenute e che si sarebbero dovute sostenere per i danni prodotti dalle piene. I lavori, iniziati nel 1783, giunsero a compimento tre anni dopo.

Per ragioni ancora ignote il Lombardo Veneto decise – successivamente – di staccarsi dall’Austria: ma da allora in poi la storia dell’asse Seveso-Vettabbia-Redefossi ha conosciuto solo episodi di restringimento e di compressione, nonostante il bacino idrografico a nord di Milano aumentasse enormemente la sua popolazione e scaricasse sulla città, invece delle acque limpide nelle quali le lavandaie lavavano i panni, materiale tossico. L’esplosione dell’Icmesa di Seveso è stata un episodio grave. Ma l’accumulo di scarichi velenosi giorno dopo giorno non lo è di meno.

Questo vale per l’un lato della città, quello da nord-ovest a sud est. Dall’altra parte scorre invece il Lambro, nel quale, nei pressi di Melegnano, scarica il già citato Redefossi. Contrariamente al suo gemello occidentale il fiume che ha dato il nome alla gloriosa Lambretta non ha subito traversie in ordine al suo percorso: si limita a scorrere nel suo letto a cielo aperto in un paesaggio che sarebbe ancora quello di un tempo se il fiume non fosse rimasto, a cielo aperto sì, ma trasformato in una fogna. Nessun argine, nessuna opera idraulica lo ha mai toccato. Quando l’acqua è troppa esce dagli argini e invade il parco (Parco Lambro) che sarebbe bellissimo se ad occuparsene fossero gli Asburgo e non la Giunta cittadina. Anzi le Giunte, perché, come si è visto, il problema è come il futuro: ha un cuore antico.

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