In Alabama

Condannato a morte dal giudice nonostante la giuria sia contraria

Condannato a morte dal giudice nonostante la giuria sia contraria
11 Novembre 2014 ore 14:50

Il New Yorker ha riportato il caso di un cittadino dello Stato dell’Alabama condannato alla pena di morte nonostante il voto, contrario, della giuria. La legislazione di alcuni degli Stati che ammettono la condanna esiziale, infatti, prevede che il giudice possa scavalcare la decisione dei giurati, imponendo d’arbitrio il proprio verdetto. Questo è ciò che è capitato a Shonelle Jackson, che all’epoca del fatto che lo ha portato in tribunale aveva soltanto 18 anni. In una notte di aprile del 1997, Jackson si è incontrato con tre conoscenti, Barnes, Williams e Rudolph. Intendevano rintracciare un noto membro di una gang locale, Cocomo, ma hanno cambiato idea quando si sono imbattuti in una Chevrolet dal costoso impianto stereo guidata dallo spacciatore di droga Lefrick Moore.

Ne è seguita una sparatoria durante la quale Moore ha perso la vita. Barnes si è costituito quasi subito, denunciando i compagni, Rudolph, Williams e Jackson. I primi due si sono liberamente arresi e, insieme a Barnes, hanno dichiarato agli inquirenti che l’unico ad avere fatto fuoco era stato Jackson. Lo Stato ha tuttavia accusato tutti e quattro di delitto capitale, che equivale all’omicidio volontario aggravato. Mentre i tre complici, dopo avere testimoniato contro Jackson, si sono autoaccusati di reati minori, avendo così salva la vita, Jackson ha affrontato il processo, sempre sostenendo di non avere sparato.

Per comminare a Jackson la pena di morte, lo Stato avrebbe dovuto provare che aveva intenzionalmente ucciso Moore, ma le prove erano troppo poche e non andavano oltre il rilevamento della balistica. L’unico testimone a non essere stato coinvolto nello scontro a fuoco era un camionista, che però aveva assistito alla scena da lontano, dall’altra parte della strada. Inoltre, le luci stradali non funzionavano e la visibilità era estremamente ridotta. Il tribunale ha proposto a Jackson di chiedere senza patteggiare la detenzione a vita, ma si è rifiutato. A questo punto, l’avvocato di Stato ha chiesto per Jackson la pena capitale.

La giuria, tuttavia, ha rifiutato la richiesta dello Stato di mandare Jackson alla sedia elettrica. I giurati hanno spiegato di essere stati riluttanti a condannare un teenager, specialmente in un caso controverso come questo, dove le prove erano troppo poche e troppo confuse. Inoltre, pare che l’insufficienza mentale del ragazzo abbia costituito un fattore determinante nella votazione finale. In Alabama, però, un caso di pena capitale non si risolve con la decisione della giuria, perché i giudici possono imporre unilateralmente la pena di morte. E questo è esattamente ciò che ha stabilito Gordon, il giudice del caso Jackson.

Quattro mesi dopo il verdetto della giuria, Gordon ha emesso la sentenza di pena capitale, sostenendo che il rifiuto di Jackson di riconoscere la propria colpevolezza ha rivelato l’incapacità del giovane di prendersi la responsabilità delle sue azioni. Ha osservato che tre dei precedenti di Jackson riguardavano crimini violenti e ha sminuito l’importanza della giovane età, un fattore mitigante per la legge, sottolineando la robustezza della sua struttura fisica.

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Nel corso degli anni seguenti, Jackson ha fatto appello, ma tutti i suoi ricorsi sono caduti nel vuoto. Dal giorno in cui è stata emessa la sentenza di morte sono passati 16 anni. Oggi, il giudice Gordon ammette di non ricordare quale sia stato il ragionamento che l’ha portato alla sua decisione. «Qualunque cosa abbia scritto nella sentenza, è ciò che ho pensato», ha risposto. Jackson, invece, ha compiuto 36 anni. È ingrassato, ha gli occhiali e ha più tatuaggi. Non vuole parlare del ruolo che ha avuto nell’uccisione di Moore. Invece, ama parlare della sua infanzia: «All’inizio rubavo cibo, perché odiavo chiedere del pane ai vicini – sarei stato lo zimbello della scuola. Poi ho cominciato a rubare sempre di più, rubavo profumi per rivenderli in strada. Io e le mie sorelle andavamo da Burger King a mangiare. Mi faceva sentire bene, pensare di essere capace di fare questo per loro. Avevo undici, dodici anni. Poi, quando mia mamma si è ripulita dalle droghe [faceva uso di marjiuana e di crack], era troppo tardi. Credo che ognuno di noi sia nato buono, ma a un certo punto ti corrompi. La soluzione non consiste nell’uccidere il problema».

Al momento, la Florida e il Delaware sono gli unici stati che prevedono lo “scavalcamento” del giudice sulla giuria, ma si tratta di una misura che viene presa molto di rado e di solito non impone le condanne a morte, ma le annulla. In Alabama, invece, in trentuno degli ultimi trentadue anni i giudici hanno mandato qualcuno a morte almeno una volta. Eppure, è noto che il potenziale di errore nelle sentenze capitali è molto alto: secondo il National Academy of Sciences, un imputato su venticinque verrà giustiziato ingiustamente. Dalla fine degli anni Novanta a oggi, il numero delle esecuzioni è diminuito della metà. L’Alabama, intanto, ha messo a morte dodici uomini dal 2000, di cui tre per ordine del giudice.

 

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